
a Boris Pasternak
Distanze: verste, miglia… Ci hanno divisi, dispersi, costretti a vivere dimessi, muti, buoni, ai confini opposti della terra.
Distacco: strada, versta… Mani scollate e disgiunte hanno mandato al supplizio dei chiodi ignari che il disastro è lega
d’estri e tendini. Di ossa. Volevano:
dissidio – hanno il disagio
di chi ha perso dimora.
Muro e fosso.
Ci hanno divisi come aquile con- giurate: miglia, strade, verste… E non disperazione, ma – sconcerto, per asili e tuguri terrestri – come orfani, smarriti.
E quale, quale marzo è oggi? Ci hanno smazzato. Come carte. 1922
Marina Cvetaeva è stata una grande poetessa russa. Nata nel 1892 a Mosca, dopo la rivoluzione del 1917, fu fra i fuoriusciti in Europa. Fu una ribelle in poesia come nella vita. Tornò in Russia nel 1939, dopo che il nazismo aveva dato le sue prime prove di ferocia. Venne a sapere che il marito era morto, probabilmente fucilato dai sovietici, e la figlia Ariadna mandata al confino. Nella completa indigenza, seguendo l’ondata della evacuazione, dopo l’invasione tedesca, il 21 agosto 1941 giunse col figlio a Elabuga, capitale della repubblica socialista dei tatari. Qui si suicidò il 31 agosto. Il suo corpo fu sepolto in una fossa comune.
La poesia è dedicata dalla Cvetaeva a Boris Pasternak, il poeta russo che lei amò per molti anni, cui scrisse centinaia di lettere, senza averlo mai incontrato. Una passione tutta epistolare, ma molto forte.
La distanza o la lontananza è il tema: la misura è una strada lunghissima, semplificata nella ripetizione di verste, miglia – nelle misure russa e occidentale; che per noi sarebbero chilometri e chilometri. Pasternak abitava nella madre patria russa; Marina, dopo la rivoluzione, in esilio, in Francia. E la distanza era incolmabile, la separazione una crudeltà.
E il tempo e lo spazio erano, per la Cvetaeva, i più tremendi nemici della poesia; su di essi si concentrarono le sue meditazioni più dense e dolorose.
La poesia è tratta dalla raccolta “Dopo la Russia”, raccoglie i versi dal 1922 al 1925 ed è stata pubblicata a Parigi. Ha scritto Serena Vitale: “Il trovarsi dopo e fuori della Russia non poteva ammorbidire il suo sovrano disprezzo per lo spazio e il tempo reali; il libro non è cronaca, diario lirico dell’esperienza dell’emigrazione, né trattato della nostalgia e del ricordo”. Del resto Marina Cvetaeva ha scritto
La Russia è in noi, non qua o là sulla carta geografica - è in noi e nei canti...
Il testo è in MARINA CVETAEVA, Dopo la Russia, traduzione e cura di Serena Vitale, Mondadori 1988. Ho scaricato l'immagine da Google-Immagini.
