11. GIOVANNI FRANCESCO MIGNOLI, 1794-1858

Quintogenito di Giovanni Battista e Barbara Tona, terzo maschio, Giovanni Francesco Mignoli nasce a Salina il 23 settembre 1794[1].

Salina, Chiesa di S. Antonio abate

Viene battezzato nella chiesa locale, dedicata a S. Antonio abate, da don Francesco Antonio de Vecchi, prevosto; padrini di battesimo sono Francesco Mignoli fu Giovanni Battista, cugino del padre, e Giulia Pezzali, moglie di Francesco Formici, entrambi del luogo.


[1] AP. Salina di Viadana, Battesimi 1774-1808

GIO. FRANCESCO MIGNOLI, battesimo, AP. Salina

Dopo di lui verranno altri fratelli, la grande Storia svolterà di netto con l’occupazione napoleonica, la famiglia vivrà alti e bassi – come ho già detto – si trasferirà a S. Pietro, subirà una perdita economica, i fratelli Giovanni e Angelico finiranno sotto le armi, Giovanni non tornerà dalla Campagna di Russia, il Congresso di Vienna fa tornare il mantovano sotto gli Austriaci nel nuovo regno chiamato Lombardo-Veneto. Passano gli anni, inevitabilmente.

IL MATRIMONIO

Nel 1818, a 24 anni, Francesco – come viene semplificamente chiamato – si sposa. La sposa è Teresa Caterina Boni, dei Boni di Pomponesco, che si sono trasferiti a S. Pietro, alla corte Rubertella. Teresa è orfana di entrambi i genitori – il padre è morto poco prima, a gennaio – e Teresa, essendo minorenne (ha 22 anni), è sotto la tutela di Giovanni Romedio Bresadola (un ricco proprietario di Pomponesco): è lui che firma l’assenso al matrimonio[1]. Per Francesco, anch’egli minorenne, lo fa il padre[2].


[1] AP. SP. Viadana, Documenti matrimoniali 1815-1821

[2] ibidem

Consenso al matrimonio di Gio. Romedio Bresadola per Teresa Boni
Consenso al matrimonio di Gio. Battista Mignoli per il figlio Francesco

Sono le nuove disposizioni di legge: davanti a un notaio e a due testimoni, i genitori (o i parenti più prossimi o il tutore, come in questo caso) devono sottoscrivere una loro approvazione al matrimonio, anche se questo si celebra in chiesa. Un modo di coniugare il sacro col profano, la Legge civile con la religione.

Le nozze vengono celebrate il 9 luglio 1818 nella chiesa di S. Pietro di Viadana[1].


[1] AP. SP. Viadana, Matrimoni

LA DOTE DI TERESA BONI – 1818-1820

La dote, che Teresa Caterina Boni porta al marito, ammonta a lire 280 circa: oltre al letto di penna con capezzale, lenzuola, federe e coperta, essa comprende venti camicie, due sottane, cinque “socchini” (gonnelle), cinque “giazine uso socchino”, un sottanino, una camisola, nove “scorsalle” (grembiuli, in genere di seta e ricamati), cinque corsetti, due bustini, 3 paia di calze, fazzoletti, alcuni gioielli d’argento e d’oro, un paio di scarpe (finalmente!)[1]brune bone”.

Il tutto contenuto nella solita cassa di noce e in “un cassa banco di noce a tre cassettoni con due levature e manize di otone” (maniglie di ottone e due ribaltine, credo).


[1] Nelle doti, precedentemente consultate, non ho mai visto registrate nessun paia di scarpe, né zoccoli, né pianelle. Anche se immagino che si andasse preferibilmente scalzi, persino la Lucia manzoniana indossava pianelle il giorno del matrimonio!

Inoltre, a norma dei capitoli prematrimoniali, il suocero aggiunge altri beni mobili (abiti, gioielli e un “paio di scarpe nove” – seguendo in questo l’antica tradizione) per un totale di lire 356 circa. È interessante notare la presenza, fra i gioielli, di una “vera d’oro”: è la prima volta che la trovo in un documento dotale.

Una dote, dunque, di lire 636 lire[1].

Oltre a questa, Teresa porta a Francesco una eredità paterna piuttosto consistente. Gli zii, Pietro e Giacomo Boni, dopo la morte del fratello primogenito Stefano, padre di Teresa, dividono i beni comuni (eredità dei genitori, Carlo Boni e Isabella Danini), in tre parti, una per ciascuno; e tutta la parte di Stefano passa alla figlia. La divisione avviene con atto notarile del 3 febbraio 1820.


[1] AS. MN. Notarile, Bongiovanni

Teresa riceve circa lire 1.288, comprensive della dote e di un fondo arativo e vitato, “il campo dei Trabuchelli”, posto in Pomponesco, che misura poco più di 4 pertiche cremonesi (mappa n. 232), del valore di 250 lire circa. Riceve “per le granaglie seminate” nella possessione Bresadola (presa in affitto dal padre e dagli zii nel 1817 per l’anno 1818), altre lire 118 circa di Mantova, con la seguente osservazione: “Il fu Stefano, padre della condividente Teresa, morì in gennaio [1818], previa una lunga malattia. E la Teresa, sua figlia, si maritò verso i primi di luglio 1818. Poco dunque o nulla questi due ultimi vi contribuirono. Le loro competenze quindi si estendono al più sul capitale delle sementi”. Da qui le sole 118 lire.

Data la minore età della giovane, l’eredità viene nel frattempo amministrata del tutore, Giovanni Romedio Bresadola, che gliela cede il 21 giugno 1820, quando Teresa ha da poco compiuto 24 anni. D’ora in poi sarà il suocero a prendersi cura delle sue proprietà.

Vediamo il documento[1].

Davanti al notaio, Teresa è presente col marito e il suocero. Quest’ultimo (l’unico letterato dei tre) dichiara di avere “diligentemente esaminati li conti della stessa amministrazione e di averli riscontrati giusti e vantaggiosi alla tutelata o maggiori di ogni eccezione in modo che il più diligente ed avveduto padre di famiglia non avrebbe potuto fare di più”. Quindi, tutti loro manifestano una vera riconoscenza al sig. Bresadola “per la premura e gli incomodi avuti in detta amministrazione e per li vantaggi non di poca entità procurati alla tutelata”.


[1] AS. MN. Notarile, Bongiovanni

Nel finale dello stesso documento, Giovanni Battista Mignoli ripromette di garantire alla nuora i beni mobili della dote, riguardo a “conservazione e restituzione”; ma, riguardo ai beni presenti, “non vuole … essere garante e responsabile” poiché ritiene che la nuora, e lei sola, abbia il diritto “di amministrarli e disporne tanto tra vivi che per ultima volontà come più a lei parerà e piacerà”.

Gio. Battista dimostra, in tal modo, una ampiezza di vedute molto moderna. Lasciare che una donna amministrasse il proprio patrimonio, non era previsto nemmeno dal, pur rivoluzionario, Codice Napoleonico. La donna era considerata incapace in materia finanziaria, per cui il suo patrimonio doveva essere fatto fruttare da un uomo (padre, suocero, marito, fratello, cognato).

Ma Teresa Boni mi sembra una donna di carattere, volitiva, in qualche modo indipendente.

In effetti, il 4 settembre 1820, “regnando l’Imperatore Francesco Primo, nostro clementissimo Sovrano”, presso il notaio Bongiovanni, Teresa sola, in assenza del marito “non intervenuto perché ammalato”, concede in prestito a Fabiano Berselli lire 443:40, “a titolo di mutuo al frutto convenzionale del 5% all’anno”, per la durata di due anni.

Interessante la descrizione degli “effettivi denari di sua ragione estradotale pervenuti nelle divisioni seguite fra i suoi zii”:

  • n. 70 pezzi d’argento da £ 5 = lire 350
  • n. 1 ½ sovrana d’oro da 35.14 = lire 52:71
  • n. 1 luigi d’oro Francia = lire 23:55
  • n.2 tallari a 5.20 = lire 10:40
  • n. 1 scudo Milano = lire 4:60
  • valuta = lire 2:14[1]
    In totale, lire 443:40.

    [1] La valuta è una unità di scambio; anche termine generico per indicare le monete in circolazione.

Fabiano Berselli si impegna a rendere il capitale “in sole valute d’oro e d’argento coniate di corso e peso legale” in una sola rata, insieme al frutto di lire 22:17. Intanto ipoteca a favore di Teresa Boni “una pezzola di terra arativa vitata alberata di biolche due”, posta a San Pietro, nel quartiere Ronconovo.

Due anni dopo, il 2 marzo 1822, Teresa vende “il campo dei Trabuchelli”, posto in Pomponesco, a don Vincenzo Azzi, sacerdote e prevosto in Cizzolo[1]. Col consenso del marito “che vi presta in quanto occorre ogni ampia autorizzazione”, Teresa “per sé e suoi eredi di sua propria libera ed allodial ragione ereditaria paterna”, vende la pezza di terra arativa, vitata, ed arborata di pertiche quattro e tavole sedici, misura cremonese” (in mappa n.232), per il prezzo di lire italiane 955:13:6, pari a lire mantovane 3733:6:8.


[1] AS.MN, NOTARILE, notaio Ruggenini Pietro, busta 8337, atto n.1710

Il 29 maggio 1822, la stessa Teresa compra tre biolche di una terra arativa, vitata e alberata, da Nicola Tizzi. Il terreno si trova in Villa San Pietro, nel quartiere Zappellazzo, e costa lire italiane 1483:87 (lire vecchie mantovane 5800). Teresa ha già pagato lire italiane 1352:65 (65 sono centesimi) in valute d’oro e d’argento, pervenute alla compratrice “per eredità del defunto genitore”. Il restante denaro verrà dato entro il San Michele di quell’anno, quando “potrà godere del fondo” e di tutte le “invernaglie”.

ANNI 1817-1833

Dal 1817, come ho già detto riguardo a Gio. Battista, tutta la famiglia Mignoli si era spostata nel borgo di Santa Maria di Viadana, parrocchia di Santa Maria Annunziata – e qui il mio lavoro di ricercatrice si fa complicato perché, finora (gennaio 2026), non ho potuto consultare quell’archivio parrocchiale, né averne informazioni da altri. E ne avrei proprio necessità: perché qui nascono i primi figli della coppia. Quanti? Di sicuro – registrati in documenti successivi – tre:

  • Stefano, il primogenito, il cui nome rinnova quello del nonno materno – nasce a S. Maria il 1 agosto 1819, poco più di un anno dopo il matrimonio[1];
  • Angelo, nato forse nel 1821;
  • Elena Maria Cleofe – il cui nome rinnova quello della nonna materna, Elena Migliorini – forse nel 1829.

[1] AS. MN. SC. Virgilio,

Francesco e Teresa – anche tramite i denari da lei portati in dote – cominciarono ad acquistare proprietà.

Nel febbraio 1824 Francesco compra una biolca di terraarativa, vitata e alberata”, nel quartiere Cagnola, sotto la parrocchia di S. Pietro (in mappa censuaria n. 3836[1]) da Antonio Tona (nonostante il cognome, non parente della madre). Il prezzo è di lire italiane 500. C’è una clausola: il venditore si riserva di recuperare la proprietà entro un anno, restituendo la somma. Nel frattempo, Francesco non potrà cambiare il metodo di coltivazione e – seccandosi qualche albero – avrà l’obbligo di piantarne della stessa specie[2]. Non ho notizie che la terra sia rimasta in mano di Francesco.

L’anno dopo, il 30 maggio 1825, Francesco compra poco più di 4 biolche di terraarativa, vitata e oppiata e in poca parte alberata”, nel quartiere Ronconovo (in mappa censuaria al n. 4065[4]). Interessante è il valore riportato nel contratto. La terra costa, alla biolca, 1.500 vecchie lire di Mantova, cioè il corrispettivo di lire austriache 441 circa: in tutto poco più di 6.000 vecchie lire di Mantova e cioè 1778 lire austriache c.

Si veda come, accanto all’antico valore delle lire mantovane, con cui probabilmente ancora contavano i contraenti di un rogito, gli austriaci volevano imporre nel Lombardo-Veneto una loro monetazione.[1]


[1] La riforma della monetazione poté essere imposta solo nel 1822, perché all’epoca della fondazione del regno, nel 1815, nel Lombardo-Veneto circolavano ancora le valute francesi e i pesanti debiti, contratti in guerra, non permettevano un’immediata coniazione. Le nuove monete furono: sovrana, scudo nuovo, lira austriaca, centesimo.

10 centesimi, lira austriaca, 1852
Sovrana, 1831

Torniamo al contratto: Francesco dovrà pagare 4.000 lire entro l’anno, il rimanente entro il S. Michele 1827, con frutto del 5% annuo alla venditrice, Cecilia Vecchi Agosta. Il 13 ottobre 1825 Francesco entra in possesso della terra “con tutte le clausole, diritti, usanze, pertinenze, servitù attive e passive”


[1] AS. MN. Catasto teresiano, Viadana

[2] AS. MN. Notarile, Vitale Bongiovanni

[3] AS. MN. Notarile, idem

[4] AS. MN. Catasto teresiano, Viadana

Tutta la famiglia Mignoli, dopo una dozzina d’anni, forse nell’autunno del 1829, torna nella casa di S. Pietro. Francesco e Teresa in una abitazione a parte, ma nello stesso borgo della famiglia, forse nella stessa corte; e con i beni ancora in comune, sotto la direzione di Giovanni Battista.

Poi, il 6 novembre 1830, Francesco compra terra e anche casa. Nel momento della stesura dell’atto è presente anche il padre. Ed è forse in questa occasione che Giovanni Battista presta al figlio quelle 679 lire che compaiono nell’atto di divisione dell’eredità paterna nel 1833[1]. Il dettato è chiaro: Francesco paga “con danari che dichiara di aver avuto dal padre Giovanni Battista qui presente, che gliele [le lire] ha date e sborsate in conto di sua porzione legittima[1].


[1] AS. MN. Notarile, Ruggenini

Dunque: Francesco compra da Paolo Tinelli un terreno, posto sotto la parrocchia di S. Pietro, di 6 pertiche e 6 tavole di terra “arativa vitata e alberata” con casa sopra. La casa è composta da

  • un andito,
  • due camere al piano inferiore e superiore,
  • una “scala d’assi”,
  • e un camerino al secondo piano,
  • un solaio “morto”,
  • una cantina “dietro la camera inferiore a terreno”,
  • una stalla,
  • un “locale intermedio tra la casa e la stalla”,
  • un fienile e un pozzo[2].

Il prezzo convenuto, per “casa e fabbricati”, è di lire mantovane 6.300 (in austriache lire 1.800)


[1] AS. MN. Notarile, Giuseppe Antonio Albé

[2] AS. MN. Notarile, Ruggenini; riguardo alla proprietà, si veda in Catasto teresiano, Viadana, in mappa censuaria nn. 2925-2931.

LA FAMIGLIA

Stato delle Anime 1830 (AP San Pietro, Viadana)

In uno Stato delle Anime del 1830[1], la famiglia di Francesco risulta residente al n. 859, in “casa propria”, ed è così composta:

  • Francesco Mignoli di anni 35
  • Teresa Boni di anni 34
  • Loro figli: Stefano di anni 10
  •                 Angelo di anni 8
  •                  Elena Maria Cleofe di anni 1

Ed è nella parrocchia di S. Pietro che nascono

  • Giovanni Battista Serafino, l’11 ottobre 1830, nell’abitazione al n. 859. Il bambino, chiamato come il nonno paterno, non vive che un anno: il 24 ottobre 1831 muore per “verminazione”[2].
  • Barbara (o Barbera, come viene registrata nell’atto di nascita) che porta il nome della nonna paterna – o forse della madrina – nasce a S. Pietro il 7 maggio 1833. Al battesimo ha per padrini Omobono Anzola e Barbera Camurati, della stessa parrocchia[3]

Non so se altri figli nascano a Bellaguarda – dove Francesco si trasferisce per un certo tempo, almeno dal 1834 al 1839. Anche questa è una indagine da fare.


[1] AP. SP. Viadana, Stati delle Anime, 1830

[2] AP. SP. Viadana, Morti

[3] AP. SP. Viadana, Battezzati

Stato delle Anime 1833 (AP San Pietro, Viadana)

In un successivo Stato delle Anime del 1833, la famiglia ha gli stessi componenti e, in più, la piccola Barbera, nata da poco[1].

Frattanto erano morti Gio. Battista Mignoli e Barbara Tona, padre e madre di Francesco.


[1] AP. SP. Viadana, Stati delle Anime, 1833

L’EREDITÀ PATERNA

Nel documento del 31 agosto 1833[1], riguardante il progetto divisionale dell’eredità paterna, risulta – come ho già detto – che Gio. Francesco aveva già ricevuto dal padre la somma di lire 679, le quali gli vengono scontate da competenze e legittima: delle previste 1555:16 lire, deve quindi egli sottrarre il debito paterno, la dote della moglie (lire 321:22), una parte dei debiti familiari (per il medico chirurgo lire 13:60, per la celebrazione di 38 messe lire 49:50, e per altri debiti, lire 50:65).


[1] AS. MN. Notarile, Giuseppe Antonio Albé

In base al progetto, egli non riceve beni immobili, ma tutti beni mobili così suddivisi:

  • In attrezzi agricoli: una vanga, una catena da trazza e un legname da greggia (greppia), una zoncola da buoi, una scure, una misura da tre quarti, 4 verzelle, una bronza di libbre 9,9 con coperchio, una segazza di libbre 13,6, una graticola di ferro, un mastello da strutto, un giogo da buoi fornito, un carro sferrato con buccole e sparsoni, un erpice;
  • In generi alimentari o di necessità: 1/3 di quarte 10 linosa, libbre 3 di stoppa, metà dei polli, un sacco di frumento ecc.
  • In abiti e biancheria: una coperta di filo quadrettata, quattro lenzuoli, quattro tovaglioli di tela;
  • In suppellettili e oggetti per la casa: quattro banche da letto, un cassa banco antico rifinito d’ottone, un pagliericcio di tela grossa, un materasso di penna di libbre 156, due lumi di ferro, una cassa di noce con coperchio fesso e chiave;
  • In cose diverse: una scala rotta, una corda da bucato, la metà di pesi 3 di libbre 3 di canose, idem di pesi 3 maschio, una botte di brente 24, un’altra di brente 18, una corda da carro con girella di legno, un tinazzo di sogli 75, una tinazza di pioppo, una vinarola nuova di pioppo, una carriola, un limoncello ferrato, etc.

Come si può notare (pur nella sommarietà dell’elenco) molti oggetti e attrezzi ci parlano di lavori agricoli e di una casa (quella paterna) non propriamente ricca, ma ben fornita.

Dall’eredità materna (la madre era morta l’11 giugno 1833) riceve ancora alcuni beni mobili: un sacco di frumento e uno di frumentone, e un certo quantitativo di denari.

In quel periodo Francesco abita a Bellaguarda e il lavoro nelle terre di là doveva rendere bene se, nel novembre 1838, compra poco più di una biolca di terrenoaratorio e vitato”, confinante per un lato con quello della moglie, nel quartiere Zappellazzo di Villa S. Pietro. Lo paga 672 lire austriache in “buone valute d’oro e d’argento”[1].


[1] AS.MN. Notarile,

IL 1839

È l’anno di una spaventosa inondazione dell’Oglio e del Po.

In ottobre tutto il territorio di Viadana, con quelli di Pomponesco e Dosolo è sommerso.

Molti abitanti del posto prestano soccorso a Villa S. Maria e al Carrobbio Inferiore di S. Pietro, “scalando le abitazioni scosse dalla corrente”, per portare in salvo vecchi e impotenti. Gli agricoltori conducono sugli argini il bestiame, sotto piogge a dirotto che continuano fino alla fine di novembre. Diverse case sono travolte dalla furia delle acque: molte rovineranno, altre resteranno pericolanti, tutte saranno malsane, a causa dell’umidità, per anni.

Da tutta la Lombardia arrivano soccorsi in denari e in generi di prima necessità, ma la rovina è veramente grande e occorrerà molto tempo prima che l’economia possa riprendersi[1].

Una testimonianza diretta ci viene dal parroco di Salina[2], don Angelo Boldrini, che registra il battesimo di due bambine del luogo in parrocchie diverse. La prima è battezzata il 18 novembre a Pomponesco “perché l’acqua dei fiumi Oglio, Delmona, Navarolo [questi ultimi sono canali, in realtà] inondarono ieri tutta questa frazione e parimenti la chiesa parrocchiale all’altezza di braccia due (m. 1,20)”; la seconda neonata è battezzata tre giorni dopo a Buzzoletto “perché l’acqua dirotta e continua” aveva alzato il livello delle acque nella chiesa (di Salina) fino a “braccia tre (m. 1.80)”. E prosegue: “Il giorno 4 dicembre incomincia la seconda inondazione la quale giunse all’altezza di braccia tre fino ai sette (m. 4,20) e durò fino al giorno 25 dicembre”.

Poco dopo, in una sorta di memoriale, don Boldrini così riassume la situazione:

In tempo delle due inondazioni la messa festiva si celebrava in Buzzoletto. In tempo della prima inondazione il SS. Sacramento fu posto nella camera superiore della sagrestia, ma siccome questa minacciava di qualche pericolo […] fu trasportato nella chiesa parrocchiale di Buzzoletto per un battello […]. Per la seconda inondazione poi fu il SS. Sacramento collocato nella cantoria di questa chiesa parrocchiale e si aveva l’ingresso per la porta grande entrando in chiesa con una benassa e un battello. I poveri di questa parrocchia, che rimasero inondati furono mantenuti pel corso di 40 giorni dalla Pubblica Beneficenza di Viadana, la quale dava loro libbre 2 (6 hg) di pane al giorno per ciascun individuo. Sette famiglie furono costrette a sloggiare, perché crollarono le loro proprie abitazioni e rimasero perciò prive di tutto e le altre, fuori dei bestiami, rimasero ferme nelle proprie abitazioni in grave pericolo di sommergersi tanto per l’inondazione, quanto per le onde impetuose dell’acque che erano continuamente agitate da un impetuoso vento che durò per il corso di giorni quattro. Il giorno di S. Lucia 13 dicembre 1839 a Dio piacque di liberarci da sì grave disastro. Le acque incominciarono a lentamente abbandonare questa nostra valle, ed il giorno finalmente del S. Natale si scoprì il pavimento di questa chiesa parrocchiale, si celebrò il sacrificio della S. Messa e così successivamente negli altri giorni […] Il parroco e popolo unitamente fecero voto annuale di fare celebrare” ogni 13 dicembre “un Ufficio solenne a suffragio delle Anime Purganti con Messa pure solenne ad onore di S. Lucia”.

Un appunto a proposito delle opere di beneficenza: “Taccio gli insulti, gli strapazzi, le persecuzioni, gli improperi, i disonori che lo scrivente parroco si cagionò nella distribuzione del pane, dai male intenzionati che ingiustamente pretendevano soccorso[3].


[1] PARAZZI cit., vol. 2, p. 249

[2] La testimonianza in AP. Salina di Viadana, Battezzati vol. VI, alle pp. 135-136

[3] ibidem

LE PROPRIETÀ DI FRANCESCO

Torniamo a Francesco. Oltre alle proprietà accennate, non abbiamo altri documenti che ci parlino di ulteriori acquisti o vendite. Il fondo notarile dell’Archivio è muto per lui per i successivi suoi vent’anni di vita.

Dal Catasto del Lombardo-Veneto[1] emergono tuttavia altri dati.

Nel 1847, il 25 aprile, Francesco riceve due appezzamenti dell’eredità paterna (mappa censuaria nn. 582 e 585). L’unica spiegazione è che sia stata dichiarata la morte presunta del fratello Giovanni, dopo 35 anni dalla sua scomparsa nelle steppe russe, e che la di lui eredità sia passata a Francesco, poiché – al momento dell’adempimento del progetto divisionale – quei terreni gli erano stati assegnati da coltivare e conservare, sempre in vista del ritorno del fratello.


[1] AS.MN. Catasto del Lombardo-Veneto, Partitari, Viadana

NELLA STORIA: GLI ANNI 1847-1848

Nel 1847 il nodo della grande carestia europea viene al pettine. L’aria generale è di rivolta: contro l’ordine costituito qualunque esso sia. Persino nella placida Viadana gli animi cominciano ad infiammarsi di “amor di patria” – come si diceva allora. Secondo la testimonianza del Parazzi, anche per le contrade viadanesi “si cantava l’inno a Pio IX” e, per contrastare l’erario, “ci si asteneva dal fumo e dal gioco del lotto[1].

E poi fu il Quarantotto: mezza Europa si sollevò. Dopo l’insurrezione di Venezia e Milano, e la discesa in guerra del Piemonte di Carlo Alberto contro l’Austria nel Lombardo-Veneto, l’esercito austriaco si ritirò nel Quadrilatero che comprendeva Mantova, sì, ma non la maggior parte della provincia.

[1] Per queste e per le notizie seguenti, si rimanda a PARAZZI cit., vol. 2 pp. 258-272

A Viadana, come in altri paesi e città della Lombardia liberata, fu creato un Comitato per dirigere il movimento nazionale. Il 20 marzo, la folla scese in piazza al grido di “morte al ladro Luzzani”, commissario austriaco, che fuggì a Mantova. La stessa folla, purtroppo, si lasciò anche andare a episodi di intolleranza nei confronti degli ebrei, considerati favorevoli agli austriaci. Il Comitato organizzò allora la Guardia Civica per mantenere l’ordine.

Intanto dalla Toscana giungevano schiere di volontari, giovani studenti e professori, per combattere gli austriaci. Il 17 aprile erano accampati a Brescello, il 23 aprile raggiunsero in barca Viadana. Enrico Mayer, un professore toscano –racconta il Parazzi, che ha assistito al fatto – “non appena messo il piede a terra, s’inginocchia e bacia il suolo lombardo, chiamandolo sacro[1]. Fu un momento di commozione: tutti gli arrivati imitarono quel gesto.

I volontari partirono il giorno dopo per il fronte. il 13 maggio, in un primo scontro con gli austriaci, molti volontari caddero morti o feriti, per cui fu necessario approntare soccorsi e ospedali. A Viadana si aprirono due centri di soccorso: uno nel vecchio ospedale civico dei Cappuccini, l’altro nel convento di S. Croce.

Battaglia di Curtatone e Montanara

Scontro di Sommacampagna

Il 27 maggio il Comando militare di Brescello annunciava al Comitato viadanese che l’indomani avrebbero passato il Po altri “200 Civici fiorentini colla ufficialità interessando il Municipio di apprestare buoi pel tiro delle zattere e porti[1]. Il 29 maggio, nella battaglia di Curtatone e Montanara, i toscani furono duramente sconfitti e si sbandarono. Il Municipio di Viadana venne invitato, dal comandante dei bersaglieri volontari toscani, a far sì chetutti i volontari che fossero qui in luogofossero traghettatiin Brescello. Gli ospedali militari, affollati di feriti, non bastavano più, gli ufficiali furono allogati presso famiglie agiate. Si raccoglievano camicie, lenzuola, bende e filacce.


[1] Viadana, Archivio comunale, citato da Parazzi, cit.


[1] PARAZZI, cit., testimonianza diretta di don Parazzi.

[2] Viadana, Archivio comunale, citato da Parazzi, cit.


Il chirurgo in Capo dell’Armata toscana, Ferdinando Zanetti, venuto a visitare gli ospedali, con foglio del 4 giugno, esprimeva la sua piena gratitudine al municipio per la sollecita cura che si è dato per l’attuazione di uno Spedale dei feriti eretto con esemplare filantropia. A guerra finita, il capo di Stato Maggiore della legione toscana, con foglio del 24 luglio 1848, dichiarò che “da questa popolazione, e dalle locali Autorità furono accolte le truppe Toscane con tratti di simpatia non riscontrabili in altro paese, per lo che l’armata tutta ne conserva gratissima e indelebile memoria[1].

A Viadana si pianse la morte di due volontari: Giuseppe Spezia e Luigi Montini, caduti sotto Vicenza.

Scontro di Volta Mantovana

Dopo la sconfitta piemontese a Custoza, nel luglio ‘48, gli austriaci rioccuparono tutta la provincia, tutta la Lombardia. Il 6 agosto Radetzky entrava in Milano, tre giorni dopo fu firmato l’armistizio di Salasco. I pochi feriti napoletani o toscani dell’ospedale viadanese, presero la via di Brescello.

Fu un triste risveglio. L’economia del Comune era in passivo: si erano contratti debiti di guerra; i poveri, privi di lavoro, chiedevano sussidi; per le campagne si infittivano ladrocini e delitti. Il Municipio si attivò per disporre di sussidi ai più poveri e provvedere a lavori stradali per i disoccupati.

A fine anno, gli austriaci imposero una nuova contribuzione in tutta la provincia; la quota che doveva versare Viadana era di L. 189.298:80, da pagarsi in 6 rate dal gennaio 1849. Ne furono gravati soprattutto i possidenti.

Numerosi decreti, tra la fine del 1848 e i primi mesi del 1849, emanati da Radetsky e dal governatore di Mantova, crearono un pesante clima di terrore.


[1] Ibidem, il documento è conservato presso l’Archivio Comunale di Viadana.

GIO. FRANCESCO DOPO IL QUARANTOTTO

Che ruolo ebbe Gio. Francesco Mignoli in tutto questo? E soprattutto: ebbe un ruolo?

Credo proprio di no. Non era più giovane (aveva 54 anni), non aveva studiato (e sappiamo che i moti del ’48 ebbero una matrice borghese e intellettuale), nessun documento ci mette sulla strada di un diretto coinvolgimento, suo o dei suoi figli, nei moti del Quarantotto. In più, le battaglie si svolgevano lontano dal Viadanese, per cui non si trattava nemmeno della salvaguardia della propria roba e della propria casa. Tale, per secoli, fu la mentalità contadina.

Negli anni successivi, comincia il declino della famiglia.

Non ho trovato alcun documento che ne spieghi, in qualche modo, le ragioni. Non c’è nessun notaio che, nel periodo, curi gli affari di Gio. Francesco. Un appunto sui Partitari mi rimanda al notaio Boina, la cui documentazione è conservata presso l’Archivio di Stato di Cremona. Un altro breve appunto in un Indice delle Parti (assai incompleto), mi rimanda a un altro notaio, Carnevali, la cui documentazione, nonostante i tempi siano scaduti, non è ancora stata versata all’Archivio di Stato di Mantova.

So solo che, nel giro di vent’anni, il primogenito di Gio. Francesco, Stefano, se ne andrà dal Viadanese senza possedere nulla.

Nell’aprile del 1854 le ultime terre dell’eredità paterna vengono registrate, nel Partitario del Catasto del Lombardo Veneto, come appartenenti a Giuseppe Mozzi fu Carlo[1].

Nel dicembre dello stesso 1854, il terreno del quartiere Zappellazzo risulta di proprietà di Giuseppe Tizzi[2].

Mancando la documentazione, per capirne un po’ di più, devo di nuovo rivolgermi alla Storia.


[1] ibidem

[2] ibidem

IL DECENNIO 1849 – 1858

Alcuni dei Martiri di Belfiore

Questo decennio viene ricordato per la dura repressione politica, da parte del regime austriaco, uscito dalla prima guerra d’indipendenza arrabbiato e rancoroso. Per quanto riguarda la provincia mantovana, basti pensare ai “Martiri di Belfiore”, undici patrioti italiani (in parte mantovani) e mazziniani, condannati a morte per impiccagione, tra il 1851 e il 1855. Le esecuzioni avvennero a Mantova, nella Valletta di Belfiore, sulle sponde del Lago Superiore.

Edoardo Matania, I martiri di Belfiore a Mantova, xilografia

Lo stato di polizia, imposto al Lombardo-Veneto, portò a migliaia di impiccagioni e fucilazioni, a oltre quattromila condanne al carcere per ragioni politiche, e ad altre migliaia di requisizioni dei beni degli espatriati.

Anche a Viadana, numerosi cittadini erano tenuti d’occhio dalla polizia, sospettati di essere in possesso delle cartelle del Prestito nazionale italiano, voluto da Mazzini. Il parroco di San Pietro, don Angelo Aroldi, fortemente sospettato di essere mazziniano, venne trasferito; il prevosto di Cizzolo, don Cesare Bozzetti, già allontanato dalla parrocchia, venne arrestato e condotto alle carceri del Castello di Mantova. Ne uscì qualche mese dopo e fuggì dal Regno.

Ma ciò che colpì, gravemente e indistintamente, la popolazione, fu una serie di pesanti tributi e imposte straordinarie per l’intero decennio.

Gli Austriaci, risentiti per il tradimento del ’48, trattarono il Lombardo-Veneto come una colonia, prosciugandone le risorse. Nel 1850 fu ordinato un contributo, “per imposte ordinarie e straordinarie”, di lire 49.196.584 (quasi 50 milioni, una cifra assurda), che finirono col pagare i possidenti, grandi e piccoli, e i commercianti.

Nel 1854, nel periodo della Grande Carestia, il governo richiese al Regno altri 120 milioni di lire; 12 milioni e 840mila lire dovevano essere date dal Mantovano. E non si era che all’inizio.

Già nei primi anni Cinquanta le condizioni del territorio erano spaventose, grande la miseria; era riapparsa la crittogama sulle uve, accompagnata dall’atrofia dei bachi da seta: una tragedia per chi cercava di ottenere un qualche guadagno con la bachicoltura domestica. Erano seguite grandinate devastatrici.

Così si arrivò alla Grande carestia del biennio 1853-54.

Nell’annata agricola 1853 la raccolta del grano fu “scarsissima“, molto inferiore alla media degli anni precedenti. Seguì ovviamente un raddoppio del prezzo, con le conseguenze che possiamo immaginare. La carestia, sofferta tra la fine del 1853 e il primo semestre del 1854, indebolì i corpi delle classi più deboli che non seppero affrontare l’epidemia di colera tra la popolazione. Cominciata nel luglio, l’epidemia durò tre mesi e fece 123 vittime a Viadana; ma ben 4229 nella provincia. Ai primi casi, il Comune allestì nel vecchio Ospedale dell’ex convento dei Cappuccini, un Lazzeretto, e cercò di provvedere di sussidi le famiglie dei colpiti dal morbo.

Invece di intervenire con un alleggerimento fiscale, il governo austriaco, con Decreto ministeriale, obbligò i Comuni a prendere provvedimenti per tranquillizzare la classe povera, che minacciava sommosse. Fu fondata una Commissione di Beneficenza che cercò di coinvolgere i principali possidenti, affinché tenessero disponibile una certa quantità di granoturco, per farne farina da distribuire ai poveri, al prezzo di 10 centesimi la libra; l’Amministrazione comunale avrebbe poi colmato la differenza.

Intanto il Comune avviò una serie di lavori pubblici: la sistemazione delle strade comunali, il restauro delle chiaviche dell’Argine di dietro e degli Otto Ponti, degli argini e degli scoli, la cui scarsa manutenzione aveva prodotto gravi danni al territorio. Tuttavia, con l’autunno, la piena dei fiumi impedì i lavori stradali e il Comune, temendo la sommossa dei disoccupati, deliberò di procedere velocemente al riordino di altre strade interne (le cosiddette Pavesina, Vangolo e Scurta Beffa).

Per più giorni, i braccianti, piantati sulla piazza coi loro attrezzi di lavoro, chiedevano pane, minacciando i possidenti e assediando le case dei benestanti.

Fiorirono allora iniziative da parte della Chiesa locale: fu creata una Casa di lavoro e d’industria perché, considerato il decadimento dell’antica industria paesana delle tele (le famosissime tele di Viadana), i disoccupati potessero essere impegnati in lavori di tessitura e filatura; fu aperta una Casa di provvidenza, su iniziativa dell’arciprete Parazzi e la generosità dei compaesani che la dotarono di letti, biancheria, utensìli, commestibili e denaro. Annota a tal proposito lo stesso Parazzi: “anche in questo, come in altri casi miserevoli, si segnalò la pietà dei nostri concittadini Israeliti”. Ciò portò un certo sollievo, ma la miseria andava incisa nel profondo. E solo il governo poteva farsene carico. Ma Vienna aveva ben altro a cui pensare.

In tutta la provincia erano talmente tante le situazioni di miseria, dovute alle “gravezze straordinarie”, che la Camera di Commercio di Mantova si vide costretta a rivolgersi al governo austriaco – era probabilmente il 1857 -, specificando:

  • che l’attuale misura dell’imposta [quella sui terreni] è la principale ragione che impoverisce la provincia, perché vengono colpiti soprattutto i prodotti del suolo e inaridiscono in tal guisa la fonte,
  • la quale fonte – la terra – che unica in Lombardia dà vita all’industria e al commercio, i quali col loro scadimento concorrono a rendere più povera l’agricoltura stessa;
  • che la diminuzione di rendita procurata dalle contribuzioni troppo gravose costrinse i possidenti a scemare le spese consacrate alla coltura dei loro terreni;
  • che la diminuzione di profitti fa diminuire le spese del lusso e dell’agiatezza restringendosi alle più necessarie;
  • in modo che si assiste alla ruina delle arti e dei mestieri, ed in conseguenza la miseria delle classi che vi si dedicarono (artigiani e commercianti);
  • che le imposte avevano colpito gli esercenti nel 1854 con L. 82.700 c., nel 1855 con L. 86.600 c., nel 1856 con L. 90.600 c.

La relazione si concludeva domandando che fossero al più presto diminuite le imposte e levata del tutto la tassa sulla rendita.

A tale appello non seguì nessuna risposta, le tasse e i balzelli continuarono, le popolazioni immiserirono.

LA MORTE DI GIO. FRANCESCO

E adesso abbiamo forse capito le ragioni alla base dell’impoverimento di Giovanni Francesco:

  • l’imposta sui terreni ha innescato la situazione di miseria generale perché sono colpiti soprattutto i prodotti del suolo;
  • le contribuzioni troppo alte hanno impedito ai possidenti di investire denaro per migliorare le colture dei loro terreni.

Francesco Mignoli muore “in casa sua”, al n. 339 di Villa S. Pietro di Viadana, il 17 settembre 1858 a causa di una “adenite intestinale[1]. Avrebbe compiuto 64 anni pochi giorni dopo.

Non ci è pervenuto nessun testamento.

Lasciava la moglie e quattro figli: due maschi e due femmine.


[1] AP. SP. Viadana, Morti 1854-1866

FINE