3. GIOVANNI I MIGNOLI

1520 c. -1582

Figlio di Battista e di Maddalena Berzoni, nasce con ogni probabilità nella casa paterna a Buzzoletto, intorno al 1520-1521. Un documento notarile del 1542 lo dice, infatti, in età di 19 anni. Rimasto orfano nel 1530, quando ha una diecina d’anni, passa col fratello sotto la tutela dello zio materno, Rinaldo Berzoni, e di Francesco Pegoraro (secondo quanto stabilito dal testamento paterno).

Il ducato

Nel 1530 il marchese Federico Gonzaga ottiene dall’imperatore Carlo V, il titolo di duca di Mantova e marchese di Viadana. Viadana riesce dunque a mantenere, all’interno dello Stato gonzaghesco, una sua autonomia o, perlomeno, un riconoscimento della sua storia separata.

Sposando poi Margherita Paleologo, che gli porta in dote il Monferrato, Federico diventa anche duca di quel territorio. Magro acquisto poiché – come scrisse il Muratori – il Monferrato divenne “un mantice di guerra nei futuri destini d’Italia”.

Con proclama del 30 maggio 1530 (col quale si tentava di risolvere il problema del dissesto finanziario), Federico riconosce che, in “questi anni passati”, il dominio è stato “oppresso da gravissime carestie di vettovaglie”, tanto che “molti sono morti di fame”; ed è stato “vessato da crudelissima peste”, che “grandissima quantità d’huomini ha morto”. In più parti la popolazione è minima e ha “quasi tutti i suoi beni consumati, ridotta a somma inopia”. È una presa di coscienza degli eventi del recente passato, tuttavia quasi nulla si faceva per risolverlo; anzi, le tasse restavano troppe e troppo alte.

La situazione del Viadanese, in effetti, è pesante: scoppiano gravi disordini, durante i quali viene bruciato in gran parte l’edificio del Castello. Del resto, contadini e piccoli proprietari, per pareggiare i conti con il fisco, erano costretti a vendere il bestiame e le poche granaglie – vista la crisi generale – a basso prezzo. In tanti abbandonavano la terra per arruolarsi nelle varie fazioni in guerra, oppure si davano alle ruberie, alle violenze, a gratuiti atti di teppismo (taglio di alberi e di viti nelle proprietà altrui). Molti impegnavano a usura quel poco che avevano presso i banchieri ebrei.

In seguito, il duca diede la licenza di fondare il Monte di Pietà, che fu aperto nel 1535; con la concessione che si pagasse un interesse del 6% sui pegni, secondo il regolamento del Monte di Pietà di Mantova, fondato fin dal 1486.

Nel 1540 Federico II Gonzaga muore.

Il cardinale Ercole Gonzaga e la duchessa Margarita, reggenti del futuro duca ancora minorenne, si provano ad aiutare i viadanesi. Con decreto del 16 settembre 1540 li esonerano dal pagare alcune tasse, fra cui quella per “argini e cavamenti [scavi]” poiché non c’era terra “ch’abbia più bisogno di cavamenti di loro né più gravezza de arzeni”. Un onesto riconoscimento dei problemi del marchesato.

Passano pochi anni dal 1530, e muore la madre, Maddalena Berzoni. Le sorelle di Giovanni, Catarina e Domenica Mignoli, si maritano (del caso incerto di Domenica ho già detto).

Nel 1534 Giacomo si sposa. I due fratelli continuano a convivere in comunione di beni.

Altri pochi anni e si ritrovano “senza parenti”, tanto che nel 1542 affrontano il loro primo rogito ancora minorenni (ne ho parlato precedentemente). E non è forse un caso che vendano della terra. L’azione sembra riflettere la situazione del marchesato in quel tempo.

Venti di Riforma

Un altro problema, piuttosto pesante, è destinato a coinvolgere il territorio. Il 24 marzo 1541, una grida dell’Inquisitore di Mantova accusava:

[si è] inteso che in questa terra e giurisdizione di Viadana, et per le case et per le piazze et in altri luoghi et pubblici et privati, molti disputano e ragionano della Podestà del Pontefice, delle pitture dei Santi, del Digiuno, della Confessione, del libero arbitrio, della predestinazione, del Purgatorio et di molte altre cose, delle quali a loro non tocca di disputare, havendo essi solamente da stare cheti ai precetti, comandamenti et declarazione della SS. Romana Chiesa, nelli quali loro ragionamenti o privati o pubblici che essi siano molti defendono, ovvero tengono delle opinioni contro la detta Chiesa …”

Seguivano l’elenco delle pene corporali e pecuniarie per coloro che si macchiavano di una tale colpa.

Nel gennaio 1545, essendosi il problema non ridotto, ma ampliato, le stesse pene vengono estese a tutto lo Stato mantovano. Tra le “vittime” viadanesi, emerge solo il nome dello speziale Viano Viani che, con altri concittadini, il 15 novembre 1550 abiurò “come eretico formale”.

La Riforma luterana si faceva sentire anche qui. E nel 1542 si era aperto il Concilio di Trento per una robusta Riforma cattolica.

Esondazione del Po

Sempre in quel 1541, il 24 settembre il Po scavalca gli argini a Viadana, Dosolo e Pomponesco. Tutto è allagato, nelle campagne numerose case sono cadute e “alcuni homeni” sono annegati. Nel mese di ottobre la situazione è analoga. Scrive il marchese Capilupi, governatore di Viadana:

[il Po ha] “rotto più di 30 pertiche a Cavallara” e non si potrà seminare perché prima bisogna rifare 300 pertiche di argine nel Viadanese e più di 100 a Dosolo. In certi luoghi l’acqua è alta 11 o 12 braccia, almeno 7-8 fuori dell’argine della Salina, di dentro sono rovinate trenta case, gran parte dei fienili è sott’acqua, tutti i pagliai sono dentro l’acqua nei campi

Infatti, ritiratesi le acque, i Viadanesi devono alzare l’argine per 295 pertiche, i Sabbionetani di 160. Mentre i primi lavoravano alacremente, i secondi no, tanto che il Capilupi chiede che il principe li stimoli per evitare altre successive sciagure.

Dicevo che i primi atti notarili, che riguardano Giovanni, sono redatti sempre col fratello maggiore Giacomo, il quale sembra avere le idee molto chiare su quanto sia opportuno fare: dalle vendite del patrimonio immobiliare ereditato, tutti i denari ricavati sembrano confluire nell’acquisto del piede di mulino sul fiume Po. Dal 1544 è un’ininterrotta vendita di proprietà, che i rogiti rimasti ci dicono abbastanza continua, fino al 1547.

Poi i due fratelli si separano e dividono i loro beni, la casa e le terre. E Giacomo venderà il suo pezzo di casa e le sue terre, prima di sparire. Il mulino, probabilmente, riguarda solo lui: non ne troviamo traccia nella storia successiva di Giovanni.

Il quale Giovanni aveva nel frattempo (intorno al 1545) sposato Jacopina Bonati. Figlia di Giovanni Bonati e di Giacoma Rubei (o Rossi), Jacopina era originaria della Villa di S. Martino di Viadana, dove la famiglia abitava da tempo (ne fanno fede numerosi documenti notarili).

Dopo il matrimonio con Giovanni Mignoli, Jacopina riceve dal padre una dote di 325 lire, di cui 158 lire in denari e il resto in beni mobili stimati di comune concordia. Ella si dichiara convenientemente dotata e rinuncia a ulteriori pretese sulle eredità paterna e materna; Giovanni promette, secondo le formule d’uso, la eventuale restituzione della dote, secondo le norme vigenti; a garanzia, mette a disposizione i suoi beni presenti e futuri.

Giovanni e Jacopina hanno numerosi figli, lungo un periodo di tempo piuttosto lungo, di circa 25-30 anni. La sposa doveva essere molto giovane al tempo del matrimonio (cosa che succedeva spesso, del resto).

Le date di nascita dei primi figli sono ipotetiche, basate su documenti successivi. E si sta parlando solo dei figli che raggiungono la maggiore età, avendo perduto ogni possibile notizia dei morti bambini. Voglio solo ricordare che le registrazioni parrocchiali di nascite, matrimoni e morti, cominciano dopo il 1563, a conclusione del Concilio di Trento.

Il primo figlio noto è Domenico, nato intorno al 1547. Sono tuttavia convinta che il primogenito sia stato un Battista (poi deceduto), che rinnovava nel nome il padre di Giovanni, defunto circa quindici anni prima. Resta il fatto che Domenico, fra i figli diventati adulti, era il maggiore, come si vedrà più avanti.

Il secondo figlio conosciuto è Battista, nato intorno al 1550.

Poi c’è una Fiorenza, nome nuovo – pare – nella onomastica dei Mignoli. Fiorenza nasce intorno al 1550, sposerà Battista Ruberti, anche lui di Buzzoletto, ma morrà senza figli; per questa ragione, nel maggio 1571, il marito restituirà a Giovanni la di lei dote (di lire 350): era consuetudine che ciò avvenisse se, dal matrimonio, non erano rimasti eredi.

Nel 1557 circa nasce Antonia. L’ipotesi dell’anno di nascita è in considerazione del fatto che il documento, riguardante i preliminari della sua dote, è del 1577; e nel 1582 (anno del testamento paterno) ella risulta già sposata.

Intorno al 1560 nasce Francesco, che porterà il proprio nome ai discendenti della sua linea, togliendolo per un paio di secoli a quella linea di Battista, di cui tratterò principalmente.

C’è poi Maria, nata ipoteticamente nel 1563, che nel 1582 è ancora nubile.

Nel settembre 1565, il giorno 6, nascono i gemelli Giovanna e Giovanni: vengono battezzati in San Pietro di Viadana, parrocchia cui faceva riferimento la popolazione di Buzzoletto. Il 30 settembre 1568 nasce Antonia; il 27 novembre 1575 l’ultima figlia, Susanna. Nei registri parrocchiali vengono tutti registrati come figli “di Giovanni”, il nome della madre non essendo previsto.

Di questi ultimi quattro bambini non abbiamo più notizia; sono probabilmente morti, ma mancano i registri dei defunti fino al 1632. Resta il fatto che nessuno di loro viene citato nel testamento paterno del 1582.

Parentesi storica 1551-1580

Parlando dei figli di Giovanni, sono andata molto avanti negli anni. Conviene fermarsi un attimo per vedere quanto è frattanto accaduto nella comunità viadanese, nel ducato, nel resto d’Italia.

Per la sua posizione di terra di frontiera, stretta fra troppi potenti, il viadanese (comprendendovi anche Dosolo e Pomponesco che, territorialmente, non si differenziano) è stato spesso teatro di guerre d’altri.

Dal 1551 al 1552, scoppiato il conflitto tra il papa e i Farnese per il controllo di Parma, le truppe pontificie invadono il nostro territorio, rubando, violando, accampando diritti. Poi traversano il Po e si gettano all’assalto di Luzzara.

Due anni dopo, non finendo la contesa, a causa dell’assedio di Brescello, il viadanese viene ancora invaso e i contadini sono obbligati a versare un quarto delle biade all’esercito.

E poi ancora, nel 1557, quando il duca di Ferrara assedia Guastalla, le sue soldatesche, per stringerla di qua dal fiume, passano a Dosolo (che si trova proprio di fronte) e a Pomponesco, di nuovo scorrazzando e rubando nelle campagne. Tanti soldati, spesso sbandati, non potevano che moltiplicare i reati. Ai quali rispose una grida del duca Guglielmo, del 24 ottobre 1560, contro coloro che

assalivano le porte, rompevano vetri e imposte, assalivano le famiglie, percuotendo e assassinando

e ai quali venivano comminate pene severissime per cui fu necessario allargare le prigioni di Viadana.

Ma, a quanto pare, ciò servì a poco se, vent’anni dopo, un decreto dello stesso duca affermava che

crescendo ogni dì la temerità de scelerati, i quali unendosi in gran numero con violenze, rapine, homicidii et varie horribili crudeltà, turbano la quiete”;

e dichiarava che chiunque poteva catturarli o ammazzarli e sequestrare quanto possedevano. Pare che siano stati talmente tanti i beni sequestrati e messi all’asta pubblica, che il duca, nel 1584, decretò che le cause riguardanti le confische, invece che dal Magistrato Ducale di Mantova, fossero sbrigate in Viadana dal suo Podestà.

In mezzo a tanta situazione, fu un beneficio la visita nel Viadanese di Carlo Borromeo, vescovo di Milano (ricordo che le terre da Gazzuolo a Sabbioneta a Viadana, Pomponesco e Dosolo, erano e sono Diocesi di Cremona e che Cremona rientrava nello Stato di Milano). Era il 1569. Fu un viaggio importante che ebbe concrete conseguenze nelle chiese locali. Lo vedremo in seguito. Era l’indomani della conclusione del Concilio di Trento, la necessità di diffondere la Riforma cattolica, con il suo controllo capillare delle anime, era prioritario.

Le proprietà

Il primo rogito rimasto del solo Giovanni (senza il fratello Giacomo) è del 1551 e riguarda una vendita alla suocera, Giacoma Rubei vedova Bonati, di una biolca e 10 tavole di terra arativa, vitata e oppiata, tratta da un suo appezzamento più grande, da cui ricava 305 ducati e 93 soldi. È l’unica vendita che egli compie e mi dà l’idea di un escamotage che gli permette di guadagnare soldi, senza in fondo rinunciare alla proprietà: la stessa terra, infatti, verrà poi lasciata in eredità da Giacoma alla figlia Jacopina. Quindi rientrerà di proprietà della famiglia.

Dopo di allora, Giovanni comprerà quasi esclusivamente, aggiungendo vani di casa e piccoli appezzamenti di terra limitrofe alle proprietà familiari preesistenti.

Peccato non aver trovato un inventario di tali proprietà, anche solo per avere un’idea del loro ammontare e della loro dislocazione! Penso che la realtà non si discostasse da quella comune nel Viadanese: la cui popolazione era, nella maggior parte, formata da piccoli proprietari che possedevano poche biolche di terra che lavoravano personalmente (qualche volta con l’aiuto di uno o due lavoranti fissi o stagionali) e dalle quali ricavavano di che vivere, anche con una certa agiatezza.

Il 20 aprile 1560 Giovanni vende una pertica di terra arativa, vidata e oppiata, ad Andrea Berzoni e ne ricava 13 ducati.

Cinque anni dopo, il 4 marzo 1565, riceve da Girolamo Ruberti il completamento della dote della nuora Maria, moglie del figlio Domenico, che consiste in 161 lire e 13 soldi; e nello stesso giorno investe la somma comprando due pertiche di terra da Francesco Berzoni per poco più di 165 lire.

Nel 1571 gli viene restituita la dote di 350 lire della defunta figlia Fiorenza.

Nello stesso periodo il figlio Battista sposa Domenica Ruberti: la dote della sposa ammonta a 425 lire complessive, di cui circa 220 in denari.

E Giovanni continua a comprare: nel 1573 due pertiche di terra, l’anno dopo un terreno con una piccola casa (domuncula, la definisce il documento) murata, coppata e solerata (cioè costruita con mattoni o pietre, dal tetto coperti di coppi, fornita di solaio), sita in villa Buzzoletto, confinante per due lati con la sua (forse quella venduta del fratello Giacomo) e, per gli altri due lati, con la viazzola e il pezzo di casa di Ventura Brochi.

Nel 1575 compra un altro terreno con un altro pezzo di casa (domuncula, anche qui) da Andrea Bottacini. Anche questa proprietà confina per due lati con la sua, con la viazzola e con Broco (sic) Brochi. Il costo è di 50 ducati. Nel 1577 Giovanni Mignoli salda il debito con la vedova del Bottaccini, Elisabetta Pegorari. Il saldo è di 250 lire.

A questo punto non restava che contattare il Brochi. Nel 1576, in effetti, quando ancora deve terminare di saldare il debito precedente, Giovanni compra da Ventura Brochi il resto della casa con la terra adiacente. Il tutto per 55 scudi, che Giovanni paga in tre volte: all’atto dell’acquisto, nel 1578 e nel 1579. Della casa, di quante stanze e servizi avesse (cantina, fienile, pozzo, stalla, portico, forno, aia e quant’altro), non viene specificato né in questo né in altri documenti.

Poi Giovanni allarga ancora la proprietà. C’è da dire che ora i tre figli maschi sono giovani uomini che hanno buone braccia per lavorare, per cui gli introiti aumentano; e la terra sembra non bastare. È così che nel 1577 compra da Giovanni Grazi una biolca di terra arativa, vidata e opiata posta in località Sant’Agata, confinante con un’altra sua, per 279 lire.

Nel 1579 compra quattro pertiche di terra dagli eredi Ghizoni per 461 lire. Mi piace ricopiare qui la perizia scritta dall’agrimensore Salvagno nell’italiano dialettale del tempo (vorrei ricordare che i documenti notarili sono redatti sempre in latino, tranne perizie e inventari):

Zuano Mignollo compra dalli eredi di Pieder Maria Ghizoni una pezza di terra aradora e vidata posta in la villa di Buzolet” per ducati 70 la biolca; “monta la detta terra a detto pretio ducati 99 lib. 2-24-10” (cioè ducati 99, lire 2, soldi 24, denari 10)


Nel 1581 Giovanni riceve la dote della nuora Maria Ruberti, moglie del figlio Francesco: oltre ai beni mobili, la dote consiste in 277 lire in denari. Probabilmente in ragione di questo, l’anno dopo il nostro compra un’altra biolca e nove tavole d’un terreno posto sempre a S. Agata, per 94 ducati e 10 soldi. Finisce di pagarne il prezzo due mesi prima di morire.

Tutti questi acquisti derivavano, probabilmente, da una oculata amministrazione dei suoi beni, dal dosaggio equilibrato dei frutti delle proprietà, divisi fra l’uso domestico e la vendita.

Il testamento di Giovanni

Il 23 novembre 1582 Giovanni è malato. Ancora in grado di intendere e volere, detta il testamento al notaio Borsella, il notaio di fiducia, come abbiamo visto. Vediamo il documento a larghe linee:

  • Giovanni chiede di essere seppellito nel cimitero della chiesa di S. Pietro di Viadana, con tutti gli onori inerenti alla sua condizione (apparteneva molto probabilmente alla Confraternita locale);
  • Lascia all’Ospedale di Viadana – come prescritto –  un legato di 50 soldi*;
  • Lega alla figlia Antonia, sposata con Giovanni Bignotti, oltre alla dote, una parte di denari (la cifra è illeggibile); alla figlia Maria, ancora nubile, lega 400 lire di dote.
  • Alla moglie Jacopina lega 60 lire e la lascia usufruttuaria dei suoi beni “finché vivrà vita vedovile”.
  • Eredi universali di tutti i suoi beni, compresi debiti e crediti, i tre figli maschi: Domenico, Battista e Francesco.

Giovanni muore probabilmente qualche giorno dopo, in quello stesso novembre dell’anno 1582. Ha circa sessant’anni.

*Un decreto ducale del 1541 aveva stabilito che “Nessuno potesse testare se non lasciava allo Spedale almeno 5 soldi” (Parazzi, cit.)

LA VEDOVA E I FIGLI

Jacopina non si risposa, resta coi figli a condividere una non facile convivenza: almeno, questo sembra di capire dai documenti. Oltre al fatto che i tre fratelli Mignoli sembrano essere guidati energicamente dalla mano materna. Non è una donna da essere messa da parte, Jacopina.

Dei singoli figli parlerò più avanti. Ciò che ora mi preme è il rapporto tra loro e la madre.

Domenico, il maggiore, muore però tre anni dopo il padre, nel 1585, lasciando un bambino, nato postumo, che non gli sopravvive che due o tre anni e di cui è tutrice la stessa Jacopina.

Alcuni contrasti emergono presto fra i fratelli: soprattutto il minore, Francesco, sembra intollerante verso una convivenza forse serena, certo troppo affollata. Domenico, nel suo testamento, nell’affidare l’amministrazione dei suoi beni e la tutela dei figli (Maria e il nascituro) alla madre, raccomanda che il fratello Francesco “non possa molestarla”.

Jacopina stessa cerca di tutelarsi dalle pretese, forse dalle intemperanze, del figlio minore e stila, anzitempo, un testamento – in data 14 maggio 1587 – in cui, dopo aver lasciato un legato di soldi 20 all’Ospedale di Viadana, secondo l’uso, e due legati di 12 lire ciascuna, alle figlie già sposate, lega al figlio Battista una biolca di terra, di sua ragione, sita in Buzzoletto. Per quanto riguarda gli altri suoi beni, è costretta dalla legge a dividerli fra i due figli maschi.

Francesco, però, doveva avanzare altre pretese se Jacopina, il mese dopo, nella veste di tutrice del nipote Domenico, ma al fine di recuperare la propria dote, vende al figlio Battista una pertica di terreno arativo, vitato e oppiato, che possiede in comproprietà indivisa col nipote Domenico, per 139 lire. Battista le ha già dato 105 lire e promette di versarle le altre 34 entro otto mesi, con l’interesse del 5%. Nel documento viene specificato che il tutto è “a saldo della restituzione della sua dote”.

Non si sa se Battista abbia avuto il tempo di saldare il debito, poiché muore l’anno successivo, dopo la scomparsa anche del piccolo Domenico.

Il 19 ottobre 1588 Jacopina è costretta a stilare un nuovo testamento. Abita nella stessa casa, ormai appartenente al figlio minore, ed è malata. Dopo i soliti legati – come nel testamento precedente – lascia erede il figlio Francesco della terra avuta dalla madre Giacoma. Tutti gli altri suoi beni dovranno essere divisi fra il figlio e il nipote Girolamo, figlio di Battista.

Fra il nipote e lo zio, alla morte di Jacopina, cominciava una faticosa convivenza.

Note

  • Tutte le notizie storiche in PARAZZI, cit.; vi sono comprese le lettere di Capilupi.
  • Tutti i rogiti citati sono del not. Borsella.
  • Don Guido Tassoni, nell’albero genealogico della famiglia Mignoli, sostiene che Giovanni sia nato nel 1520. Don Guido Tassoni (1923-1996) è stato parroco della chiesa di S. Pietro di Viadana. Studioso e genealogista, ha compiuto numerose ricerche nell’archivio della sua parrocchia e in altri archivi parrocchiali. Ha compilato vari alberi genealogici di famiglie del luogo, fra cui quello dei Mignoli. Le sue carte sono conservate presso la Biblioteca “Parazzi” di Viadana.
  • Il nome della moglie, nei registri di battesimo, non veniva scritto: questo – di Jacopina Bonati – si evince dai documenti notarili.
  • Riguardo ai registri di matrimonio, nella parrocchia di San Pietro di Viadana, da cui dipendevano anche gli abitanti di Buzzoletto e Salina, non ve ne sono prima del 1630, con l’eccezione (come ho già detto) di qualche pagina confluita all’interno dei registri dei battezzati 1564-1578 e riguardanti i matrimoni del gennaio e febbraio 1564 ab incarnatione (quindi 1565) e un atto del maggio 1565.
  • Riguardo alla nascita dei figli, si veda Viadana, AP San Pietro, battesimi 1564-1578; in San Pietro sono conservati ben due registri dei battezzati dello stesso periodo – 1565-1578 – , uno in ordine cronologico, l’altro in ordine alfabetico del nome.
  • La data della nascita di Antonia è una mia ipotesi nella considerazione che, non essendo stata registrata, la sua nascita deve essere anteriore al 1565; e naturalmente anteriore almeno di un anno rispetto ai gemelli (1565, settembre).
  • Maria non può essere nata oltre il 1563, perché le registrazioni cominciano nel 1564 e, nel registro dei battezzati della parrocchia di S. Pietro, il suo nome non compare.

DOMENICO MIGNOLI

Figlio maggiore di Giovanni Mignoli e Jacopina Bonati, nasce probabilmente a Buzzoletto intorno al 1547.

Domenico si sposa per ben tre volte.

La prima volta, il 26 febbraio 1565, si unisce in matrimonio, nella parrocchia di S. Pietro, con Maria Ruberti che gli porta una buona dote. Dal matrimonio nascono almeno tre figlie: Caterina Susanna nel 1569, Fiorenza nel 1572, Lucia Anna nel 1574.

Rimasto vedovo, Domenico sposa Maria Paleari che gli dà almeno una figlia, Maria, nata il 26 settembre 1579, l’unica che sopravvivrà e diventerà adulta. Posso ipotizzare che, poiché alla figlia viene dato il nome della madre, questa sia morta di parto.

Domenico sposa quindi, forse nel 1581, Tarsia Madi, che gli porta una dote di 500 lire, di cui ben 300 in denari. Dal matrimonio nasceranno due figli: una femmina, Fiorenza, nel 1583 (che rinnova nel nome, a quanto pare, la sorella morta) e un maschio, Domenico, nato postumo nel 1585.

IL TESTAMENTO

Infatti, il 26 gennaio dello stesso 1585, Domenico – poiché giace a letto, malato gravemente, ma ancora lucido – detta al notaio il suo testamento.

  • Chiede che il suo corpo sia sepolto “in sacrato” della chiesa di San Pietro di Viadana con gli onori “iure hereditatis suis”. Lascia al venerabile Ospitale di Viadana 5 soldi. E lascia all’altare del Corpo del Signor nostro Gesù Cristo, eretto nella chiesa di S. Pietro, 30 lire; nella stessa chiesa desidera che gli eredi facciano celebrare due offici funebri per la sua anima.
  • Delle figlie avute, gli è rimasta solo Maria, di sei anni, e il pensiero va anche al nascituro. Di loro si preoccupa e in loro favore dispone dei suoi beni. Alla figlia lega 500 lire che i suoi eredi le dovranno dare, in beni mobili, quando si mariterà.
  • Dispone che la moglie Persia (sic, invece di Tarsia) possa continuare ad abitare presso la madre Jacopina fino a quando nascerà il figlio di cui è gravida (eius testatoris filio masculo nascituro). Al figlio che nascerà lega il resto dei suoi beni: se femmina, la dote equivalente a quella di Maria; se maschio, tutti i suoi beni indistintamente.
  • Lascia alla madre, Jacopina Bonati, per tutto il tempo della sua vita vedovile, l’usufrutto di tutti i suoi beni mobili e immobili “sive dectationes aliqua”. Deve amministrarli e tenerli per i figli di lui, soprattutto per Maria. Per il futuro, indica i fratelli Battista e Francesco usufruttuari dei suoi beni e comanda che Francesco “non possa molestare né far molestare” la madre Jacopina.

LA VEDOVA, I FIGLI

Due anni dopo, il 15 giugno 1587, Battista Mignoli restituisce la dote a Tarsia Madi, la quale è tornata ad abitare nella casa paterna a Cogozzo.

Il piccolo Domenico è rimasto nella casa paterna, sotto la tutela della nonna Jacopina, ma vivrà solo un altro anno: nell’ottobre 1588 i suoi beni, ereditati dal padre, vengono divisi fra lo zio e il cugino Girolamo.

Di Maria non c’è più notizia. La linea di Domenico si estingue.

NOTE

  • Don Guido Tassoni ipotizza che Domenico Mignoli sia nato nel 1545 (in B.C. Viadana, fondo Tassoni, Albero genealogico famiglia Mignoli): a me sembra una data prematura, troppo ridosso al matrimonio, anche perché sono convinta che il primo figlio maschio di Giovanni sarà stato chiamato Battista, come il nonno.
  • Per il matrimonio con Maria Ruberti, si veda Viadana, A.P. San Pietro, Matrimoni 1564 (1565), sta in Battesimi 1564-1578. Probabilmente un errore del parroco, che ha inserito una pagina di matrimoni all’interno del registro di battesimo. Questo ci suggerisce che ci fosse anche un registro apposito e che sia andato perduto.
  • Maria Ruberti – della grande, numerosa famiglia dei Ruberti di Buzzoletto – era figlia del defunto Pietro Maria.
  • Maria Paleari, figlia di Giovanni, apparteneva alla numerosa famiglia dei Paleari, ramificata fra Buzzoletto, Viadana e Pomponesco.
  • Tarsia Madi, figlia di Bernardo Madi, abitava nella frazione di Cogozzo.
  • Per la nascita dei figli: Viadana, A.P. San Pietro, Battesimi 1564-1578 e Battesimi 1564-1598. Di Domenico postumo, tuttavia, non ho trovato la registrazione di nascita (ma i registri parrocchiali sono spesso lacunosi): il bambino risulta solo dagli atti notarili successivi.
  • I documenti notarili riguardanti le doti di Maria Ruberti, Maria Paleari e Tarsia Madi, il testamento di Domenico, la restituzione della dote a Tarsia Madi, sono del notaio Gio. Giacomo Borsella cit. (anche in RNV libb. 31, 42, 43)

FRANCESCO MIGNOLI

1560 c. – 1623

Terzo figlio maschio – fra quelli divenuti adulti – di Giovanni Mignoli e Jacopina Bonati, nasce intorno al 1560, probabilmente a Buzzoletto.

Nel 1579 c. sposa Maria Ploia Ruberti, di importante famiglia del luogo (e ramificata, stante il doppio cognome) che gli porta una dote di 570 lire mantovane fra beni mobili e denari.

Fra il 1580 e il 1597 Francesco e Maria avranno sette figli, ma solo tre raggiungeranno la maggiore età: Giovanni, Domenico e Fiorenza.

Abbiamo già parlato di diversi attriti di Francesco con la famiglia d’origine e della divisione dei beni coi fratelli. A ciò si aggiunge una lunga questione col nipote Girolamo – di cui parlerò a proposito di quest’ultimo – al quale Francesco, da una parte, dà e, dall’altra, prende.

Il suo obiettivo è accumulare proprietà, cosa che fa con un’abile capacità di investimento (Ne parlerò più in dettaglio nella parte che riguarda la sua linea di discendenza – linea 2).

Egli acquisisce, in questo modo, anche una certa autorevolezza all’interno della comunità locale: nel 1599 è console di Buzzoletto e, in tale veste, partecipa a una riunione dei rappresentanti dei parrocchiani di S. Pietro, per una lite col nuovo prevosto, monsignor Bernardino Saraceni. Alla riunione partecipano i consoli dei vari borghi e delle ville che sono soggetti alla parrocchia di S. Pietro (oltre a Buzzoletto, le Ville Scazza, Bottazzo, Caleffo, i borghi di Mezzo e di S. Francesco). Sono presenti il governatore ducale di Viadana e 119 persone.

Nel 1609, nella lunga questione che lo separa dal nipote Girolamo, i due dividono la proprietà che “hanno ereditato [da Domenico Mignoli, il figlioletto postumo, morto piccolo, dell’altro Domenico, fratello e zio] e posseduto in pacifica condivisione fino a oggi”. Francesco teme che “il nipote Girolamo possa in futuro molestarlo a causa di detta eredità”, nonostante quest’ultimo professi di non meditare, non in dolo nec metu, alcuna macchinazione.

Si ritroveranno entrambi, zio e nipote, come rappresentanti di due diversi nuclei familiari, l’11 ottobre 1613, in occasione della Carta di fondazione della parrocchia di Buzzoletto.

Francesco Mignoli muore il 6 novembre 1623.

NOTE

  • Per le nascite dei figli, AP. Viadana S.P., battesimi 1564-1598.
  • Riguardo al cognome della moglie, esso compare come Ploja nell’atto di nascita del figlio Giovanni, nel 1583; mentre negli atti di nascita delle figlie, entrambe chiamate Fiorenza, l’una del 1580, l’altra nel 1584, il nome della madre non è registrato. Per i figli successivi, dal 1587, il nome della madre è sempre Maria Ruberti. Del resto a Buzzoletto c’era una linea precisa dei Ruberti Ploja, che venivano nominati spesso con un cognome solo.
  • Per i documenti notarili, AS. MN. NOT. notai Lodovico Bonini, Giovanni Giacomo Borsella, Girolamo Borsella, Silvio Gattafoni, Domenico Genovesi, Girolamo Noliani, Sebastiano Scutellari, Vittore Scutellari, Giuseppe Somenzari, Anselmo Verdi (o Viridio), Francesco Verdi (o Viridio). Diversi documenti citati si trovano anche in AS. MN. R.N.V. libri 28, 31, 36, 39, 42, 43, 44, 51, 62.
  • Per l’atto di fondazione della parrocchia di Buzzoletto, A.P. Buzzoletto, busta 1, Storia della parrocchia di Buzzoletto, ms.

LE FIGLIE DI GIOVANNI I

ANTONIA

1557 c. – 1614

Nata probabilmente a Buzzoletto intorno al 1560, Antonia Mignoli, figlia di Giovanni e di Jacopina, sposa Giovanni Bignotti in una data prossima al 16 aprile 1578, data dell’inventario dei beni mobili che le vengono consegnati dal padre. Nel 1580, quando è già sposata, riceve dal genitore il resto della dote che, fra beni mobili e denari, ammonta a 407 lire.

Dal matrimonio nascono almeno due figlie, Fiorenza e Santa. Antonia resta vedova intorno al 1610 e riceve dalla figlia Fiorenza – probabile erede del padre che le avrà affidato il compito di restituire la dote alla madre – 203 lire, parte in beni mobili, parte in denari: una cifra, come si vede, dimezzata rispetto all’originaria.

Nel testamento del 14 maggio 1614, Antonia lascia alla figlia Fiorenza, moglie di Giuseppe Matia, 40 lire imperiali. Ma sua erede universale è l’altra figlia, Santa, moglie di Antonio Prevedini.

Non so come interpretare questa evidente disparità di trattamento fra le figlie. Forse incomprensioni e contrasti, forse diverse situazioni economiche o forse una maggiore premura verso la madre da parte di Santa rispetto a Fiorenza. Sono quelle questioni che solo raramente i rogiti notarili ci permettono di approfondire.

Antonia muore probabilmente poco dopo, a poco più di 50 anni.

MARIA

1563 c. – post 1610

Più giovane della sorella, ancora nubile alla morte del padre nel 1582, ne ho ipotizzato la nascita nel 1563 circa. Nel 1583 c. Maria sposa Giovanni Bonalia, di Buzzoletto, il paese natio dove continuerà a vivere anche da sposata.

Nel 1584 riceve la dote dai fratelli Domenico e Battista i quali, secondo le indicazioni testamentarie paterne – che prevedevano ammontasse a 400 lire – le danno la loro parte congiunta, cioè i 2/3 per poco più di 266 lire. Il fratello Francesco dovrà, a sua volta, dare la sua parte. Lo farà un mese dopo, il 17 gennaio 1585.

Si noti come, anche da questo documento, emergano gli attriti fra i tre figli maschi di Giovanni; comunque la loro divisione.

Nel 1610 suo marito, Giovanni Bonalia, vende un appezzamento di terra casamentiva, che era a garanzia della dote di Maria, la quale spontaneamente rinuncia a tale diritto, secondo l’antica legge che comincia “si qua mulier ad velt restitutionis in integru”. Ma, se Maria permette al marito di vendere una parte della sua dote, per farlo, deve farne esplicita richiesta al governatore, con motivazioni convincenti. L’istituto della dote era infatti fermamente tutelato dalle leggi e garantista nei confronti della donna;  qualsiasi intervento del marito doveva ottenere la preventiva autorizzazione dell’Autorità, che ne valutava prima le ragioni addotte.

Scorrendo il documento di vendita, si vede come Giovanni Bonalia fosse pesantemente indebitato sia con Consiglio Ottolenghi e Salomone Poggibonsi, banchieri ebrei e pubblici feneratori di Viadana, sia con i fratelli Beleni, abitanti a borgo Scutellaro.

Dopo questo documento, di Maria si perdono le notizie.

NOTE

Per i documenti citati, AS. MN. NOT. Notai Giovanni Giacomo Borsella, Giuseppe Somenzari, Francesco Verdi (o Viridio). Copie dei documenti anche in AS. MN. RNV libri 34, 44 e 49.