1550 c. – 1588
Figlio di Giovanni e di Jacopina Bonati, fratello minore di Domenico col quale convive, alla morte di questi (1585) diventa capofamiglia.
Ipotizzando sia nato intorno al 1550, quando dunque assume la guida della famiglia, ha circa 35 anni.
Ha sposato intorno al 1571 Domenica Ruberti, di antica e solida famiglia buzzolettese, chiamata familiarmente Menghina, che gli ha portato una dote di 425 lire, parte in beni mobili e parte in denari.
Dal matrimonio sono nati sei figli: tre maschi – Giovanni nel 1576, Girolamo tre anni dopo, Domenico nel 1585 – e tre femmine – Susanna nel 1572 (che muore bambina, probabilmente dopo il 1583) e Giovanna nel 1583. Un’altra Susanna nascerà nel 1587.
Quindi la famiglia, di cui Battista prende le redini alla morte del fratello, è piuttosto numerosa: comprende la madre, la moglie e quattro o cinque figli, la vedova di Domenico, Tarsia Madi – incinta – e la figlia dello stesso, Maria, il fratello Francesco con la moglie e tre figli. In tutto 14-15 componenti.
All’inizio del 1586 Battista vende una parte di una sua terra arativa, vitata e oppiata, sita a Buzzoletto, a Giovanni Bignotti, suo cognato, marito della sorella Antonia. Ne ricava 160 lire.
L’anno dopo, il 15 di giugno, la madre Jacopina gli vende una sua pezza di terra (ne ho già parlato nel capitolo precedente).
Pochi giorni dopo, il 19 giugno, deve restituire la dote alla cognata Tarsia che, pochi mesi dopo aver partorito il piccolo Domenico (che rinnova il nome del padre), è ritornata alla casa paterna, a Cogozzo.
Il suo testamento
Eppure breve è la conduzione familiare di Battista.
Già nell’aprile 1588 egli è malato e detta il suo testamento. Dei sei figli nati, sono rimasti un solo maschio, Girolamo, di 9 anni, che diventa erede universale di tutti i suoi beni; e due femmine, Giovanna di 5 anni e Susanna di un anno appena. Alle figlie, come dote futura, lega 300 lire ciascuna.
Secondo le sue volontà, tutrice e curatrice dei figli sarà la moglie Menghina, cui lascia la dote.
Battista chiede – così come aveva fatto il fratello – che il suo corpo sia sepolto “in sacrato” della chiesa di San Pietro, a sottolineare la propria importante condizione sociale all’interno della comunità.
Poco tempo dopo (ore, giorni?) egli muore, a circa 38 anni. Non abbiamo l’atto del decesso poiché i registri mortuari rimasti della parrocchia iniziano solo nel 1632.
Divisione dei suoi beni fra gli eredi
C’è un documento del 12 gennaio 1589 (1588 ab Incarnatione) che merita una analisi più attenta: è l’atto di divisione dei beni di Battista Mignoli e del piccolo Domenico Mignoli, figlio ed erede di Domenico, entrambi deceduti l’anno prima.
Gli eredi ora sono il figlio e il fratello di Battista, cioè Girolamo e Francesco Mignoli.
Per salvaguardare i diritti di Girolamo, è presente la madre “legittima amministratrice” dei beni del figlio, “minorenne di 8 anni”. La sua funzione – derivante dal testamento del marito – è stata confermata da “un pubblico istrumento” di Giovanni Francesco Mori (le cui carte, però, sono andate perdute).
La perizia di stima dei beni fondiari è stata affidata al perito Giovanni Battista Salvagni, che l’ha conclusa e firmata il 22 agosto 1588, è intitolata “Divisione delli beni delli eredi del fu Mro Domenico Mignollo con li eredi del fu Mro Battista Mignollo”.
Il documento divide l’eredità in due parti equivalenti, una per Girolamo, l’altra per Francesco (di quest’ultima parlerò più avanti). I due, secondo quanto dice l’atto, sono “consubrini”, cioè consanguinei.
La “prima parte tocada e assegnata” a Girolamo comprende un appezzamento di terra arativa vidata e oppiata, con sopra una casa murata cupata e sollerada con barchessa e pozzo; un altro appezzamento di terra lavorativa vidata e oppiata, e beni mobili per il valore totale di circa 1.650 lire.
Inoltre, suo padre Battista aveva legato 425 lire per la restituzione della dote a Domenica Ruberti; e 192 lire per la dote di “M.na Jacopina nonna del detto Jeronimo”. In aggiunta, lo zio Francesco Mignoli gli dà 144 lire. Il tutto per un totale di 762 lire circa che, aggiunte alle precedenti, danno un valore patrimoniale di 2.411 lire circa.
Il Po
La storia e la vita del Viadanese ha dovuto sempre fare i conti con il Po. Se quasi tutti gli anni il fiume minacciava il territorio, in alcuni la furia delle acque fu talmente grave da mutarne per sempre la morfologia. Nel 1589 le acque tumultuose del Po trascinarono via molte case e persino la chiesa della parrocchia di San Martino di Viadana, quella più spostata verso l’argine (e che era stata la parrocchia di Jacopina Bonati). Tutti i viadanesi – raccontano le cronache – lavorarono notti e giorni sugli argini per evitare danni anche maggiori. Sei anni dopo, il 19 novembre 1595, il Po in piena trascinò via ben cinquanta case di Portiolo, (borgo molto attivo della zona, dove era fiorente l’industria della ceramica), affogando uomini e bestiame, distruggendo le biade, disperdendo i seminati. Il danno fu valutato in 50.000 scudi d’oro. Danni anche a Pomponesco e Correggioverde, e in tutto il territorio, ma nessuno fu così importante e definitivo come quello del borgo di Portiolo, che non sarà mai più ricostruito.
Il secondo matrimonio di Domenica Ruberti
Nei primi mesi del 1591 Domenica Ruberti si risposa con Paolo Nani, abitante a Banzolo, un borgo adiacente a Buzzoletto. I Nani sono una antica e facoltosa famiglia del luogo: vi hanno terre, casa e beni.
Il 9 marzo 1591 Domenica riceve dal padre, Nicolò Ruberti, un appezzamento di terra in Buzzoletto (a titolo di dote) e dal cognato Francesco Mignoli (ormai tutore dei nipoti Girolamo, Giovanna e Susanna, essendosi la cognata risposata) la restituzione della dote.
Forse dovremmo soffermarci su questo aspetto: quando una donna vedova si risposava, perdeva ogni diritto sui figli, i quali rimanevano nella casa paterna, affidati agli zii paterni, fino alla maggiore età. Ciò non significava una interruzione degli affetti, ma negava la convivenza. L’uomo che sposava una vedova, sposava lei, non i suoi figli. La concezione moderna che, di una nuova famiglia, formatasi con un secondo matrimonio, facciano parte anche i figli nati dal primo, era inconcepibile a quei tempi. La donna perdeva il cognome per adottare quello del marito, nella casa c’era posto solo per i figli con quel cognome.
Dal matrimonio di Domenica con Paolo Nani nasce almeno un figlio, Giuseppe, che sarà molto unito al fratellastro Girolamo, come vedremo.
Domenica Ruberti morrà nel 1613 c.
NOTE
- Per i fatti storici, rimando a PARAZZI cit. e AMADEI cit.
- Per le date di nascita e di battesimo, si veda AP. SP. Viadana, registri di Battesimo.
- Per il secondo matrimonio di Domenica Ruberti e la nascita del figlio, si veda AP. Pomponesco, registri di battesimo e matrimonio.
- Per i documenti notarili citati, AS. MN. Not., notai Gio. Giacomo Borsella, Sebastiano Scutellari, Gerolamo Borsella. Anche in RNV libb. 28, 42, 43.
- Il termine consubrino indicherebbe un cugino di parte materna, ma il significato è slittato nel tempo verso il termine generico di cugino ( di qualsiasi grado) o – come in questo caso – di consanguineo. Girolamo e Francesco erano nipote (figlio di fratello) e zio.
GIOVANNA e SUSANNA MIGNOLI
Delle tre figlie femmine nate dal matrimonio fra Battista Mignoli e Domenica Ruberti, sopravvivono Giovanna, nata il 1° ottobre 1583, e Susanna, nata il 9 dicembre 1587.
Di loro si ricorda il padre nel testamento assegnando a ciascuna un legato di 300 lire come dote futura, giacché sono molto piccole: Susanna ha pochi mesi, Giovanna poco più di quattro anni.
Sono ancora piccole quando la madre si risposa ed esse rimangono a vivere col fratello sotto la tutela dello zio. E, nel 1599, quando con Girolamo passano sotto la tutela del patrigno Paolo Nani, Giovanna di anni ne ha 16 e Susanna non ancora dodici.
Le ritroviamo conviventi col fratello ai primi dell’anno 1600 e poi di loro si perde ogni notizia.
