
La città è Urbino.
Urbino è comune capoluogo insieme a Pesaro.
La regione è le Marche.
Il territorio storico è il Montefeltro.
Urbino si trova a 485 m s.l.m., sulle colline dell’Appennino settentrionale.
Il suo nome latino era Urvinum Metaurense.
Forse il toponimo deriva da urbs bina = città doppia, perché si distende su due colli.
Il suo colore è caldo e rosato.
Urbino è stato uno dei centri più importanti del Rinascimento italiano.
I suoi signori sono stati i Da Montefeltro. Poi i Della Rovere.
Qui nacque Raffaello Santi o Sanzio nel 1483.
Qui nacque Federico Barocci intorno al 1530 e vi morì nel 1612.
Urbino è lo sfondo della poesia di Giovanni Pascoli, L’aquilone:
“Or siamo fermi. Abbiamo in faccia Urbino ventosa. Ognuno manda da una balza la sua cometa per il ciel turchino”.

29 agosto 2022, lunedì
Partenza alle 8.30 da Mantova. Un po’ di intoppo a Campogalliano, poi via spedite. Uscita Pesaro. Poi, fra curve e rondò, si sale. Il verde delle colline marchigiane, l’azzurro del cielo. Speriamo che non faccia troppo caldo.
A mezzogiorno siamo già all’albergo Italia, corso Garibaldi 32. Ci accorgiamo di essere in pieno centro e, soprattutto, in piano! Le discese ardite e le risalite stanno altrove.
Dopo una breve sosta, usciamo. Mangiamo una crescia, pagata come un’aragosta, in un locale lì accanto. Però, in sottofondo, c’era musica dei nostri tempi che abbiamo canticchiato, contente.
Pur essendo lunedì, gli Oratori sono aperti.
Una salita da spezzare il fiato – sono convinta che abbia sbuffato anche Arturo[i] – e siamo all’
Oratorio di San Giovanni.
[i] Arturo, per capirci, è il mio deambulatore.

Tanto anonimo l’esterno, tanto meraviglioso è l’interno!
Completamente affrescato da Lorenzo e Jacopo Salimbeni (fratelli di San Severino Marche) ai primi del ‘400, è un capo d’opera dello stile gotico internazionale.


con lo sguardo desolato.
Nella parete dietro l’altar maggiore, campeggia la strepitosa Crocifissione; ricca di dettagli (il dolore gridato della Maddalena, dai capelli biondi e dalla veste rossa; il diavolo che incombe sul ladrone cattivo; i cavalli che a volte ci guardano con sguardi tristi; i soldati intenti al gioco; Longino col vistoso copricapo alla fiorentina, ecc.).
[Ho dato una lettura dettagliata dell’opera in questo sito; percorso: Vanina in viaggio / Approfondimenti]
Nella parete destra sono dipinte, in due fasce, le Storie della vita di San Giovanni Battista: la fascia superiore narra la sua vita familiare (e vi prevalgono le figure femminili), quella inferiore la vita pubblica (e vi prevalgono le figure maschili). Al tema religioso sono associati episodi di vita quotidiana, scene di genere e una folla multicolore di personaggi contemporanei.




Accanto all’Oratorio, c’è questa discesa. Mi viene una sincope solo a guardarla. La città è pressoché tutta così – come tutte le città appenniniche del resto.
Urbino, in più, sorge su due colli; l’unica parte in piano sono corso Garibaldi e piazza Mazzini. Là in fondo, in alto, i torricini – onnipresenti e bellissimi.
Oratorio di San Giuseppe
È ovvio che, dopo la meraviglia precedente, questo oratorio un poco deluda.
Pieno ‘700, marmi preziosi, colonne in porfido rosso provenienti dal Pantheon, dono del papa Clemente XI Albani. La colossale statua in marmo bianco di San Giuseppe (giunta da San Giovanni in Laterano) è fuori posto qui, in questa città piccola, equilibrata nelle sue armonie rinascimentali. E ci sono diverse, brevi scale… e ogni gradino è un ostacolo al mio andare.
Invece, il presepe di Federico Brandani è bello bello nella sua grotta di tufo e pietra pomice. Nel soffitto, gli stucchi disegnano una movimentata gloria angelica, mentre sul fondo c’è la Natività: Gesù bambino sulla paglia, la Madonna in adorazione, san Giuseppe con l’asino e il bue, e quattro pastori. Il tutto a grandezza naturale. Tutte le figure – e soprattutto gli animali – sono dolcissime. Nello sfondo e sulle pareti, basso e altorilievi coi castelli del ducato.




Dopo, ci meritiamo una sosta al bar in piazza. La temperatura è ideale. Ci rilassiamo per un tempo lungo.
Ci avventuriamo al Duomo, ma c’è la messa, non si può visitare.
Guardiamo Palazzo Ducale dall’esterno: un’armonia strepitosa, con quella pietra rosa e i ricami bianchi dei portali e delle finestre.

Ed è lì che vediamo i manifesti della mostra e della Galleria. E c’è il gatto.
Ora: è facile dire “gatto”; ma, fra noi quattro, quando si dice gatto, bisogna fare i conti con la Betta e con la Fiore. Che stanno un tempo esagerato a rimirare e a commentare: e quant’è bello, e quant’è rosso e gli occhioni…
Chiedo a interlocutori immaginari: secondo voi, per quale ragione è stata scattata la foto qui di lato? Per Federico da Montefeltro? Per la pubblicità della mostra? Per la finestra del palazzo, con quelle candelabre di marmo bianco? No no no. Per il gatto! (che, fra parentesi, è proprio ben ritratto).
Chiesa di San Domenico

In piazza Rinascimento affaccia anche la chiesa di San Domenico.
La facciata è bella, con quel fregio in alto ad archetti ogivali ciechi, quel protiro in travertino così perfettamente quattrocentesco, e l’oculo ornato con motivi vegetali. Bella anche la copia della lunetta robbiana (l’originale è al museo). C’è una doppia scalinata per entrare, le ragazze vanno, io sto fuori. Metto Arturo in buona posizione, mi siedo e mi guardo per bene l’esterno.
Poi, tutte insieme, facciamo un giro all’intorno per vedere le absidi e i finestroni trilobati dell’antica struttura gotica. E c’è un bel cortile, con due gatti veri, dal fare aristocratico, che tuttavia attirano miciomicio e foto.
Scendiamo. E scopriamo una cartoleria di cose perfette e perfettamente inutili. Al grido di “niente è più necessario del superfluo”, compriamo cose di carta.
E già pensiamo alla cena: abbiamo prenotato alla Trattoria del Leone per le sette e mezza (l’alternativa eran le nove). Passatelli vegetariani, ottimi. Prenotiamo anche per domani sera.
I torricini

Torniamo verso l’albergo, ma percorriamo tutto il corso, giusto per fare due passi.
E ci troviamo… ai Torricini! Non ho capito proprio niente della dislocazione di questa città: ero convinta che i Torricini fossero dalla parte opposta!
È una visione magica: i torricini svettano, alti alti come i papaveri della canzone, e tutta la facciata è incantevole. Nella luce notturna, sembra un luogo di fiaba. Ci impiego un po’ a riprendermi dall’emozione inaspettata.
Poi mi metto a spiegare i tre livelli della facciata e le tre logge e la diarchia – Federico e Ottaviano – e la purificazione del corpo, dell’anima e dello spirito.
Restiamo nella piazzetta un bel po’. È una sera così dolce!
Come sia la storia intorno ai torricini, la rispiego qui, perché non so se le ragazze se la ricorderanno (qui si fa a gara coi vuoti di memoria!).
La diarchia
La storia ha sempre raccontato che Guidantonio da Montefeltro ebbe due figli maschi: uno naturale, Federico, e uno legittimo, Oddantonio; costui succedette al padre nel 1443, ma cadde vittima di una congiura. Gli Urbinati allora proclamarono Federico nuovo signore. Era il 1444. Studi recenti hanno invece svelato che Federico era non figlio, bensì nipote di Guidantonio: figlio di sua figlia Aura e del condottiero Bernardino degli Ubaldini (lo stesso del Disarcionamento nella Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, agli Uffizi). Guidantonio adottò il nipote per garantire, in sicurezza, continuità alla casata, poiché dalla prima moglie non aveva avuto figli (alla morte di lei, si risposò e nacque Oddantonio).
Fratello di Federico era quindi Ottaviano Ubaldini, che poi gli sarà sempre accanto nella cura dello Stato, formando la cosiddetta diarchia. Tanto il primo era un militare di valore, tanto il secondo era uno degli uomini più sapienti e meglio istruiti del suo tempo.
La costruzione dei torricini volle essere il simbolo della potenza della diarchia: due torri, due colonne reggevano Urbino. Riguardo alle tre logge, esse rappresentano i tre stadi della formazione dell’uomo e del signore, secondo le dottrine neoplatoniche.
Le tre logge sono una diversa dall’altra:
- Prima loggia (dal basso): è in laterizio romano e rappresenta la terra, materia primaria; a sin. la loggia dava sulla stanza dei lavacri. Qui si curava e si purificava il corpo.
- Seconda loggia: è in stile misto dorico-ionico, dava sulle cappelle del Perdono e delle Muse; qui avveniva la purificazione spirituale dell’anima.
- Terza loggia: la più raffinata; in puro stile ionico-corinzio, ha richiami classici. Qui c’era lo studiolo, qui si curava lo spirito.
- In cima, svetta l’aquila dei Montefeltro – unica, perché i signori detenevano un unico potere.
30 agosto 2022, martedì
Palazzo Ducale.
Poco dopo le nove siamo lì. Ci dicono che il biglietto comprende anche la visita della mostra “Federico da Montefeltro e Francesco di Giorgio Martini”, che si trova a pianterreno.
Nella stessa stanza ci sono biglietteria e bookshop. E qui comincia la corsa al gatto. Intendo il gatto di ieri, sul manifesto.

Che questi disgraziati del museo hanno pensato bene di farne il marchio di una serie di cose. Il duo Fiore-Betta ha comprato zainetti, astucci e non so cos’altro con l’immagine del micio. Il bello è che, una volta davanti al quadro, con l’immagine originale, hanno fatto appena una piega… Per dovere di cronaca: il gatto si trova nell’Annunciazione di Alessandro Vitali.
Al primo piano stanno i primitivi – diciamo così – fino a Raffaello. Alcune opere sono davvero notevoli.




Nella predella, Paolo Uccello, Il miracolo dell’ostia profanata.

Forse il più bel quadro del museo. Ha una luce purissima, vitrea, chiara che nessuna foto può rendere. Ed è la luce che unifica tutte le architetture con lo sfondo e la piazza, dandole quel silenzio perfetto. Indimenticabile il cielo che digrada in toni sempre più chiari di azzurro.

Se ci si avvicinava al quadro, per guardare meglio, partiva una baraonda di sirene… La Fiorenza, saggia, ha fotografato le mani perché vedessimo bene gli anelli (ognuno ha un significato diverso).
Raffaello, Ritratto di gentildonna (La muta)
L’unico Raffaello tornato a Urbino.
È il ritratto di Maria della Rovere Varano, figlia di Giovanna Feltria, figlia di Federico. Vedova di Venanzio Varano – fatto trucidare da Cesare Borgia – veste l’abito verde da lutto, ha i capelli raccolti in una reticella nera, nella camicia ha ricami neri. Purtroppo, un cattivo restauro, ha alterato alcuni particolari. Ma il fascino del dipinto resta, soprattutto, nell’espressione indecifrabile della donna.

Lo studiolo


È il luogo più famoso del Palazzo Ducale. L’unico ambiente interno ad essere stato preservato quasi così com’era.
Metà dei quadri è stata portata via (ma non erano un granché), ed è al Louvre – in disparte. Ma lasciamo stare.
Il meglio è rimasto qui, nelle tarsie perfette.
Lo studiolo è un vero capolavoro.

Il secondo piano del palazzo è il trionfo del tardo Cinquecento, di Barocci e dei suoi seguaci.
C’è Bartolomeo Schedoni con la sua Elemosina di Santa Elisabetta d’Ungheria, che mi dà la sensazione del déja-vu: poi scopro che questo quadro è una copia autografa di quello di Capodimonte; tuttavia quello di Napoli mi sembra più bello. Li metto qui sotto a confronto, così facciamo tutte un po’ di ripasso.


Il quadro di Capodimonte.
Ma quanto è più bello questo bambino!




Sullo sfondo: S. Pietro e l’angelo, che l’hanno confortata prima del martirio. È un quadro meraviglioso, dai colori croccanti!


Guido Reni incanta sempre: è perfetto!


Orazio Gentileschi, Madonna con Bambino e Santa Francesca Romana.
Un quadro famoso e bellissimo.
Il dipinto raffigura un miracolo ripetuto nella vita della santa: l’aver ricevuto Gesù bambino dalla Vergine. La tela è il capolavoro del pittore, che inserisce nell’evento soprannaturale – evidenziato dalla luce dorata – brani di quotidianità, come la pantofola e i gradini scalfiti dall’uso. Caravaggio docet!
Mentre sono in adorazione di Guido Reni, le ragazze vanno nei Torricini: la scala a chiocciola è impraticabile per me. Hanno scattato questa foto.
Da un torricino si vede la sommità dell’altro

Sono le due quando finiamo la visita (e abbiamo visto le ceramiche di corsa!). Manca ancora la mostra a piano terra, ma è impensabile affrontarla senza almeno un tè. Nessuna caffetteria qui. Manco una macchinetta per le bibite…
Parlo con la custode dell’entrata; dico: “Scusi, ci manca ancora la mostra, ma devo bere qualcosa, se no svengo!”. La Fiorenza carica con l’asso di briscola: “Sa, siamo qui dalle nove…”. E quella, sbigottita: “Dalle nove?!?”. (Aveva appena risposto a dei turisti che, per visitare il palazzo, serviva “un’ora, un’ora e mezza”. E noi le diciamo che siamo lì da cinque ore, e ce ne manca pure un pezzo…).
Ribadisco: “I musei vanno visti con calma”.
Non so che cosa pensi, ma alla fine credo che ci trovi simpatiche; tarde, originali, un po’ pazze, ma simpatiche. Ci accompagna fino al portone d’ingresso.
Dopo una mezzoretta siamo di nuovo lì.
Visitiamo la mostra Urbino crocevia delle Arti: Federico da Montefeltro e Francesco di Giorgio. Si snoda attraverso poche stanze.
I due Piero sono qui, come il ritratto di Federico con Guidubaldo del Berruguete.

Un quadro enigmatico, che non ho mai capito e non ho mai amato. Capisco il rigore dell’impostazione prospettica, la luce cristallina… e mi fermo lì. È una tavola piccola (60×80 cm circa)

Bellissima e armoniosa, inconfondibile opera di Piero. La Madonna è statuaria, il bambino un piccolo adulto, la luce penetra dai vetri a rondelle della finestra e lumeggia il pulviscolo, la piccola natura morta della cesta di panni. Tutto parla il linguaggio di Piero. Anche gli angeli, per me così inquietanti!
Ci sono disegni e bronzetti di Francesco di Giorgio Martini. C’è il busto di Battista Sforza del Laurana, di una bellezza rarefatta, commovente. E c’è un ritratto di Guidubaldo bambino di Luca Signorelli. Ma il più bello è quello di Berruguete.

Pedro Berruguete, Ritratto di Federico da Montefeltro col figlio Guidobaldo.
Il duca si è preso un attimo di riposo dalle incombenze quotidiane; ancora in armi, siede su uno scranno intento alla lettura. Guidubaldo, riccamente vestito, ma con l’espressione smarrita, gli si appoggia appena al ginocchio, per non disturbarlo. Come sembrano soli questi due uomini, dopo la morte di Battista Sforza!
E, in ultimo, prima di uscire da Palazzo Ducale, mi faccio scattare una foto nello straordinario cortile.
Come si vede, sono bellissima, all’interno del cortile più bello del mondo.
Un’armonia di forme e colori che nessuna foto può rendere. Genio del Laurana!

Dopo, urge un tè, per far riprendere il cervello dalla fatica e dalle emozioni.
Ci sediamo in un bar di piazza della Repubblica o Mazzini, che dir si voglia. Mi dicono che il tè caldo non lo fanno… Sono basita: ma che bar è?! Ci rifugiamo in quello di ieri, lì accanto.
Prima di entrare al ristorante – che è proprio lì, all’angolo – visitiamo in San Francesco.

San Francesco
San Francesco è il pantheon degli urbinati illustri. Vi sono lastre funebri dovunque, sul pavimento. Se si entra dalla porta a sin., ci si imbatte subito in quella dei genitori di Raffaello; e, proprio lì accanto, c’è quella di Federico Barocci.
Del Barocci è la splendida pala dell’altare maggiore, Il perdono d’Assisi. Peccato che sia così lontana!

Federico Barocci, Il perdono d’Assisi.
il Barocci, con questa pala d’altare, confermò il profondo interesse per la spiritualità francescana.
Perno dell’attenzione è il Cristo, rappresentato in piedi su teste di cherubini, tra la Madonna e san Nicola. San Francesco è inginocchiato con lo sguardo verso di lui. Dietro le spalle del santo, si intravede la Porziuncola.
Straordinari sono la resa dei colori e della luce.
Per capire il titolo dell’opera:
Il “perdono d’Assisi” è una indulgenza plenaria, ottenuta da S. Francesco, dopo che egli ebbe – alla Porziuncola – la visione di Gesù e Maria, circondati da uno stuolo di angeli. Cristo gli domandò che cosa chiedesse e Francesco rispose “la pietà per i fratelli peccatori”, che avessero varcato le soglie della chiesetta. Da allora, chi visita la Porziuncola il 2 agosto, festa del Perdono, ottiene l’indulgenza plenaria.
Questa volta, al ristorante, si mangiano quattro piatti diversi. Tutti ottimi. Io bisso i passatelli vegetariani.
Abbiamo voglia di una tisana e la troviamo al Caffè Basili, piazza della Repubblica. Memori del bar del pomeriggio, la Betta chiede al cameriere se fanno tisane. Il cameriere la guarda quasi risentito, neanche gli avesse chiesto se fanno i caffè. Dice: “Ma certo!!!” E ci porta la carta degli infusi… La carta degli infusi! Un posto perfetto per noi.
Tisana alla liquirizia per tre. La Cri, come al solito, si dissocia. Si sta bene qui, sotto i portici, all’aperto. Sera mite. Dolce sera d’Urbino.

Ultima sera ai Torricini. Nella foto accanto, nell’angolo in basso a sinistra, ci siamo la Fiore e io.
Poi la Betta e la Fiorenza sperimentano il Muro dei bisbigli, che sta proprio lì sotto. Da un punto all’altro del muro concavo, ci si dovrebbe sentire, anche se si bisbiglia. Loro bisbigliano qualcosa…
Il bello è che sento anch’io, che pure sono distante… Ci facciamo sonore risate.
Dio, che bello stare qui con le mie amiche a godermi questa serata urbinate, sotto i torricini, ridendo per delle scemenze, neanche avessimo ancora vent’anni!
31 agosto 2022, giovedì.
Stamane, proprio sotto i portici davanti all’albergo, mercato del libro usato. Una provocazione bell’e buona. Non resisto e mi compro un bellissimo tomo su Giovan Francesco Guerrieri da Fossombrone, di cui ho visto qualche quadro ieri, in pinacoteca. Compro anche due Maestri del colore che mi mancano. Ma lasciare lì i tanti altri libri d’arte, che mi sarebbero piaciuti, è stata dura.
Via Raffaello è una via durissima, in salita. La salita sarà del 30%, ma la percepita è intorno all’80%: Arturo è provato. Qualcuna delle amiche mi spinge. Meno male che la casa di Raffaello non è in cima, se no avrei lasciato perdere.
Casa di Raffaello
In biglietteria mi avvisano che non c’è l’ascensore, e che, per vederla tutta, ci sono da salire una sessantina di gradini. Rispondo che mi interessa solo il primo piano. La Betta chiede se allora mi fanno pagare solo mezzo biglietto… ridiamo, ma io – causa catorcità evidente – non pago.
La Cri prende Arturo, la Betta e la Fiore portano me. Primo piano.

E c’è questo affresco, bello oltre ogni dire.
Le mille riproduzioni non rendono l’idea della tenerezza, della luce, della purezza di linee, della delicatezza di colori di questa opera.
Che sia di Raffaello o di Giovanni Santi, non cambia l’emozione che solo un capolavoro ti dà. Non mi decidevo a venire via. E, dopo che le ragazze sono salite al secondo piano, io sono rimasta a guardarlo.

Nello scendere la via verso la piazza, ci imbattiamo in una sala da tè-erboristeria, quei luoghi carini, vezzosi, molto inglesi nei colori e negli arredi, dove beviamo ottime tisane e compriamo infusi, tè, cose così.
Strade d’Urbino


DUOMO
Ed eccoci al Duomo o, meglio, alla Cattedrale di Santa Maria Assunta
Stavolta la messa non c’è. E il duomo ci si spalanca davanti in tutta la sua maestosità.



È stato rifatto all’inizio dell’Ottocento, dopo che due terremoti, nel 1781 e nel 1789, lo avevano pesantemente danneggiato.
Sull’altare di una cappella della navata destra:
Federico Barocci, Martirio di San Sebastiano, 1558
È una delle sue prime opere e lo stile è già inconfondibile.
Il santo è al centro, addossato a un tronco, mentre un arciere sta per scoccare una freccia. I personaggi intorno vestono abiti orientali. In alto, sostenuta da una nuvola chiara, la Madonna col bambino e angeli.
Il bambino che compare in basso era Antonio Bonaventura, figlio del committente.
Questo particolare del bambino fu rubato nel 1982, ritagliandolo dalla tela. Del frammento si persero le tracce fino al 2017, quando comparve nel catalogo d’una casa d’aste. I Carabinieri dei Nuclei Tutela Patrimonio Culturale (siano benedetti!) intervennero e sequestrarono il frammento; che fu restaurato e reintegrato nel quadro.
Cappella del Santissimo Sacramento
È una delle poche testimonianze della cattedrale rinascimentale. La cappella era sotto il patronato dei duchi, anche per il collegamento interno tra questa ed il Palazzo Ducale, che consentiva loro di seguire le funzioni liturgiche, senza uscire all’aperto.
Sulla parete laterale di sinistra, l’Ultima Cena (1590-1599), capolavoro indiscusso della maturità di Federico Barocci.


Federico Barocci, Ultima Cena
La composizione è vasta e teatrale: tanti personaggi ruotano intorno alla figura di Cristo, al centro del quadro.
Gesù, seduto a tavola con i dodici Apostoli, volge lo sguardo verso l’alto, con la mano sinistra tiene il pane, mentre la destra è alzata, in atto di benedizione, esattamente sopra al calice di vino; è il momento dell’istituzione dell’Eucaristia. L’artista mostra di nuovo una grande abilità nell’uso della luce, con riflessi luminosi che scivolano sui personaggi e sugli oggetti, determinando bagliori e un raffinato cangiantismo.

E poi basta. È tempo di tornare. Un panino e via.
Questo gatto se ne sta appollaiato sulla cassa dell’albergo, dove siamo tornate a recuperare le valigie.
Lo metto qui, a ricordo.
Ché questo viaggio è stato un po’ all’insegna dei gatti… E per ringraziare le mie complici amiche, indomite moschettiere.
Le notizie provengono da Wikipedia, dal sito del Palazzo Ducale di Urbino, dal web in generale.
Le fotografie sono di Cristina Caretta, Fiorenza Gazzoni e Elisabetta Melchiori. Alcune immagini le ho scaricate da Google-Immagini
