
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
E subito la scala tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiavi al muro.
Noi piccoli dai vetri si guardava.
E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella, bambinetta ancora,
per la casa inseguivi minacciando.
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura, ti mancava il cuore:
t’eri visto rincorrere la tua
piccola figlia e, tutta spaventata,
tu vacillando l’attiravi al petto
e con carezze la ricoveravi
tra le tue braccia come per difenderla
da quel cattivo ch’eri tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre…
(da Camillo Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa, Garzanti)
Una poesia famosissima di un poeta poco conosciuto.
Nel ricordo di questo padre, burbero e affettuoso, severo e pieno di delicatezza per i figli, ognuno può leggere la propria esperienza affettiva.
Perché ci sono padri che raccolgono la prima viola per condividere l’emozione della primavera; e padri che vorrebbero punire i figli da una disubbidienza, ma finiscono per proteggerli da “quel cattivo ch’eri tu di prima”.
Una immagine indimenticabile, quest’ultima: il padre vede sé stesso da fuori e, in questo sdoppiamento, considera la punizione intollerabile per quella piccola “povera figlia… tutta spaventata”.
Eppure, al di là di tutte queste considerazioni, rammentiamo cosa afferma il poeta all’inizio e – in parte – alla fine della poesia: il padre è degno dell’amore come persona in sé, anche fuori dal vincolo parentale. E non si tratta di un padre in generale, ma “il mio padre”, in cui persino la forzatura grammaticale sottolinea una esperienza tutta personale.

L’immagine in alto è di William Powell Frith, Il ritorno dal lavoro, 1846.
Ho scaricato l’immagine da Google-Immagini.
