2. BATTISTA I MIGNOLI

1485 c. – 1530

Battista Mignoli, figlio di Giacomo Bersano, nasce intorno al 1485.

In età adulta egli abita a Buzzoletto, in una casa di sua proprietà, e convive col fratello Gio. Francesco in comunione di beni.

Intorno al 1513, Battista sposa Maddalena Berzoni del fu Francesco, quasi certamente nella parrocchiale di San Pietro, cui facevano riferimento gli abitanti di Buzzoletto fino al 1614 (Berzoni era cognome tipico della zona, e soprattutto della frazione; lo troveremo legato ai Mignoli anche più avanti).

Dal matrimonio nascono, probabilmente dal 1515 al 1522, almeno quattro figli: Catarina, Giacomo, Domenica e Giovanni.

Sono anni faticosi per il territorio e per l’Italia intera: anni di scorrerie di eserciti spagnoli, francesi, veneti e germanici, impegnati a spartirsi la penisola. Quasi abbandonate le colture, scarsissimi i raccolti e subito requisiti dalle soldatesche, la popolazione, malnutrita e denutrita, viene presto decimata dalla peste del 1523. Per provvedere ai bisogni sanitari e sociali, vengono aperti nel Viadanese piccoli ospedali e ricoveri. In Villa S. Maria viene costruito l’Ospital Grande.

Il primo atto notarile, riguardante i Mignoli, è proprio di Battista ed è datato 4 aprile 1522: a questa data Battista è maggiorenne, ha cioè compiuto i 25 anni, ragion per cui può liberamente agire. Il rogito riguarda l’atto d’acquisto di poco più di una pertica di terra arativa in località “ai Costi”, della podesteria di Viadana, confinante da un lato con una sua proprietà, da un altro col Dugale. Il venditore è Grazio del fu Jacopino Berzoni di Buzzoletto, forse parente della moglie. L’atto è significativo della volontà di ampliare la proprietà a piccoli pezzi e bocconi, tendenza che troveremo nella maggioranza dei suoi successori.

Cinque anni dopo, un altro rogito ci parla di un ulteriore ampliamento dei beni immobili. Nel gennaio 1527 Battista compra un’altra pertica di terra “ad Costas” (quindi nella stessa zona della precedente): è una terra arativa, vitata e oppiata – caratteristica piuttosto comune a tutte le proprietà viadanesi che, inframmezzate alla parte arativa, tenevano filari di viti maritate agli oppi o opuli (in dialetto locale), una sorta di aceri.

In aprile egli acquista un’altra pertica di terra, confinante con la precedente, che ha opuli e viti novelle. Entrambe le terre confinano con le proprietà dei Berzoni.

Alla fine del 1528 Battista, sempre anche a nome del fratello, aggiunge alle precedenti un altro appezzamento di poco più di due pertiche di terra arativa, vitata e alberata, sita stavolta in località detta Valoria o Ronco Vecchio, confinante per un lato con altra sua proprietà.

Ciò che stupisce è che tutto questo avvenga in un clima di disordini, cui il marchese Federico II Gonzaga faticava a mettere un argine. Dopo la battaglia di Pavia fra Francia e Spagna, e la vittoria spagnola, non per questo la guerra fra i due Stati era finita. Trovandosi Viadana sul Po, ed essendo il grande fiume una delle principali vie di comunicazione dell’Italia del Nord, i reggimenti vi stazionavano spesso. Ma fra i soldati si annidava la peste: e un’altra pestilenza colpisce il territorio nel 1525.

Alle disgrazie della guerra, si aggiungevano gli effetti devastanti degli elementi naturali: l’alluvione del 1524, la grande gelata dell’inverno 1526, quando il Po si poteva percorrere a piedi da una sponda all’altra, ma aveva bloccato i mulini, seccate le viti e gli alberi da frutto.

Nel marzo 1530 Battista Mignoli muore, lasciando quattro figli minorenni.

Lettura di un documento: il testamento di Battista

Il 1 marzo 1530 Battista è malato, “languente”, morente nella sua casa. Tuttavia, nel pieno delle sue facoltà mentali, detta il proprio testamento al notaio Andrea Marcobruni. Vediamo il documento.

Dopo le formalità rituali, in cui Battista raccomanda la salvezza dell’anima a Dio, egli chiede di essere seppellito nel cimitero della chiesa di S. Pietro di Viadana, “con gli onori secondo le sue qualità e condizioni”. Non stupisce questa richiesta di sepoltura: Buzzoletto non aveva ancora una sua chiesa parrocchiale e quindi nemmeno un cimitero consacrato. La chiesa delle funzioni e dei sacramenti era, appunto, quella di S. Pietro.

Riguardo alle “qualità e condizioni”, Battista era certamente benestante, e quindi apparteneva a una confraternita: nel qual caso, egli aveva diritto a un funerale importante, con più sacerdoti concelebranti e la presenza dei confratelli oranti in divisa.

Nel seguito del testamento, Battista lascia alle figlie, Catarina e Domenica, per quando si mariteranno “a Dio o al mondo” (formula che indicava il doppio caso di monacazione o matrimonio) due legati di lire 200 ciascuna; di cui lire 150 in beni e cose mobili, e altre lire 50 in denari. Gli eredi di Battista, i figli maschi, dovranno farsi garanti dei lasciti alle sorelle, rispettando la volontà del padre.

Alla moglie, Maddalena Berzoni, Battista lascia la di lei dote e ogni altro suo bene dotale, più lire 25 in denari. La nomina, inoltre, usufruttuaria di tutte le sue sostanze (beni mobili e immobili), finché vivrà vita vedovile “casta e onesta”, secondo la formula d’uso.

Eredi universali nomina i due figli maschi, Giacomino (sic nell’atto) e Giovanni, che erediteranno, al raggiungimento della maggiore età, tutti i suoi beni mobili e immobili, così come i crediti, i debiti e quant’altro.

Battista nomina tutore dei figli, nonché amministratore di tutte le sue sostanze, il cognato Rinaldo Berzoni e un certo Francesco Pegoraro “piacentino”.

Il testamento ci dice, dunque, che

  • La moglie era ancora vivente (nessun documento successivo prova che si sia poi risposata o meno);
  • Le figlie femmine hanno meno di 18-20 anni, età in cui generalmente una ragazza si sposava;
  • i figli maschi sono minorenni, cioè hanno meno di 25 anni, a quel tempo considerata la maggiore età, al di sotto della quale era necessario un tutore, appunto.

Volevo sottolineare un fatto: Battista nomina tutore dei figli il cognato e non il fratello Gio. Francesco.

In genere, tale era la consuetudine: la tutela dei figli minori veniva affidata in prima istanza ai fratelli del defunto. Perché stavolta no?

Eppure vivevano nella stessa casa e in comunione di beni, e Gio. Francesco non era neppure sposato. Forse il fratello era troppo coinvolto nell’amministrazione delle proprietà, forse non era all’altezza di sobbarcarsi un impegno morale, educativo ed economico così gravoso. Sono ipotesi cui non è possibile dare una risposta soddisfacente.

NOTE

Riguardo alla storia di Viadana, vedi A. PARAZZI, op. cit., vol. 1 pp. 36-38

I rogiti notarili sono stati tutti redatti dal notaio di Viadana, Andrea Marcobruni, e sono raccolti in AS. MN. RNV. Libri 10 e 21.

IL FRATELLO GIOVANNI FRANCESCO

1490 c. – 1532

Nato intorno al 1490, figlio di Giacomo Bersano, Gio. Francesco Mignoli vive a Buzzoletto in comunione di beni e nella stessa abitazione del fratello Battista.

Di lui, oltre ai rogiti di acquisto del fratello – che agisce sempre anche in suo nome – resta un solo documento, il testamento, redatto dal notaio Andrea Marcobruni il 12 marzo 1532.

Alla data, Gio. Francesco è malato “nel corpo”, sano di mente tuttavia; non risulta sposato né vedovo, non ha figli e lascia tutti i suoi beni ai nipoti, figli del fratello. In particolare:

  • lega 25 lire a ciascuna delle due nipoti femmine, Caterina Maria e Domenica;
  • nomina la cognata Maddalena Berzoni (che quindi non si è risposata – o non ancora – e convive nella stessa casa) “massaria” e usufruttuaria dei propri beni mobili e immobili (legando le condizioni alla vita vedovile nella castità e onestà, secondo la formula nota);
  • lascia suoi eredi universali i due nipoti Giacomo e Giovanni.

A questo punto la ricchezza della famiglia è ancora intera. Non è dato sapere a quanto ammontasse – non ci sono inventari in proposito – ma, considerando i legati in denari, la proprietà di terreni e della casa, non doveva essere poca cosa.

NOTA

Per i documenti citati di proprietà, si rimanda a quanto annotato riguardo Battista Mignoli.

Il testamento in AS. MN. RNV. Libro 10

I FIGLI DI BATTISTA

GIACOMO

1513 c. – post 1548

Figlio di Battista I e di Maddalena Berzoni, Giacomo Mignoli nasce probabilmente a Buzzoletto, intorno al 1518 (un rogito del notaio Borsella del 16 febbraio 1542 lo dice di 23 anni). A me, tuttavia, sembra un errore – cosa facile in un tempo in cui le nascite non venivano ancora registrate. Credo piuttosto che sia nato almeno un paio d’anni prima, intorno al 1515-1516. Dirò fra breve il perché.

Credo che Giacomo sia il figlio primogenito maschio, poiché in lui Battista rinnova il nome del padre, come era costume e come si continuerà a fare per secoli, fino a tempi recenti.

In famiglia viene chiamato Giacomino e, con tale diminutivo, viene nominato nel testamento paterno (ma nel testamento dello zio il nome è Giacomo). Quando resta orfano di padre, ha tra gli 11 e i 17 anni, minorenne comunque.

Dopo la morte di Battista, i due fratelli, Giacomo e il più giovane Giovanni, continuano a vivere insieme nella stessa casa, in comunione di beni; ed è in comunione di beni che vengono registrati i rogiti che li riguardano. Ma andiamo con ordine.

Nel giugno 1534 Giacomo sposa Francesca Marinoni, figlia del fu Gio. Giacomo, abitante in Villa Bottazzo o Scazza, sotto la parrocchia di S. Pietro. La moglie gli porta una dote di 200 lire imperiali, di cui una minima parte in beni mobili (letto, lenzuola, biancheria, vesti, grembiali, una collana d’argento e una pelliccia, del valore di complessive 52 lire); l’altra parte in denari versati successivamente.

Una considerazione: se Giacomo fosse davvero nato intorno al 1517-1518, nel momento del matrimonio avrebbe avuto 16 o 17 anni. Troppo presto anche per il tempo. Se non c’erano ragioni morali o sociali (la gravidanza della futura moglie), la precocità del matrimonio poteva essere legata a un solo fatto: la morte della madre e la impossibilità per lui e il fratello di condurre la casa. È probabile che le sorelle, nel 1534, fossero già maritate.

Nel febbraio 1542, Giacomo e il fratello Giovanni, entrambi minorenni – l’uno di 23 anni, l’altro di 19 (secondo il notaio Borsella, autore del rogito) – essendo “defunti tutti i loro parenti”, ottengono l’autorizzazione a vendere un appezzamento di terra arativa e opiata con opuli novelli della misura di poco più di due pertiche, sita ad Costas – dove, come abbiamo visto con Battista, i Mignoli avevano ampliato le loro proprietà. L’acquirente è Bartolomeo Gasapina, abitante a Buzzoletto; il ricavo della vendita è di 71 lire.

Anche il 14 novembre 1544 i due fratelli vendono un appezzamento di terra, più piccola, di poco più di tre tavole, ricavandone 25 lire.

Di venti giorni dopo è invece un rogito davvero strano. Giacomo (agendo sempre anche a nome del fratello, ancora minorenne) ottiene in locazione un piede di mulino sul fiume Po, “con tutte le sue pertinenze e con due asini”. Il mulino è soggetto a livello, da affrancarsi entro cinque anni. Il venditore è Andrea Pancera, abitante anch’egli a Buzzoletto (o Bozuletto, come si scriveva allora), i locatori – oltre ai Mignoli – sono Stefano Ravani, Silvestro del Bono e Francesco Somenzari. Ogni tre mesi, per cinque anni, Giacomo e Giovanni avevano l’obbligo di pagare 24 sestarii di frumento a titolo di livello. Dopo cinque anni il piede di mulino poteva essere affrancato, versando la somma di 50 scudi d’oro.

La cosa è piuttosto strana: Battista Mignoli aveva lasciato ai figli diverse proprietà, terreni e case, e Giacomo era il primogenito. Ci si aspetterebbe da lui una vita legata alla terra, come fa il fratello. Invece no, preferisce una vita da mugnaio (o è un investimento? Dal documento non sembra).

Eppure le vendite di terreni continuano. C’era bisogno di soldi per pagare il livello e riscattare il mulino.

Nell’aprile 1545 i due fratelli vendono al cognato Ludovico Zugni (marito della sorella Caterina) un appezzamento di terra arativa, vidata e opiata, di circa una pertica, posta nelle campagne di Buzzoletto per 65 lire.

Pochi mesi dopo Giacomo (dal documento non risulta il fratello) dà in affitto per un anno a Giovanni Maruchi (forse Marocchi), abitante a villa S. Pietro, il piede di mulino sul Po.

Nel novembre dello stesso 1545, vende a Nicola Verdi due appezzamenti di terra: una, di tre biolche, che confina coi beni di loro fratelli, la viazzola e l’argine; l’altra, di due pertiche, sita in località S. Agata, poco fuori Buzzoletto. Ne ricava complessivamente 460 lire.

In un altro rogito del 14 maggio 1547, viene conclusa la permuta di tre biolche di una loro terra posta alle Coste con un’altra della stessa misura, ma meno fertile e posta in un altro luogo di Buzzoletto. La permuta frutta ai due fratelli 30 ducati. (Per l’analisi del documento si veda più sotto)

Sembra però che questo affare rompa l’armonia fra i fratelli, che dividono i loro beni. Giacomo sembra più propenso a vendere, vendere, vendere; Giovanni, nella sua esistenza successiva, continuerà a comprare terra.

È probabile che l’uno volesse staccarsi dalla terra, investire tutto nel mulino o in un’altra attività, allontanandosi da Buzzoletto.

Infatti, il 30 luglio 1548, nell’ultimo rogito che lo riguarda, Giacomo, vende a Nicolò Viridi, abitante al ricetto di S. Maria due pezze di terra: una arativa, vitata, opiata di tav. 11 confinante con la proprietà del fratello Giovanni e la viazzola; l’altra è anche arborata e su quella sorge il suo pezzo di casa, anche questa confinante con la terra e la casa del fratello. Vi guadagna poco più di 191 lire.

I ponti con la vita precedente, a questo punto, sono tagliati.

Che cosa ne segua poi, non si sa.

Giacomo scompare dai documenti notarili viadanesi. Si è probabilmente trasferito altrove. Del resto i mulini del Po – se continuiamo a seguire questa ipotesi – attraccavano spesso e preferibilmente sulla sponda opposta, in terra emiliana o parmense, dove la corrente era più favorevole.

Ho avanzato l’ipotesi che sia morto, ma non è rimasto alcun documento: né un eventuale testamento, né una restituzione di dote alla moglie, né di notizie di suoi discendenti. Nulla di nulla.

Sta di fatto che il suo nome proprio, Giacomo, scompare dalla onomastica dei Mignoli: ciò fa presumere che il nome se lo sia portato con sé, in una nuova realtà sociale e familiare.

Permuta di Giacomo Mignoli con Bartolomeo Gasapina. Analisi di un documento

Come ho detto sopra, un rogito del 14 maggio 1547 riguardava la permuta di terra con Bartolomeo Gasapina. Il documento mi sembra interessante. Vediamo nei particolari.

Bartolomeo Gasapina, abitante a Buzzoletto, aveva preso in affitto perpetuo, ovvero in enfiteusi, dalla chiesa parrocchiale di San Pietro, fuori Viadana (in effetti, la chiesa era fuori dalle mura), una pezza di terra di tre biolche in Bozoletto. Ogni anno pagava alla chiesa, nella festa di San Michele (cioè il 29 settembre), un livello di 10 lire, 9 soldi e 3 denari.

Bartolomeo, probabilmente per aumentare i propri guadagni, propone di permutare il detto appezzamento con un altro, pure di tre biolche, che si trovava in località detta “alle Coste”, e che era di proprietà di Giacomo Mignoli e di suo fratello. Probabilmente i fratelli lo avevano messo in vendita o avevano divulgato il proposito di vendere.

Nel rogito sta tuttavia scritto che i Mignoli non vogliono permutare la loro terra – libera da livelli o ipoteche – con un’altra sottoposta a livello. La condizione per l’accordo presuppone quindi la liberazione dal livello della terra permutata. Spetterà quindi a Bartolomeo Gasapina far spostare il livello alla pezza di terra che riceverà in cambio. Il problema passa quindi al rettore di S. Pietro, cioè al proprietario effettivo dell’appezzamento.

Il rettore della chiesa di San Pietro espone quindi la questione al vicario generale dell’episcopato di Cremona, dal quale la parrocchia dipende. La motivazione forte di tutta l’operazione riguarda il fatto che la terra dei Mignoli è più fertile e l’acquisto sarebbe perciò vantaggioso per la chiesa stessa.

Il vicario di Cremona si convince della bontà della permuta e, per concludere l’operazione, nomina quale suo rappresentante don Matteo de Botesinis di Viadana, mentre i fratelli Mignoli e Bartolomeo Gasapina scelgono Giovanni Simone de Berzoni.

Questi esperti stimano la prima pezza di terra (quella di Bartolomeo) 10 ducati alla biolca, la seconda 20 ducati alla biolca. In più, ribadiscono la maggiore fertilità della terra dei Mignoli.

Quindi si arriva alla stipulazione del contratto di permuta.

NOTA: tutti i documenti citati sono del notaio G. G. Borsella (in AS. MN. NOT.)

LE FIGLIE DI BATTISTA

Catarina Maria e Domenica, figlie di Battista Mignoli e Maddalena Berzoni, nascono intorno agli anni Venti del Cinquecento.

Entrambe vengono citate nel testamento del padre e dello zio Gio. Francesco. Da entrambi ricevono uguali legati, per quando si collocheranno “a Dio o al mondo”: dall’uno lire 200, dall’altro lire 25.

Di Domenica, tuttavia, dal 1532 si perde ogni notizia.

CATARINA MARIA

Di Cattarina Mignoli (o Catelina, come riportano certe scritture) possediamo, invece, più di un documento. Sappiamo che sposa Ludovico Zugni tra il 1545 e il 1450, e che ne ha almeno due figlie: Maria e Maddalena.

Sappiamo che abita, da sposata, a villa Scazza di Viadana, sotto la parrocchia di San Pietro, e che qui muore dopo il 26 gennaio 1604. Ha una vita lunga (dagli 80 ai 90 anni) e segnata da vari lutti e contese: quando vende un piccolo appezzamento di terra aradora, vitata e opiata di sua proprietà, nel 1591, è vedova. Ed entrambe le figlie, a loro volta sposate e con figli, le premuoiono.

Maria aveva sposato Cristoforo Moschini e ne aveva avuto un figlio, Ludovico Moschini; Maddalena, maritata con Giovanni Cotti, ha lasciato due figli, Francesco e Teodora Cotti.

Caterina Mignoli avrà una lunga lite col nipote Ludovico Moschini che, nel 1594, a 16 anni, è sotto la tutela di Francesco Mignoli (figlio del fratello di Catarina, Giovanni).

Ludovico, tramite i tutori (l’altro è il notaio Giovanni Mori), contesta alla nonna la mancata acquisizione di una parte di dote della madre Maria, consistente in una porzione di terra casamentiva: “qual terra li è sopra una portegaia [“portegaglia” in altra parte del documento] e un muro verso la Catelina”. Un portico, credo, confinante – tramite muro – col resto della casa abitata da Catarina. Il tutto viene stimato dal perito poco più di 132 lire. Ma tredici anni dopo, nel 1607, una nuova perizia che conteggia e valuta, ad una ad una, le pietre che costituiscono il muro e la “portegaglia”, i coppi che li coprono, i legnami e i serramenti, dà alla proprietà un valore superiore a 147 lire.

Catarina deve dunque consegnare quella parte di casa al nipote Ludovico e in più (a compensazione della dote della figlia Maria) dovrà dare in denari sonanti 22 lire e 2 soldi.

Ma, caparbiamente, cerca di ovviare all’obbligo di risarcire il nipote, col suo testamento del 5 novembre 1594 (dunque anteriore alla seconda perizia) in cui, sana di mente e di corpo, lega al nipote Ludovico la stessa terra con gli edifici sopra; ma nomina eredi universali di ogni suo altro bene i nipoti Francesco e Teodora Cotti.

Non si sa come sia finita la storia. Catarina vive ancora dieci anni e, nel suo ultimo testamento del 26 gennaio 1604, Ludovico Moschini non viene nominato. L’erede universale di ogni suo bene diviene la sola nipote Teodora Cottarelli (o Cotti), sposata con Antonio Maria Gavagna. Il documento contiene tuttavia la raccomandazione che Teodora non possa essere “molestata”. E mi sorge il dubbio che il cugino Ludovico che aveva ricevuto (tramite vie legali) quanto gli spettava, potesse comunque avanzare altre pretese sulla eredità dell’ava.


NOTA: I documenti citati si trovano in AS. MN. Notarile, notai Girolamo Borsella (22 lug. 1591), Vittore Scutellari (4 e 5 nov. 1594), Bartolomeo Somenzari 26 gen. 1604)