
Mi piacciono tanto le saghe familiari, soprattutto se riguardano famiglie vere. Questa è la storia della famiglia Ahrens, a Palermo. L’autrice è una pronipote del capostipite.
Albert Ahrens giunge a Palermo nel 1875. È arrivato in Italia, dalla Germania del Nord, un anno prima. E, per un anno, si è fermato a Napoli.
Non era mai stato a Palermo: la città era illuminata da una luce rosata, cinta da montagne non alte ma appuntite. Albert era rimasto colpito dalle parole con cui Goethe aveva descritto Monte Pellegrino: “Il promontorio più bello del mondo”… Palermo è come Napoli, rifletteva, rasserena l’anima, ci si sente più felici. (la sottolineatura è mia)
Ha 23 anni Albert e ha già avuto varie esperienze lavorative, ma
nella Germania antisemita, avrebbe dovuto combattere una lotta durissima per realizzare le sue ambizioni.
In Italia invece…
Nella seconda metà dell’Ottocento l’Italia – nata da poco come Stato unitario – era uno dei pochi paesi europei dove l’antisemitismo non era attecchito. Anzi, molti ebrei, facevano parte della neonata classe borghese italiana.
Nella “Palermo felicissima” del primo Novecento, in effetti, Albert fa fortuna e diventa un imprenditore di successo.
Dopo qualche anno, sposa la sua fidanzata tedesca, Johanna Beniamin, un personaggio straordinario, centrale nella storia. Nascono otto figli, sei femmine e due maschi.
La famiglia va presto ad abitare in una grande villa fra campagna e città, nella Conca d’oro (la villa ora è sede della Divisione Investigativa Antimafia). Sulla facciata spicca la scritta “LIK DÖR” (“La luce è là”).
Là i figli crescono, ciascuno secondando le proprie attitudini e i propri desideri.
Gli Ahrens frequentano le grandi famiglie palermitane, i Florio in primis, e i ricchissimi imprenditori immigrati: gli Ingham, i Whitaker.
Ma la storia bussa: col terremoto di Messina, con la prima guerra mondiale che si porta via entrambi i figli maschi. L’incantesimo si spezza. Arrivano momenti difficili, il mondo intorno diventa pericoloso e ostile. Anche se vi si incastrano momenti di felicità, con i matrimoni delle figlie, con i nipoti.
Poi sarà il fascismo e le leggi razziali. Gli Ahrens vengono restituiti alla loro identità ebraica – estranea da tempo alla loro vita. Devono abbandonare la casa. I parenti, dalla Germania, raccontano un’altra dolorosa realtà.
Poi la guerra, i bombardamenti sulla città. Lo sfacelo economico che la coinvolge, non impedirà tuttavia alla famiglia di restare fortemente unita; le figlie, insieme alla madre Joanna, porteranno comunque avanti quella “luce” di valori che è stata la base della loro vita.
