Sabato, 4 dicembre
San Giovanni a Carbonara
Chiusa, chiusa, chiusa! Impalcata, bloccati gli ingressi alla scalinata d’accesso. Che delusione! È una delle chiese più belle della città e me l’ero studiata così bene!

Rimediamo avviandoci verso Donnaregina. In via Duomo la Betta trova questa lapide, che riflette – dice – il suo modo di essere; infatti la fotografa.
E j so’ napulitano e si nun canto moro!
Santa Maria Donnaregina
Dopo una lunga lunga scalinata, con alcuni uomini, adulti e giovani, in alto che stavano a guardarci (io che arrancavo sulle scale, sorretta dalle ragazze) senza muovere un dito… poi ci hanno detto: 1. non ci avevano viste, 2. c’era un ingresso invalidi laterale. Lasciamo stare…
Dopo tutto il refrain – compreso il fatto che qui pagano anche i disabili – entriamo in Donnaregina Nuova. C’è un convegno – di alti papaveri, direi – per cui ci dirottano subito verso la chiesa vecchia. Meno male!!
Santa Maria Donnaregina Vecchia

Fondata dalla regina Maria d’Ungheria, agli inizi del Trecento, per le monache clarisse. Sia l’abside che lo spazio antistante sono coperti da volte a crociera affrescate con colori angioini e del casato d’Ungheria.
L’interno è tanto suggestivo: sarebbe a navata unica, ma, per più della metà, si sviluppa con tre campate a soffitto ribassato (che sostiene il coro ligneo delle monache), rispetto a quello della chiesa, e termina con una formidabile, luminosa, altissima abside poligonale, con alte e ampie bifore e una volta a crociera, alti fino al soffitto originale.


Monumento funebre di Maria d’Ungheria, opera di Tino da Camaino, 1324.


Qui viene da chiedersi se la chiesa si chiami Donnaregina per la regina del cielo o per questa regina della terra, nell’armonia del suo magnifico monumento funebre, uno dei più belli del mondo.
La regina è Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II d’Angiò, madre di Carlo Martello, san Ludovico da Tolosa e Roberto d’Angiò[1].
I suoi sette figli maschi sono ritratti negli archetti, sotto il sepolcro, alcuni con cani e grifoni – perché i segni della caccia sono quelli del potere aristocratico.
A reggere il tutto, le Virtù cardinali, quattro angioloni di stampo francese, ma già con fattezze italiane.
Il monumento è il prototipo delle tombe angioine a tabernacolo.
Scattiamo una raffica di foto.
[1] Per Carlo Martello e la sua morte prematura, si veda Divina Commedia, Par. VIII; per Ludovico da Tolosa, il quadro di Simone Martini a Capodimonte, dove è ritratto col fratello Roberto, re definitivo, disprezzato da Dante nel canto suddetto. Gli altri fratelli sono (da sin.) Pietro Tempesta, Giovanni da Durazzo, i tre precedenti, Filippo di Taranto e Raimondo Berengario.
Cappella Loffredo
Di fronte al monumento funebre di Maria d’Ungheria, si apre l’unica cappella della chiesa: la cappella Loffredo. Con due bifore, affaccia sull’abside. Accanto alla porta d’ingresso, resti di affreschi dell’Apocalisse. All’interno, i dipinti sono di un ignoto pittore trecentesco, che sembra riprendere Giotto.






Il coro delle monache
Al piano superiore c’è la sorpresa, inimmaginabile, del Coro delle monache. Inimmaginabile perché, per tanto che uno ne abbia letto, il Coro è superiore a ogni attesa, per grandiosità e per bellezza – e l’emozione la fa da padrona.
È il più vasto ciclo di affreschi del ‘300 rimasto a Napoli, attribuito a Pietro Cavallini. La decorazione ricopre tutte le pareti e, là dove i primitivi affreschi sono caduti, ce ne sono altri, più tardi, un po’ diversi, sempre belli.
Il ciclo è potentissimo, anche se trasformato in rosso da un incendio del 1390 (ricorda Masaccio al Carmine, prima dei restauri, anche quello arrossato da un incendio). Alla parete di fondo è dipinto il Giudizio universale, diviso in tre parti (Paradiso, Esaltazione della Croce, Inferno); alla parete sinistra, in 15 scomparti, meravigliosi Passione, Morte e Resurrezione di Cristo; più sotto, vita di S. Elisabetta d’Ungheria


Nella parte inferiore delle pareti, ci sono piccoli affreschi cinquecenteschi: Martirio di S. Orsola, Adorazione dei Magi, Annunciazione, Natività e Madonna e Santi.



La Napoli angioina doveva essere completamente colorata! Dovunque ci sono affreschi (penso a S. Chiara, alla cappella Palatina di Castel Nuovo, di cui ho letto, decorata interamente da Giotto; e penso alla Cappella Minutolo coi suoi marmi dipinti). In più, le vetrate erano tutte istoriate, secondo lo stile gotico-francese.

Soffitto cassettonato, decorato al centro da un rilievo con Incoronazione della Vergine, opera cinquecentesca del lombardo Pietro Belverte.



Le mie amiche credevano che mi fossi presa il colpo della strega! E mi hanno immortalata… ma stavo solo fotografando il soffitto. Forse ci ho messo un po’… si sa che sono lenta.
Però, scusate: prima mi immortalate e solo poi mi soccorrete?
Museo diocesano
Si trova all’interno del percorso del complesso di Donnaregina. La disposizione delle opere è originale: tematico, va da episodi e figure di santi fondatori di ordini religiosi, al mistero della figura di Cristo, ai Martiri. Alcuni quadri meritano più di una rapida occhiata.





Santa Maria Donnaregina Nuova
Agli inizi del Seicento, proprio dinanzi alla chiesa Vecchia, venne costruita quella Nuova: la Vecchia e la Nuova chiesa erano collegate dalle zone absidali.
Non si è potuto vedere un granché: c’era ancora il convegno dei papaveri.
Siamo passate dal comunichino: alle pareti ci sono sculture e monumenti sepolcrali del Rinascimento napoletano, tutti provenienti dalla chiesa Vecchia; e quindi i monumenti sepolcrali dei componenti della famiglia Loffredo (XVI sec., eseguiti da Giovanni Domenico D’Auria). Veramente bravo questo D’Auria: vedi anche i due tondi della Madonna col bambino e di Sant’Anna con la Vergine bambina – commoventi!


Coro delle monache e delle converse
Entrambi i cori sono posti al piano superiore della chiesa. Abbiamo visto solo il primo, ma quasi al buio: gli affreschi si distinguono meglio nelle foto.
E qui il ciclo di affreschi (1684) di Francesco Solimena è strepitoso (se fosse illuminato, poi!): la volta è proprio indistinguibile, ma la grande scena frontale si legge abbastanza: vi è raffigurato il Miracolo delle rose. Chiedo spiegazioni perché, la storia, nessuno di noi la sa.


Una guida-ragazza ci spiega.
Era il mese di gennaio e San Francesco fu tentato dal demonio; allora si rotolò dentro un roveto, ma i rovi, per non ferire il Santo, si trasformarono in rose senza spine (questa è l’origine della Rosa canina assisiensis, che ancora oggi fiorisce alla Porziuncola). S. Francesco raccolse le rose in un mazzetto e le portò in dono al papa. Non ricordo il passaggio dal primo al secondo momento: se Francesco stesse già andando dal papa; o è un altro episodio. La spiegazione dettagliata non l’ho trovata da nessuna parte. Qui si vede – si intravvede – il santo inginocchiato davanti al pontefice, in un profluvio di altri gesti e altri personaggi, secondo il più puro stile barocco-rococò.
Grande Solimena! La pittura napoletana riserva sorprese incredibili.
Mostra: “Aniello Falcone, il Velasquez di Napoli”
Così il titolo della mostra. Perché Aniello Falcone (1607-1656) ha dipinto soprattutto battaglie; e anche altre cose, ovvio. Ecco: noi siamo state colpite dall’ovvio. Direi che le foto lo dimostrano. Manco un’arma, un archibugio, una lancia, un cavallo, un uomo caduto, una bandiera.
Ci è sembrato più caduto il bambinetto sotto lo sguardo truce della maestra (un ceffo da megera!), più luminoso delle armi il manto della Madonna nella Fuga, più disperato Giacobbe davanti alla veste insanguinata.


Scendiamo in chiesa Nuova, ma non ci fermiamo a visitarla. Non ricordo perché: forse siamo stanche.
Ci fanno uscire da un’uscita laterale dove ci sono meno gradini, ma uno scivolo con una pendenza tale che temo di scapicollarmi! Lo tolgono e ci facciamo i gradini… E anche qui: di’ che uno, fra uomini e ragazzi, mi abbia aiutata! Meno male che ho delle moschettiere accanto!
Ritorniamo su via Duomo, poi via dei Tribunali – tanto per cambiare, siamo sempre qui!
C’è un affollamento incredibile, gente ovunque: chi passeggia, chi fa la fila davanti alle pizzerie, chi ti sorpassa perché deve andare più forte. A Napoli non ci si sfiora, ci si va addosso! Lo scontro dei corpi, la fisicità sembra non dare fastidio a nessuno, se non a noi. Condivido l’esperienza dei bambini in carrozzina, sussulto sul basolato[1], mi ingrippo nelle fessure, nei cedimenti.
[1] Ho scoperto che il basolo (o basola) è una lastra di roccia di origine vulcanica (come qui) o calcarea. Il basolato è la tecnica di pavimentazione stradale adottata, a partire dai primi anni del Settecento, in tutto il Meridione. Prevede un perfetto accostamento di conci di forma squadrata e perfettamente planari sulla superficie carrozzata.
Pranziamo a panini dal Professore, un bar di via dei Tribunali. Di Professori ce ne devono essere tanti in questa città! Pare che il caffè non sia niente di che. Spiego: a Napoli c’è una caffetteria famosa, chiamata Il professore, dove fanno il caffè migliore della città – è risaputo – ma non abbiamo capito dove si trovi.
Ritorniamo su via dei Tribunali e il traffico è triplicato. Davanti a via S. Gregorio Armeno, alcuni poliziotti impediscono di imboccare la via: si può solo risalirla da via S. Biagio dei Librai. Tanto per quantificare il traffico pedonale.
Lì, nello slargo, c’è S. Lorenzo Maggiore, ma fatico a riconoscerla: mi pareva di averla vista con una piazza davanti, non ricordavo le impalcature, adesso c’è una folla seduta ai tavolini – sono imbambolata, un’oca più che altro. Solo la Betta – che è una saggia sagace, anche se lo dà poco a vedere – insiste: e HA RAGIONE! Porca miseria, se ha ragione!!
Basilica di San Lorenzo Maggiore
PREMESSA, SE NO NON SI CAPISCE
Gli Angioini si insediano a Napoli dopo avere sconfitto Manfredi (1266), tagliato la testa a Corradino di Svevia (1268) in quella che sarà la piazza del Mercato, e trasferita la capitale da Palermo a qui. E qui costruiscono la nuova reggia, Castel Nuovo, e fondano alcuni importanti edifici religiosi: fra i tanti, S. Domenico, S. Chiara, Monteoliveto, la Certosa di S. Martino, una serie davvero imponente di architetture gotiche. Sì, arriva il gotico in città. Infatti, al seguito dei conquistatori, giungono maestranze francesi che aggiornano (ma con particolare attenzione al linguaggio della Francia meridionale; del resto, Carlo d’Angiò era conte di Provenza) il lessico architettonico, in stretta simbiosi con elementi di origine transalpina.
Napoli come città capitale è quindi inventata dagli Angioini.
Carlo I d’Angiò provvede alla fondazione di nuovi edifici per celebrare le glorie sue e della sua dinastia.

Ampia, luminosa (anche scrostata, più di un secolo fa, da quasi tutto il barocco che c’era – e qui il cuore piange) è davvero suggestiva ed emana una profonda spiritualità. Ce ne eravamo già accorte ieri sera, quando eravamo entrate per riposare e c’era la messa. È una basilica francescana.

Voluta da Carlo I d’Angiò nel 1270, costruita su un preesistente edificio paleocristiano (vicino all’abside si vede il pavimento musivo originario); è una mescolanza di stile gotico e francescano. La differenza fra lo spazio della navata e quello del coro, rivela fasi diverse dei lavori e un cambiamento profondo del progetto originario.
A metà del ‘200, infatti, nelle chiese degli ordini mendicanti, si era affermata la tendenza a differenziare visivamente – anche con diversi tipi di copertura (qui, quella della navata è a capriate lignee) – lo spazio dei fedeli da quello della celebrazione, e quindi a dilatare il corpo longitudinale.
Un’altra premessa
La costruzione è cominciata dall’abside, affidata ad architetti francesi: è l’unico esempio di gotico francese in Italia. Nel resto della chiesa prevale, invece, il gotico italiano. Da sottolineare che fra i due stili gotici – l’italiano e il francese – c’è una netta differenza: i francesi esaltano le strutture portanti, quasi annullano le pareti per lasciare grande spazio alle vetrate istoriate; gli italiani privilegiano invece le superfici delle pareti per riempirle di affreschi.
Quando “quelli che vogliono riportare la chiesa a com’era” strappano via gli interventi successivi, in realtà non riportano a un bel niente, perché l’arcobaleno di colori delle vetrate, gran parte degli affreschi, dei quadri, dei monumenti funebri e delle sculture dipinte, sono andati perduti; e quindi è perduto il com’era.
È anche vero, tuttavia, che – come ha scritto Tomaso Montanari (citando l’episodio dell’incontro di Boccaccio con Fiammetta), che, se quello fu uno “scellerato* restauro sul piano storico, perché cancellò appunto la storia, ci ha restituito se non altro l’idea di un brano straordinario di gotico francese trapiantato nel ventre di Napoli. Quasi, dicevo: perché la luce di bellezza [di Fiammetta] si mescolava allora alla luce di mille colori che pioveva dalle vetrate istoriate, che rendevano l’abside così simile alla Sainte-Chapelle di Parigi. E, ancora, ai barbagli di quella sorte di abbacinante oreficeria smaltata che era la grande pala dell’altar maggiore, cioè il S. Ludovico di Tolosa di Simone Martini. E ai riflessi della foglia d’oro con cui Tino da Camaino aveva appena rivestito l’arca funebre della nipote del santo: Caterina d’Austria.
Era la Napoli degli Angioini, dove i volti, la lingua, i costumi, l’architettura e le figure, i colori e le idee rendevano evidente che l’Italia, la Francia, l’Europa avevano una vita e un destino comuni. È la storia meticcia e intrecciata che raccontano i nostri monumenti, e le opere d’arte che vi abitano”.
*La sottolineatura è mia
Il presbiterio è altissimo, a costoloni, slanciato su dieci pilastri fra i quali si aprono arcate a sesto acuto. Dietro scorre il suggestivo deambulatorio a cappelle radiali, con volte a crociera.
Ricorda le più belle fra le chiese francesi. Le vetrate originali erano istoriate.


ALTARE MAGGIORE
È una delle opere d’arte che hanno reso celebre la basilica. Realizzato da Giovanni da Nola in marmo bianco (1530 c.), nel dossale ha le statue dei santi Francesco, Lorenzo e Antonio (quest’ultimo è stato, per due secoli, protettore di Napoli), sculture di “una drammaticità quasi furente che ricordano Donatello”.
Nei pannelli sottostanti – che non si vedono perché sono coperti dai candelabri e dai fiori!!! Ma non si coprono le opere d’arte! – nei pannelli sottostanti, dicevo, sono raffigurati episodi della vita dei tre santi, in scene ambientate a Napoli: se si vedessero, si distinguerebbero vedute, tra le più antiche, della città : Porta Capuana, la Chiesa di San Giovanni a Carbonara (ma quella, manco in altorilievo, oggi si riesce a vedere!), la Certosa di San Martino, il Maschio Angioino, Castel Sant’Elmo, Porta Nolana e il Porto.
E invece non si vede un tubo!

Il sepolcro di Caterina d’Austria di Tino da Camaino
Il sepolcro di Caterina d’Austria (prima moglie del duca Carlo di Calabria, nuora di re Roberto d’Angiò, morta nel 1323) è un monumento sepolcrale di Tino da Camaino (1324, lo stesso anno del monumento sepolcrale di Maria d’Ungheria, visto a Donnaregina).
Tino da Camaino, senese, segnò fortemente la scultura napoletana perché – rispetto al gotico – proponeva una plasticità più pacata.


Abbiamo fotografato il monumento funebre da tutti i punti possibili, ma la zona dell’altare è interdetta e la fronte del monumento abbiamo potuto vederla solo da lontano.
Tuttavia, il fatto che sia visibile dai quattro lati, ha un significato storico simbolico molto forte: nella centralità prospettica, si riflettono la centralità e la preminenza dinastica dei D’Angiò.
È un mirabile lavoro architettonico, alleggerito da un luccichio di tessere policrome, di elegante fattura senese, con quattro colonne tortili, bellissime, che poggiano su leoni e cariatidi, al di sopra delle quali è adagiata l’arca funebre. Sul fronte dell’arca sono scolpiti, dalla parte del deambulacro di destra, i medaglioni di Gesù, la Madonna e San Giovanni Evangelista.
Transetto destro

Sotto, accanto ad una colonnina con capitello a fogliame, il Monumento funebre di Ludovico Caracciolo (1335), guerriero napoletano, che racchiude anche le spoglie del figlio Giannotto e del nipote Antonello (che morirono di peste nel 1347). Le due cariatidi che sostengono il monumento raffigurano la Giustizia e la Carità.
Al centro, bassorilievo con Giannotto con i suoi due figli presentati alla Vergine da S. Antonio Abate e S. Giovanni Battista.

Di nicchiette simili ce n’erano in tutte le cappelle, prima della radicale trasformazione; una nicchietta più piccola, posta ad angolo dell’ambulacro, serviva per i complementi d’arredo, compresi calice e patena e amitto[1].
[1] Amitto: Panno di lino bianco con due nastri per legarlo in vita, che il sacerdote si pone attorno al collo come primo indumento liturgico quando si prepara per celebrare la Messa o per officiare altre funzioni liturgiche. La patena è invece piattello di metallo (per lo più prezioso), a largo orlo, usato per coprire il calice e per contenere l’ostia, prima e dopo la consacrazione.
Navata destra
Nella campata, pulpito cinquecentesco: il rilievo centrale raffigura Santa Caterina d’Alessandria davanti al tiranno Massimino.

Monumento sepolcrale di Ludovico Aldomorisco.

Ammiraglio e consigliere del re Ladislao di Durazzo, il monumento fu eseguito, con gusto tardo-gotico, da Antonio Baboccio nel 1421. Si eleva su un pavimento maiolicato ed è un bellissimo esempio della scultura tardo-gotica napoletana.
Nella fotografia, altorilievo con La Vergine presenta il defunto al Padre eterno.
Il sepolcro è sorretto da quattro cariatidi, raffiguranti i figli del consigliere (secondo altre interpretazioni, i suoi fratelli Luigi, Galeotto, Antonio e Perotto) in vesti di guerrieri.
In alto, angeli reggicortina e il corpo del defunto, col cane ai piedi.
Cappella Cacace
Progettata da Cosimo Fanzago, in nessun altro luogo di Napoli si sente, come qui, la penetrazione del linguaggio del Barocco berniniano.
Giovanni Camillo Cacace era un grande avvocato seicentesco che aveva salito i gradini più alti della burocrazia vicereale. Protagonista della vita culturale cittadina, fu tra i primi soci dell’Accademia degli Oziosi.
Il fatto che la chiesa di San Lorenzo sia stata privata di quasi tutte le aggiunte barocche, fa spiccare, sul biancore uniforme della chiesa, il caleidoscopio della cappella, che è forse il luogo dove la policromia marmorea napoletana raggiunge l’apice qualitativo. Cacace, anzi, dovette frenare la frenesia decorativa di Fanzago, dandogli con grande oculatezza i materiali più preziosi (per es., i lapislazzuli); ciononostante, è tale la varietà delle pietre più belle che, quando si varca la soglia della Cappella, sembra di entrare in uno scrigno scintillante.
Il perno concettuale è la pala d’altare, dipinta da Massimo Stanzione, in uno stile che tiene insieme il naturalismo di Ribera e l’eleganza del Reni. La Madonna distribuisce le corone del Rosario, planando nella cappella da un gorgo di nubi dorate: è da questa apparizione che si sprigiona il vento che scuote le vesti alle statue dello zio e della madre del committente, raffigurati in ginocchio sulle rispettive tombe, come se partecipassero alla scena rappresentata sull’altare. Un’idea tutta berniniana: d’altra parte, l’autore delle sculture, Andrea Bolgi, era allievo di Bernini.
Anche il busto del committente ha una schietta matrice berniniana: esso fissa per sempre nel marmo l’aria gioviale dell’avvocato napoletano, il quale scrisse nel suo testamento che voleva, per la sua cappella, “una pittura vaga e che abbia aria allegra, non mi essendo già mai piaciute le pitture malinconiche”. [liberamente, da Arte. Una storia naturale e civile. Di S. Settis e T. Montanari]


Straordinaria! Uno dei più begli esempi di barocco che si possano vedere. È un tripudio di marmi policromi. Qui Cosimo Fanzago ha superato sé stesso.
Dedicata alla Madonna del Rosario, sfarzosa, uno dei più preziosi ambienti seicenteschi di Napoli, è decorata dal Fanzago con cancellata in ottone, marmi commessi e tombe della famiglia Cacace.

Sulla parete frontale è una Madonna del Rosario di di Massimo Stanzione o di Francesco Solimena (secondo il pannello che c’è in chiesa). Comunque è bellissima.

Cappella di San Rocco

Sull’altare c’è questa bellissima cona rinascimentale in terracotta, di Domenico Napoletano (lo stesso della cona dei Lani!) con Madonna col Bambino, san Rocco e san Marco; in alto Pietà. È dolcissima e armoniosa, Rinascimento puro.
Originariamente, la cona era dipinta e dorata; poi, nel secolo scorso, per simulare il marmo, fu ricoperta da stucco (ora rimosso). Sotto la cona sono rimasti lacerti di affreschi trecenteschi della decorazione originale delle basilica.
Terminata la visita della chiesa, restava il dilemma: vedere il refettorio e la sala capitolare, o andare in San Domenico?
Ci sembrava tardi e abbiamo optato per quest’ultimo. Eravamo anche stanche, l’attenzione era calata (del resto Donnaregina era stata una vera e propria impresa), ma nessuna di noi aveva il coraggio o la volontà di ammetterlo. Dentro, ci sentiamo sempre delle ragazzine.
Quindi, fendendo di nuovo il caos di via dei Tribunali, sfidando di nuovo il basolato, tagliando per vie laterali, eccoci davanti alla
basilica di San Domenico Maggiore.
Nella piazza San Domenico prospetta l’abside – ed è una cosa quantomeno strana; ma ancor più strano è che si salga proprio da lì. C’è l’ampia scalinata in piperno, detta scala aragonese, un lungo segmento di gradini un po’ sconnessi, un po’ scivolosi – la Cri parte col deambulatore, la Betta e la Fiore mi accompagnano su…
Da lassù, nel breve spazio fra la guglia e i palazzi, si vede un dolce crepuscolo sul mare, rosa e violetto.


(ingresso nella ex Chiesa di S.Michele Arcangelo a Morfisa)
Basilica di San Domenico Maggiore
La Basilica di San Domenico Maggiore sorge in parte sull’area della chiesa di S. Michele Arcangelo a Morfisa, del secolo X. Nel 1283 Carlo II d’Angiò cominciò a ingrandire la chiesa, senza distruggere l’antica. Ma fu la dinastia successiva, con Alfonso I il Magnanimo d’Aragona, ad arricchire, a partire dal ‘400, il complesso architettonico con l’apertura, alle spalle dell’abside, dell’attuale Piazza San Domenico Maggiore e la costruzione della scalinata.
La chiesa è una delle più ricche di opere d’arte della città, con una imponente serie di monumenti sepolcrali dei secoli XIV-XIX.

L’interno della basilica, di fondazione gotica, ha tre navate con transetto.
Navata destra
Dai vari ambienti dell’abside, ci spostiamo all’inizio della navata destra, con l’obiettivo di percorrere in ordine tutta la chiesa – e mai un così buono e saggio proposito fu così maldestramente disatteso!
Cappella Carafa di Santa Severina, in controfacciata

Monumento funebre a Filippo Saluzzo, generale e consigliere di Ferdinando II (1846).
Tra i numerosi monumenti funebri, questo spicca per singolarità (e anche per bruttezza, direi): è sormontato da una composizione di cannoni, fucili, tamburi e altri strumenti bellici. Dietro mia insistenza, la Fiore e la Cri lo hanno fotografato. Brontolo sul fatto che in chiesa non si devono riprodurre simboli della guerra, poi mi viene in mente il monumento di Aldomorisco, coi suoi figli-fratelli guerrieri e la sua armatura, e mi taccio.
Cappella Brancaccio – straordinaria!

Sulle pareti, preziosi affreschi di Pietro Cavallini del 1308-1309: a destra, episodi della Maddalena; a sinistra, Crocifissione e scene tratte dalla vita di S. Giovanni Evangelista. Sulla parete di fondo: scene tratte dalla vita di Sant’Andrea, e due figure di profeti. Sulla volta, stemmi della famiglia Brancaccio.

Purtroppo, si possono vedere solo dall’esterno, al di qua della cancellata.
Ma la loro bellezza e varietà rende l’idea di come doveva apparire coloratissima la chiesa nel Trecento.

Crocifissione con la Vergine e san Giovanni dolenti e al loro fianco i santi maggiori dell’ordine domenicano, san Domenico e Pietro martire.
In alto: Storie di S. Giovanni Evangelista

Da sapere:
Il culto della Maddalena si era diffuso in Oriente fin dal IV sec., insieme a quello delle “mirofore”, cioè delle donne che, il giorno dopo la morte di Gesù, si erano recate al sepolcro con gli unguenti. Tra le mirofore, un ruolo importante l’aveva Maria Maddalena, l’unica che è sempre citata in tutti i vangeli canonici.
La diffusione del culto della santa in Occidente, avvenne soprattutto grazie all’Ordine dei Frati Predicatori, tanto che i domenicani la considerano una delle loro patrone. Con il titolo di “apostola degli apostoli”, la sua missione, di annunciare la risurrezione, è paragonata al loro ufficio apostolico.
Cappellone del Crocifisso
La sesta cappella di destra è una delle più grandi della basilica: un vero e proprio ambiente a parte, dentro la quale, oltre il vestibolo, sono presenti altre due cappelle.
Qui, un tempo, era esposta La Madonna del pesce di Raffaello, ora a Madrid.

All’altare: tavola con Gesù in croce tra la Vergine e S. Giovanni, uno dei migliori dipinti del Duecento a Napoli (ma questa è una fotocopia, l’originale è nella cella di S. Tommaso d’Aquino, in monastero).
Da questa immagine, Cristo avrebbe rivolto a San Tommaso d’Aquino le famose parole: Bene scripsisti de me, Thoma (Scrivesti buone cose su di me, Tommaso). Il miracolo avvenne però in una cappella dell’antica chiesa di S. Michele Arcangelo a Morfisa, da dove il quadro fu poi trasferito.

C’è, a sinistra, la cappellina dei Carafa, con belle decorazioni marmoree di scuola lombarda.
C’è anche un presepe, allestito con pietre portate da Betlemme, opera del 1507 di Pietro Belverte da Bergamo (lo stesso del soffitto a Donnaregina!). In origine il presepe si componeva di 28 pezzi, spariti man mano, rubati. Bellissime le statue lignee della Vergine e di S. Giuseppe; anche il Bambino fu rubato. Nella volta, loggiato in prospettiva, del Bramantino.

Per accedere al cappellone e al resto dei locali, dalla sacrestia in poi, siamo accompagnate da una guida. È una ragazza giovane, esperta in Salvaguardia dei beni culturali, si chiama Francesca.
La Sagrestia, a pianta rettangolare, è decorata in stile barocco. Alle pareti stalli lignei, sulla volta il meraviglioso, sontuoso affresco del Trionfo della fede sull’eresia ad opera dei Domenicani, di Francesco Solimena, del 1709. E di nuovo Solimena, dopo Donnaregina Nuova. Almeno qui è illuminato.

Lettura: L'opera si sviluppa centralmente, e una serie di personaggi sono distribuiti intorno. In alto, a sinistra, c’è il crocefisso sorretto da alcuni putti, mentre, nel resto della scena, si possono riconoscere: nella parte superiore dell'affresco: l'Eterno Padre, il Cristo, la colomba dello Spirito Santo e la Vergine con San Tommaso d'Aquino (con il sole in petto); nella parte centrale, San Pietro Martire, Santa Caterina da Siena, Santa Caterina de' Ricci e Santa Rosa da Lima; sempre al centro, sulla sinistra, San Domenico, che riceve una stella da un angelo, accompagnato dalle Virtù; nella parte inferiore, i corpi dei caduti nell'eresia.
Incanta la vivacità della composizione e dei colori, quelli oppositivi del blu e del rosso delle vesti della Vergine. Mi ricordano il Guercino.
La Sala degli Arredi Sacri
Sulla parete destra della Sagrestia, una notevole porta lignea intagliata, del XVI secolo, attribuita a Cosimo Fanzago, introduce ad un ampio locale che è la Sala degli Arredi Sacri. Vi sono esposti paramenti e oggetti sacri, soprattutto i preziosi abiti originali dei sovrani e dei nobili napoletani, rinvenuti nelle arche della sacrestia. Questi abiti mi procurano un fastidioso disagio: li guardo con un occhio solo…
Del Settecento sono i grandi armadi in noce, dalle ante dipinte, destinati a contenere il patrimonio della chiesa. Poggiano su un bellissimo pavimento in cotto maiolicato.


Notare il pavimento.

L’abito autentico è quello marrone (!); sul manichino, una ricostruzione recente.

Bello il contrasto fra il bianco del soffitto e il capitello in piperno.
Parlando con Francesca del più e del meno (compresi la sua cagnolina, i gatti della Betta con scambio di foto; io cercavo di riportare il discorso sulle opere d’arte, soprattutto sul Solimena), si è fatto tardi.
In chiesa, dove siamo ritornate, suona l’organo (che ha 1640 canne; una vertigine a pensarci!), alcuni borbottano un rosario… usciamo dall’ingresso principale – senza scale! – che dà su vico S. Domenico, stretto vicolo in salita, di fianco alla chiesa.
E ci siamo dimenticate – no, dico: dimenticate!!! – di visitare la navata sinistra, il transetto e l’abside! Questo per dire il grado di rincretinimento!
Per finire:

Particolare di una tela che sta nell’anti-sacrestia e che raffigura Madonna con Bambino, San Domenico e Santa Caterina. Non ne so l’autore.

È un vero collage di epoche e stili stratificati: il portico barocco serrato fra due cappelle rinascimentali; il portale marmoreo e la porta lignea dell’epoca angioina; il campanile con coronamento barocco.
Torniamo in hotel per uscirne poco dopo. Piove! Sempre più forte. C’è una confusione incredibile. Andiamo verso piazza Dante per un taxi, visto che dall’albergo non siamo riuscite a prenotarlo. Qui sembra un campo di battaglia… Ma le mie ragazze-angelo se ne accaparrano uno…
Si va da Starita, in Materdei! La pizza è ancora meravigliosa: concilia col mondo, con la pioggia, con la stanchezza, con la smemoratezza, con la consapevolezza che la vacanza è finita, ahinoi!
Domenica, 5 dicembre

Eccomi pronta per affrontare la pioggia dell’ultimo giorno.
La Betta ha ragione: avessi comprato il poncio verde, potevo fare l’albero di Natale.
Via Toledo, in cerca delle sfogliatelle da portare a Fabrizio. Pintauro non convince la Fiore, meglio il Gambrinus, che l’anno scorso non l’ha delusa: tanto ormai ci siamo.
Caos, ingorghi, assembramenti ovunque. Tutta Napoli è fuori, la domenica.
Per sedersi al Gambrinus, ci prospettano una attesa di 25-30 minuti… desistiamo. La Fiore compra le sfogliatelle. Le ragazze si fermano per un caffè dal Vero Professore, lì accanto. Che poi pare che nemmeno questo sia il tanto celebrato Professore…
È già ora di rientrare.
Col taxi a Santa Chiara, sperando di poter almeno accedere allo shop. Non ci se la fa. Sul collo sentiamo il fiato del tempo che passa.
Parentesi (per non dimenticare niente)
Via Toledo: ci ricorda il viceré Pedro da Toledo, nobile di Spagna, padre di Eleonora, la bellissima moglie del granduca Cosimo de’ Medici. Alla mostra sui Medici del 1980 (mio dio! 40 anni fa!) c’eravamo la Betta, la Fiore e io: che giorni, quante mostre e quanta strada!! Ma erano 40 anni fa…
Pedro da Toledo si collega anche alla fontana Pretoria di Palermo: era stata concepita per il suo parco e fu venduta dal figlio alla città. È incredibile come tutto si tenga!



Arco e lapide all’interno del cortile dell’hotel. Nessuna l’aveva fotografata nei giorni scorsi. L’ho fatto io. Per il disegno imperscrutabile del caso, delle foto scattate mi sono rimaste solo queste tre.
Stazione.
Ci riforniamo di acqua, compro qualche magnetino da un tabaccaio. Il treno delle 13.20 è in perfetto orario – come sempre.
Saluto Napoli dal finestrino, con un po’ di stretta al cuore. Piove. Resta una sensazione di vuoto.
E nemmeno stavolta abbiamo visto il mare!
Restiamo nel dubbio: ma, il mare, la bagna, Napoli?
Napule è mille culure Napule è mille paure Napule è a voce de’ criature Che saglie chianu chianu E tu sai ca’ non si sulo.
Per finire davvero, stavolta:
in treno, anche per vincere il tedio, abbiamo deciso di darci dei soprannomi per giustificare – diciamo così – a noi e per noi, la volontà di tornare a Napoli. Che cosa ci manca di imprescindibile, irrinunciabile, e che desideriamo tanto?
Risultati: Fiorenza: Mergellina Cristina: la metropolitana Vanna: San Giovanni a Carbonara Elisabetta: ‘u babà!
Mi pare che la Betta sia l’unica che abbia capito interamente lo spirito di questa città!
Ringrazio per le fotografie Fiorenza Gazzoni, Elisabetta Melchiori e Cristina Caretta, mie meravigliose compagne di viaggio.
NOTE
Testi consultati e citati: S. SETTIS – T. MONTANARI, Arte. Una storia naturale e civile, Einaudi scuola; T. MONTANARI, L’ora d’arte, Einaudi; P.DAVERIO, Grand Tour d’Italia a piccoli passi, Rizzoli.
Ho preso altre notizie dal web, soprattutto da wikipedia.it
Ho scaricato le immagini che mi mancavano da Google-Immagini
