Viaggio a Napoli – dicembre 2021, parte prima

Panorama dalla Certosa

Giovedì, 2 dicembre

Di nuovo a Reggio per il treno. Torniamo a Napoli, finalmente! Dopo più di un anno, ne sentivo infinitamente la mancanza.

Siamo sempre noi quattro. Stavolta è venuto a prenderci Matteo, un autista nuovo, giovane, un bel ragazzo. Credo che lo abbiamo costipato di parole.

TRENO ITALO RE-NA, ore 11.28 – 15.43

Il treno è sempre in perfetto orario.

Stavolta viaggiamo in seconda classe e i posti sono separati.

È pieno. Tutti con le mascherine e green pass e tutto. Fuori piove. Un signore dice che a Napoli tira un gran vento e i traghetti non sono usciti.

Indoviniamo di chi è la valigia col contrassegno del panda…

Alla stazione di Napoli-centrale i tassisti non ci prendono in considerazione: stanno litigando fra di loro per non sappiamo quale precedenza. La Fiore cerca di alzare la voce: “Scusate, dovremmo prendere un taxi… cosa dobbiamo fare?”. Nessuno le risponde. Mentre bofonchiamo perplesse, arriva un taxi, si mette davanti a tutti e ci invita a salire.

“Siamo in quattro…” – diciamo, consapevoli delle nuove restrizioni.

Risponde qualcosa del tipo “Non c’è problema”, affastella nel bagagliaio valigie e deambulatore in qualche modo (molto precario, mi pare) , io salgo davanti, le ragazze dietro, alla faccia di divieti, obblighi e quant’altro. Prima che partiamo, altri tassisti vengono, parlottano in napoletano stretto col nostro, ma – a quanto pare – ha ragione lui, per cui si va.

L’auto è vecchiotta e scassata, il taxista abbastanza sporco. Durante tutto il viaggio, temo che il bagagliaio si apra e il deambulatore voli fuori. Dopo un po’ lui dice che pagheremo 6 euro a testa. Un altro tassista, il giorno dopo, ridendo ci dirà che “solo i polipi si pagano a testa“… che nel taxi si paga la corsa (ma, dopo Palermo e i suoi prezzi a casaccio, non ci badiamo più).

Hotel Bellini, via S. Maria di Costantinopoli. Cristina e io stanza 402, Betta e Fiorenza stanza 606. Scopriremo solo più tardi che la loro stanza è larga meno della metà della nostra… anche se costano uguali.

È la Betta, un paio di giorni dopo, a scoprire il gatto disegnato sulla parete del corridoio, col quadretto del cane. La Cri e io manco ce ne eravamo accorte.

E poi fuori, fra via S. Biagio dei Librai e via S. Gregorio Armeno. Taralli e presepi.

L’obiettivo è regalare alla Betta la statuina di Maurizio De Giovanni. Gliel’abbiamo promessa come regalo di compleanno e lei ricambia con colazione al Gambrinus. Dovevamo venire a ottobre, ma sono saltate le date… Noi non ci formalizziamo per così poco: a questa età, due mesi sono niente.

Ma la statuina non c’è. Ci sono Maradona, Cannavacciuolo, la Carrà, una marea di giocatori, cantanti e non so chi altro, ma alla domanda “Avete la statuina di De Giovanni?”, gli occhi si sgranano, le teste scuotono, le voci dicono “Chi?”. Peccato! Io compro le statuine per me e i bambini.

Sono le 18 più o meno, troppo presto per il ristorante. Ci infiliamo dentro S. Lorenzo Maggiore, che è aperta: ma c’è la messa. Stiamo lì un po’, giusto per dare un’occhiata perlustrativa e riposare.

Alle 7 e un quarto, mentre le ragazze fanno su e giù, per l’ennesima volta, per via dei Tribunali (maledetti lastroni di piperno!) mi piazzo, seduta sul deambulatore, davanti alla trattoria La Campagnola di via dei Tribunali 47. Apre alle 7.30. Cena alterna, di piatti riusciti e meno.

Alle 9 piove a dirotto. Imbacuccate alla meno peggio, facciamo rotta verso l’hotel. Ci fermiamo nel salottino e ci prendiamo camomille e tisane.

Venerdì, 3 dicembre 2021

Stamattina la Fiore si è alzata con le “gomme” sgonfie e la Betta ci ha fatto un romanzo… Beh, dico, nello svarione aveva beccato tre lettere su cinque: tutte abbiamo capito che voleva dire “gambe”, anche perché le doveva infilare nelle calze contenitive… però, devo ammettere che abbiamo riso.

Bus, metro e funicolari fermi per sciopero. Volenti o nolenti, dobbiamo prendere il taxi: la Certosa di San Martino è in alto in alto. Davanti all’hotel c’è già il venditore di ombrelli e impermeabili. Compriamo un ombrello grande (per riparare me e il deambulatore) e un poncho rosa (sic!!) per la stessa ragione.

Nella piazza antistante la Certosa, pioggerella e un vento che taglia la faccia.

Ma Napoli è sotto – che pulsa di vita in un borbottio continuo di tutte le sue voci, mescolate ai suoi rumori, al suo caos, e anche il mare farà la sua parte – una città senza silenzio, nemmeno a questa distanza.

Nemmeno da questo, che dovrebbe essere un luogo di pace.

Il Vesuvio è di fronte: nubi pesanti lo velano, in parte lo nascondono.

Certosa di San Martino

Non c’è strada di Napoli da cui non si vedano, sulla sommità della collina del Vomero, le mura merlate della certosa. Arroccata nel punto più alto della città, domina l’intero golfo. Dai suoi affacci, si abbracciano, in un sol colpo d’occhio, il porto, il centro storico, la riviera di Chiaia, il Vesuvio, Capri.

Un tempo tutta l’area era un luogo verde e solitario (e un luogo solitario imponeva la ferrea regola certosina). Ancora oggi, nonostante la cementificazione, la certosa mantiene il suo isolamento, defilata dal caos cittadino. Anche se poi, per arrivarci, il traffico cittadino te lo becchi tutto.

UN PO’ DI STORIA

Fondata nel 1325, da Carlo, figlio di Roberto d’Angiò, in un luogo boscoso, sopra la città, e costruita nel rispetto del primo convento certosino eretto tre secoli prima, in Francia, da san Bruno. Cartusia era il nome latino di quel luogo, nei pressi di Grenoble: da cui Chartreuse, Certosa e la sigla Car (o Cart) che compare in tutti gli stemmi e le decorazioni. È dedicata a san Martino, vescovo di Tours.
Le piante delle certose si sono replicate uguali nei secoli e comprendono gli stessi ambienti: la chiesa, il chiostro, gli orti, con eguale spazio per il lavoro, la meditazione solitaria e la preghiera collettiva.
Chiostro grande: la selva di colonne, il cimiterino dei monaci coi teschi sulla balaustra

Eccoci, pronte all’arrembaggio, nell’imponente e verdissimo chiostro Grande, circa 5.000 mq, un giardino con due bei pozzi, circondato dal porticato a colonne. Il chiostro fu ampliato nel ‘500 e scenograficamente arricchito nel ‘600 da Cosimo Fanzago (uno degli architetti barocchi più straordinari), che creò negli angoli porte sormontate da sculture; e soprattutto realizzò il piccolo commovente cimiterino, un fazzoletto di terra circondato da una balaustra con sedici teschi marmorei. Qui, senza bara né nome, venivano sotterrati tutti i monaci.

il pozzo
Sopra la porta d’ingresso: Cosimo Fanzago, il Beato Nicolò Albergati
un certosino intento alla meditazione (vela ad affresco di Belisario Corenzio, nella sala del Capitolo)

*Converso: religioso che appartiene a un ordine monacale e ne veste l’abito, ma non ha preso gli ordini; libero da impegni di studio, di culto e di apostolato, è incaricato di lavori manuali; in genere aiuta e assiste i sacerdoti.

San Bruno (o Brunone, alla latina) è il fondatore dell’ordine dei certosini.

UN PO’ DI STORIA: Bruno da Colonia (1030-1101), monaco tedesco, studiò e insegnò a Reims, visse soprattutto in Francia; là – con alcuni compagni – trovò un luogo solitario per erigervi un monastero: una valle al centro del massiccio del Delfinato, a m 1175 di altitudine. Era il 1085. Il luogo si chiamava Chartreuse (Cartusia in latino).
Convocato alla corte pontificia, nonostante il suo desiderio di solitudine e vita contemplativa, ricevette da Ruggero d’Altavilla un territorio isolato in Calabria, l’attuale Serra San Bruno. Qui egli fondò l’eremo di S. Maria e il monastero di S. Stefano; e vi morì nel 1101.
La regola certosina prevede che i monaci siano divisi nettamente fra religiosi e conversi*. I compiti dei primi devono essere svolti solo all’interno delle loro celle (limitando al minimo la necessità di uscire); i secondi lavorano nei luoghi comunitari (la cucina, la dispensa, la lavanderia, la sartoria, l’orto ecc.).
Le celle sono casette composte di tre stanze, con piccolo giardino (si vedono bene alla Certosa di Pavia), e costruite in modo che ogni monaco non possa vedere le celle degli altri. Esse costituiscono un piccolo eremo dove il tempo viene impiegato nella preghiera, lettura della Bibbia, studio e lavoro. A fianco della porta di ogni cella, si apre uno sportello attraverso il quale vengono passati i pasti. Solo nei giorni festivi i monaci pranzano insieme alla comunità in refettorio. 
Due volte al giorno e una volta di notte, i monaci si recano in chiesa per le preghiere comunitarie. La liturgia è sempre cantata.

Il nostro percorso si svolge un po’ all’insegna di san Bruno, in omaggio al papà della Elisabetta, che così si chiamava e le aveva raccontato di san Brunone.

Per entrare in chiesa, ci fanno fare un gran giro. Così scopriamo che in chiesa non si entra: cioè, non si entra nella navata. Perché? Le spiegazioni che ci vengono date sono più di una e riguardano il pavimento di Cosimo Fanzago: si sta sollevando, è scivoloso – comunque inagibile (metterci dei cartoni, per dire, una copertura provvisoria, noo?). Visto che non possiamo volare, non vedremo né la navata né le cappelle.

Inghiotto scoramento e delusione.

Sala del Capitolo, coro dei Conversi e Parlatorio

Avanzino Nucci, Ruggero il Normanno ringrazia il santo nelle campagne di Squillace

Passiamo dal Parlatorio, il luogo più “pubblico” della certosa, lo spazio dedicato al ricevimento di visite esterne.

Gli affreschi lungo le pareti laterali sono di Avanzino Nucci e raffigurano le Storie della vita di san Brunone.

Avanzino Nucci, Apparizione di san Bruno a Ruggero il Normanno

C’è poi la sala del Capitolo, con affreschi di Belisario Corenzio.

Adorazione dei Magi di Battistello Caracciolo,1626

Lungo le pareti laterali una serie di dipinti, bellissimi.

  • Visione di san Bruno, di Simon Vouet,1625
  • Adorazione dei Magi di Battistello Caracciolo, 1626
  • Adorazione dei Pastori di Massimo Stanzione, 1626.

Nelle lunette delle pareti laterali, Dieci grandi fondatori degli ordini religiosi, di Paolo Finoglio (li trascrivo qui, così li impariamo):

  • San Domenico, iniziatore dell’ordine domenicano,
  • San Bernardo, animatore dei cistercensi,
  • San Bruno, che riunì a Cartusia i primi certosini,
  • Sant’Agostino, fondatore dell’ordine agostiniano,
  • il profeta Elia, cui si ispirarono i carmelitani,
  • San Benedetto, fondatore dei benedettini e padre del monachesimo occidentale,
  • San Basilio, padre di quello orientale e fondatore della regola basiliana,
  • San Romualdo, da cui ebbero origine i camaldolesi,
  • San Francesco di Paola, che creò l’ordine dei frati minimi,
  • San Francesco d’Assisi, fondatore dell’ordine francescano.

E siamo nell’abside. Meravigliosa, ma poco illuminata. Le grandi tele prendono comunque il cuore.

Guido Reni, Adorazione dei pastori
È uno dei più begli esempi della fase estrema del pittore, con una luce veneta che stempera il colore e rende le immagini immateriali, come appena abbozzate.
Cosimo Fanzago e Fra Bonaventura Presti, Pavimento dell’abside
Jusepe de Ribera, La comunione degli apostoli
Da notare le splendide inquadrature – in tutte le tele – in marmi mischi. Pur se la composizione rimanda ai veneti e la stesura dell’azzurro agli emiliani, il drappo rosso in alto è da ascrivere tutto a Caravaggio.

Sacrestia e cappelle del Tesoro

Sacrestia
particolare di un’anta
Cavalier d’Arpino, Affreschi
Mobili intarsiati di scuola fiamminga, fine ‘500

Teoricamente questi luoghi erano inaccessibili. Ho chiesto al custode, che se ne stava stravaccato sugli scanni del coro dei conversi, se mi permetteva di dare un’occhiata a quel magnifico Ribera, di cui intravedevo solo il corpo del Cristo. Devo averlo impietosito. Fatto sta che ha tolto il cordone rosso e ci ha fatto entrare.

Straordinaria la sacrestia con gli arredi mobiliari intarsiati di fine Cinquecento! Gli intarsi sono di scuola fiamminga: leggo che è una delle opere d’arte più significative e caratteristiche della tarda cultura manierista a Napoli.

Jusepe de Ribera, Pietà

Jusepe de Ribera, Pietà

Ma, se ho rotto, è stato per lui! Me ne sono innamorata al primo sguardo.

Dall’abside si vedeva solo, e a malapena, il corpo di Cristo. Potevo perdermelo?

Siamo nella Cappella del Tesoro nuovo.

Luca Giordano, Trionfo di Giuditta

La volta è affrescata da Luca Giordano (e, anche questo, potevo perdermelo? è uno dei miei pittori del cuore!), con lo straordinario Trionfo di Giuditta. Luce e gaiezza.

Chissà-di-chi, La negazione di San Pietro

Nel ritorno verso l’abside vedo, nella controfacciata della sacrestia, un quadro che ho studiato: La negazione di S. Pietro, forse di Caravaggio, forse no. La Mina Gregori dice di no, e come posso pensare di non fidarmi? Però il dubbio mi affascina perché, per secoli, il quadro è stato creduto del Maestro più maestro di tutti!

Quarto del Priore

Il quarto del Priore è l’appartamento della massima autorità del convento; composto da ambienti di rappresentanza e stanze private, lo studiolo, l’oratorio, la biblioteca, e arricchito da logge, vi venivano accolti principi, re e ospiti illustri.

Siamo noi!
Uno straordinario trompe-l’oeil introduce alla loggia.

Eccoci nella loggia del Quarto del priore: sullo sfondo, o’ Vesuvio.

Abbiamo chiesto di scattarci una foto a un signore gentilissimo, uno dei pochi turisti che, come noi, hanno affrontato una giornata così uggiosa.

I fogli che si vedono nel cestino del deambulatore erano tutte le spiegazioni sulla certosa – la maggior parte inutili, purtroppo!

Dalla loggia è visibile la particolare scala esterna a calicò (a doppia rampa) del Fanzago, che unisce il giardino pensile, a strapiombo sulle pendici del colle, al quarto del priore

Nel vestibolo si conserva ancora la pavimentazione originaria maiolicata realizzata dalla fabbrica di Giuseppe Massa (lo stesso delle maioliche del chiostro di Santa Chiara).

La biblioteca del Priore.

Il prezioso pavimento di riggiole settecentesche, include una meridiana a camera oscura del 1771, che misura il mezzogiorno in ogni giorno dell’anno.

Pietro Bernini, Madonna col Bambino e san Giovannino

Tra i gioielli esposti nel quarto del Priore, la Madonna con Bambino e san Giovannino di Pietro Bernini, e due piccoli oli su rame di Luca Giordano.

Fantastici! Fotografati a raffica.

Luca Giordano, Banchetto di Erode
Luca Giordano, Le nozze di Cana
Jusepe de Ribera, San Sebastiano
Jusepe de Ribera, San Gerolamo (particolare)

Due quadri meravigliosi. Ma sarà bello il S. Girolamo? La foto l’ha scattata la Betta, ne è rimasta folgorata. Mai visto un S. Girolamo così affascinante…

Mi viene in mente quello di Caravaggio alla Borghese, così anziano, pensoso… ma il rosso di quel manto!

Veduta di Napoli, sul soffitto della biblioteca del Quarto del Priore (in mancanza della Tavola Strozzi, accontentiamoci di questa)

Altri quadri che mi sono piaciuti e di cui ho scordato l’autore.

Mentre siamo in contemplazione dei gruppi scultorei…

se passa un gatto, per il duo B. e F. tutto perde importanza… e, per un po’, nessuna delle due ha scattato fotografie, se non al gatto.

Sezione presepiale

Eccoli, i presepi!!

Dapprima ci sono i gruppi, conservati negli scarabattoli* originali, relativi alle tre scene fondamentali della Natività, dell’Annuncio ai Pastori e dell’Osteria. Ma vi sono state inserite, in quantità, le minuterie del presepe napoletano, minuscoli oggetti che rendono veristica la scena.

*scarabattoli: mobiletti, del tipo stipo o teca, in legno e cristalli, che contengono piccole statue o gruppi scultorei, come i presepi, appunto.

Donna che allatta, statuetta tipica, e minuterie
Notare lo spadino sul cuscino…

Il presepe più completo e famoso è il Presepe Cuciniello (dal nome del donatore che, nel 1879, regalò al museo la sua straordinaria raccolta). È esposto in una scenografica grotta, con le luci che cambiano a seconda delle ore.

Sarei rimasta a guardarlo per l’intera giornata, come i bambini (mi sono ricordata dei pesci rossi di Ravenna: ciascuno ha le proprie debolezze). Le ragazze scattavano foto a iosa, io ho girato un video – che però, alla fine, non è riuscito … Sigh!

il corteo dei Magi

In altre sale sono raccolti i gruppi presepiali più antichi – o singole figure, provenienti dalle chiese napoletane.

Il presepe Recco

Di Pietro e Giovanni Alamanno in data 1478, proviene dalla chiesa di S. Giovanni a Carbonara. È incantevole! Un gotico internazionale meraviglioso.

La Vergine puerpera.

Nella Vergine puerpera (donata da Sancia di Maiorca, regina di Napoli, a inizio del ‘300, al monastero di Santa Chiara), la Madonna è raffigurata distesa, secondo una iconografia di provenienza siriaca, diffusa fin dal VI secolo. Ancora pensosa per il solitario travaglio e assorta nell’arcano mistero, la Vergine aveva, presumibilmente, come in altre iconografie coeve, il Bambino alle sue spalle riscaldato dal bue e dall’asino.

ALTRE STATUINE

che Magi meravigliosi!
La tenerezza degli animali che dormono l’uno abbracciato all’altro!
un tenerissimo asinello
angeli e angioletti
piccolissimo presepe in avorio
presepe minuscolo dentro un guscio!

Pranziamo da Scaturchio – nella succursale che sta su, alla Certosa. Pizzette e cioccolatini, caffè e tè.

Al rientro, spinte dall’obiettivo del Prevetariello di Antonio Mancini, dobbiamo ingoiare amaro: la sezione della Pittura dell’Ottocento è chiusa – come chiusa? La risposta è che la aprono un paio di mattine la settimana, ma anche i giorni sono incerti…

Incontriamo una guida della certosa, Cristina, che cerca di consolarci portandoci a visitare un piccolo locale al pianoterra che, forse, avremmo ignorato. Aperto da soli quattro mesi, scopro; ecco perché non ne ho trovato notizia da nessuna parte.

La cona dei Lani

Qui troviamo la ricostruzione parziale della cona (ancona) dei Lani (cioè della corporazione dei Macellai, dal latino lanius, macellaio appunto).

La sua storia è perlomeno curiosa. Si trovava nella chiesa di S. Eligio Maggiore al Mercato, distrutta dai bombardamenti nel 1944. Solo nel 1964 iniziarono i restauri: vennero allora ritrovati, sotto il pavimento e nelle murature della Cappella di S. Ciriaco, protettore dei macellai, frammenti di terracotta raffiguranti volti, vesti, motivi vegetali ed elementi architettonici.

Erano i resti della cona di Domenico Napoletano: l’opera era del 1517. Con ogni probabilità, i terremoti del ‘700 l’avevano lesionata e, secondo le norme del Concilio di Trento, le opere sacre danneggiate andavano bruciate o sepolte. Questa fu sepolta. Tuttavia, alcuni pezzi servirono come riempimento delle murature nel rimodernamento del ‘700.

Della cona sono stati ritrovati 1072 pezzi (solo una parte dell’opera): doveva trattarsi del più grande complesso in terracotta policroma del Rinascimento meridionale. Nonostante le lacune, si può riconoscere il tema dell’insieme: la presenza delle sibille, del re Davide che suona la cetra e altri elementi suggeriscono la profezia della nascita di Cristo, con la sua promessa di redenzione.

In tutta la Certosa c’è il cartiglio CAR o CART. È stata la Betta ad accorgersene e a scovarne dappertutto. Siamo rimaste fra ipotesi e dubbi fino a qui, alla Cona dei Lani: sulla porta, la stessa scritta. La guida, Cristina, ci ha spiegato che è l’abbreviazione di Cartusia, il luogo della prima certosa.

Sala delle carrozze

In un androne sono le carrozze reali: la carrozza degli Eletti, la più antica della Città, e la carrozza di Maria Cristina di Savoia. Nessuna di noi ne è rimasta particolarmente impressionata.

Poi la Betta e la Fiore sono uscite: la Betta da stamattina è in cerca della Repubblica, oggi vi è allegato il Venerdì.

La Cri e io ci facciamo un ripasso – l’ho vista troppo velocemente, una parte non l’ho vista affatto – nella quadreria del Quarto del Priore. Una mezzoretta e usciamo. Fuori pioggerella e vento gelido.

Troviamo un taxi al volo. Ritorno lungo per il gran traffico. Resto sempre basita dalla calma dei tassisti nel caos napoletano: io, seduta davanti, brontolo dell’indisciplina altrui e col tassista ci facciamo delle gran risate.

In hotel beviamo un tè e riposiamo le stanche membra. Rinfrancate, decidiamo di esplorare una mostra di cui abbiamo trovato un dépliant. Si intitola Monne e Madonne, promette bene. Oltretutto è in via dei Tribunali, qui vicino.

Mostra: Monne e madonne

La mostra è dislocata in tre luoghi limitrofi, raramente aperti: la chiesa – sconsacrata, credo – di Santa Maria alla Pietrasanta, le cappelle Pontano e del SS. Salvatore. Unite da una serie di scalini, si sale e scende da una all’altra e all’altra ancora.

Nella chiesa il pavimento è coperto per non danneggiarlo ulteriormente: anzi, i contributi della mostra serviranno al restauro delle riggiole che si intravedono, in qualche angolo, bellissime – gialle, verdi e azzurre.

Qui si comprano solo i biglietti, si vedono foto che illustrano le condizioni – pessime – della chiesa e del suo sagrato nel dopoguerra, fino a non molto tempo fa. C’è da dire che Napoli, negli ultimi 20-30 anni ha fatto passi notevoli nel recupero e nei restauri.

E siamo nella cappella Pontano. Guardo le opere e non ci trovo nessuna logica. Quadri vari di soggetti vari, soprattutto sacri, in genere del ‘600, ma quello che balza agli occhi non è l’immagine della donna – come sembrava suggerire il titolo. Anzi, uno dei quadri più belli è il San Sebastiano curato da Sant’Irene di Luca Giordano – e vi spicca il corpo del santo, non di lei, il cui viso è commovente, sì, ma in ombra. Cosa c’entri con monne e madonne, non so. Io lo inserirei in una mostra dedicata al corpo dell’uomo!

Riassumo dal pannello esplicativo:

Luca Giordano, San Sebastiano curato da S. Irene.
Lettura: San Sebastiano ha subito il martirio e Irene giunge, con un’altra donna, per curarlo. L’azione è congelata un attimo prima che Irene estragga la freccia dall’ascella; l’altra donna aspetta con l’unguento miracoloso in mano.
La presunta casualità dell’assieme è invece studiatissima: Il busto del santo, il capo, le braccia, il piede destro si trovano lungo la diagonale del dipinto; le teste delle due donne, il ginocchio sinistro del santo e la pietra in basso suggeriscono l’altra diagonale. 
In più: i personaggi sono costruiti con figure geometriche: cilindri il busto e le braccia del santo, semisfera il copricapo di Irene, ovali i volti di Irene e Sebastiano, una circonferenza il braccio di Irene, due triangoli quasi equilateri le gambe di lui.

No, niente è “reale” in un dipinto perfetto, niente è casuale.
Filippo Vitale, Martirio di sant’Orsola
Antiveduto Gramatica, La figlia del faraone e il bambino ebreo

Fernando Botero, Monna Lisa.

È fantastica, ma c’entra come i cavoli a merenda…

Scopro che il catalogo è prefato da Sgarbi, anche se il curatore è un certo De Luca.

Sgarbi non può che entusiasmarsi per mostre inutili. E questa è una mostra inutile. Una di quelle contro cui si scagliano i veri critici d’arte, perché sottraggono fondi agli interventi di restauro e conservazione. È un mio vecchio tarlo… Finita la polemica.

Ceniamo al Tandem, vicino al Gesù Nuovo.

Ci buttiamo su Scarpetta con ragù (questo sdoganamento della scarpetta mi piace assaje!). Ti portano una ciotolina col ragù e un sacchetto di pane con cui fare scarpetta: meraviglioso… un invito a delinquere!

Poi, siccome abbiamo gli occhi più grandi della bocca, ordiniamo pasta al ragù (la Cri) e alla genovese (noi altre tre, in onore di Maione). Un’abbuffata da non dire – e difficile da digerire, con tutta quella cipolla… 

Eppure, se Maione puzzava e la moglie se ne è accorta, una ragione ci doveva essere – ma l’abbiamo capito dopo.

Credo che qualcuna di noi non mangerà più genovese per il resto della vita.

FINE PRIMA PARTE

Ringrazio per le fotografie Fiorenza Gazzoni, Elisabetta Melchiori e Cristina Caretta, mie meravigliose compagne di viaggio.

NOTE

Testi consultati e citati: S.SETTIS – T. MONTANARI, Arte. Una storia naturale e civile, Einaudi scuola; T. MONTANARI, L’ora d’arte, Einaudi; P.DAVERIO, Grand Tour d’Italia a piccoli passi, Rizzoli.

Ho preso altre notizie dal web, soprattutto da wikipedia.it

Ho scaricato le immagini che mi mancavano da Google-Immagini