Viaggio a PALERMO, settembre 2021

Domenica 19 settembre

Volo da Verona-Villafranca con Volotea. L’aereo parte con un po’ di ritardo.

Arrivo all’aeroporto “Falcone-Borsellino” in perfetto orario.

Scopro che Punta Raisi è sul mare, ho sempre pensato che fosse su uno spuntone montuoso dopo l’incidente aereo del 1972. Invece il monte è di fronte.

Lungo l’autostrada, il monumento alla strage di Capaci. Era il 23 maggio 1992. Sono passati trent’anni e sembra ieri. Scusate la banalità, vera tuttavia.

Si rinnova un colpo al cuore.

Il tassista si auto-prenota per i prossimi giorni: ci vuole assolutamente portare a Monreale, perché – tanto – “Palermo in due giorni si vede” (sic!). Ci vuole portare anche al santuario di Santa Rosalia, sul Monte Pellegrino… Nomino il Serpotta e lo zittisco per il resto del percorso.

Hotel del Centro, via Roma, zona Kalsa.

Poi fuori a cercare un tè e un panino. La Kalsa vera è dall’altra parte della strada, coi suoi vicoli e le sue stradine. Ma è domenica e qui è tutto chiuso.

Via dell’Alloro, sperando nella cioccolateria Lorenzo. Chiusa. Nessun bar a piazza Marina.

In corso Vittorio Emanuele alla fine, esasperate, prendiamo un gelato.

Piazza Marina

Piazza Marina è bella col suo fitto giardino e i palazzi restaurati tutto intorno.

La cancellata è del 1863, opera dell’architetto Giovan Battista Basile. È in ghisa, raffinatissima, vi sono rappresentati fiori e uccelli; una delle poche opere sopravvissute all’operazione “ferro alla patria” della Seconda guerra mondiale e alle depredazioni del dopoguerra.

All’interno del giardino, chiamato Villa Garibaldi, vi sono alberi enormi: primo fra tutti il Ficus magnolioides, un gigante naturale, che ha appena 150 anni, ma è alto 30 metri, con diametro della chioma di 50 metri.  Incredibile è lo sviluppo dai rami di radici aeree che, una volta raggiunto il terreno, si interrano e originano nuovi tronchi, che – a loro volta – sorreggono il peso degli stessi rami. Risultato: da un unico fusto si sviluppa un’autentica selva. Nessuna foto può rendere la magia di quei giochi di luci ed ombre, rami, tronchi e foglie.

Palazzo Chiaramonte o Steri

Il palazzo dei Chiaramonte è conosciuto come lo “Steri”. È il principale palazzo di piazza Marina, ora sede del Rettorato della città di Palermo.

La realizzazione del palazzo fu avviata nella 1306 da Giovanni Chiaramonte che, vicino al mare e al porto, nel quartiere della Kalsa, volle costruire un grandioso Hosterium (da cui Steri), un severo palazzo fortificato che rappresentasse la potenza della famiglia (che possedeva, tra l’altro, l’immenso feudo di Modica). Ma i Chiaramonte non durarono a lungo: nel 1392 Andrea Chiaramonte fu accusato di tradimento e decapitato. Il palazzo passò nelle mani della Corona aragonese; nel 1601 divenne sede del Tribunale dell’Inquisizione; dal 1782 sede della Regia dogana (per chi ha letto I leoni di Sicilia, è qui che i Florio venivano per le operazioni di imbarco e sbarco merci).

Nel 1967 fu acquistato dall’Università di Palermo che ne affidò i lavori di restauro a un gruppo di architetti, fra cui Carlo Scarpa. Per ripristinare le parti mancanti, vennero adottate tecniche nuove, ma con materiali compatibili con l’epoca storica: ciò crea una mescolanza molto suggestiva.

Palazzo Chiaramonte-Steri è il primo esempio dello stile architettonico detto, appunto, “chiaramontano”. Elegante e solenne, il palazzo è arricchito da splendidi colonnati e bellissime bifore e trifore, con un motivo a zigzag attorno agli archi, incantevoli a vedersi.

Nella Sala Magna lo straordinario soffitto ligneo dipinto, di 220 metri quadrati: decorato negli anni 1377-1380 con episodi biblici, mitologici e del ciclo carolingio, tra motivi geometrici e vegetali. Nonostante il soffitto sia altissimo, e perciò le pitture siano di difficile lettura, si resta senza fiato.

In una nicchia del cortile, ci sono le belle statue di due cavalli, opera dello scultore Michele Canzoneri, realizzati in vetro, nel 1999 per la scenografia dell’opera teatrale “Norma”: uno è dipinto di rosso, l’altro di blu.

Nelle stanze che furono prigioni dell’Inquisizione, i graffiti dei prigionieri a centinaia sulle pareti, danno un senso di oppressione e di disagio: navi, tante navi, santi e cristincroce, uno sull’altro. Uno dei prigionieri, Francesco Mannarino, ha firmato il disegno di una battaglia navale fra cristiani e musulmani: il poveretto, rapito dai barbareschi, costretto a convertirsi all’Islam, una volta tornato in patria fu condannato dall’Inquisizione!

Parlare dell’Inquisizione mi crea sempre un disagio irrazionale. Mi sento quasi soffocare.

Poi c’è la Vucciria di Guttuso, una gran bel quadro davvero! Illuminato benissimo, con luci radenti che si muovono, che ne fanno scoprire via via i particolari. Il quadro è solare e vitale, coloratissimo nelle nature morte (frutta e verdura, carni e pesce), ma anche senza sorriso. I personaggi sono ombrosi, smunti, disillusi, affaticati. Il contrasto coi colori del mercato è stridente.

In seguito…

Sulla piazza affaccia l’ ex Hotel de France, davanti al quale nel 1909 fu assassinato dalla mafia Joe Petrosino, il poliziotto italo-americano. Qui soggiornò, al suo arrivo in Italia, Albert Ahrens (protagonista del romanzo-memoir di Agata Bazzi, La luce è là).

Due passi verso il mare, l’esterno di Santa Maria della Catena, la Passeggiata delle Cattive è chiusa, passeggiano bambini a adulti in abito da cerimonia…

Cena da Buatta: alcuni pezzetti di sfincione come antipasto su cui ci fiondiamo senza ritegno; poi pasta alla Norma e pesce.

Lunedì 20 ottobre

Il tassista che ci accompagna al Palazzo dei Normanni, chiede se siamo state a Monreale (ancora!) perché ci vorrebbe portare… in alternativa al santuario di Santa Rosalia (a mo’?!).

Quando scendiamo, le mie compagne mi ingiungono di rispondere – da ora in poi – che a Monreale ci siamo già state! E anche sul monte Pellegrino. Così, coi tassisti, la chiudiamo subito.

I Normanni (se no, non si capisce)

Trascrivo liberamente da un testo di Philippe Daverio: I Normanni non sapevano di essere Normanni, cioè “uomini del Nord”: li chiamavano così i poveri Galli spaventati, che concludevano il Pater Noster dicendo: “E poi salvaci dagli uomini del Nord”. Loro si consideravano Vichinghi, quando facevano i guerrieri e andavano verso Ovest; oppure Variaghi, quando si dirigevano a Est, dove i Finlandesi li chiamavano Rus e diedero il nome a quella terra infinita che è la Russia d’oggi.

Nel 911 l’ultimo re carolingio, Carlo il Semplice, cede al capo normanno Rollone un territorio vastissimo che sarà chiamato Normandia, e quelli si fanno cristiani. Da quel momento i Normanni prendono le abitudini dei Franchi, acculturati e sofisticati; come i Franchi, osservano rigorosamente il maggiorascato, per cui i due terzi dell’eredità vanno al primogenito. Succede quindi che i rampolli di buona famiglia imbraccino lo spadone e se ne vadano per il mondo in cerca di fortuna.

È quello che fanno due fratelli Hauteville che, nel 1061, lasciano la Normandia per raggiungere altri parenti nel Meridione d’Italia. E lo conquistano. Nel 1072 scacciano gli Arabi – che l’avevano conquistata nell’831 – dalla Sicilia, la riunificano e cominciano a considerare Palermo come la capitale centrale del mondo. Un mondo che era per l’80 % musulmano e il resto greco e latino.

Gli Altavilla, re di Sicilia, furono:
Ruggero II           (1130-1154)
Guglielmo I        (1154-1166)
Guglielmo II       (1166-1189)
Tancredi              (1189-1194)
Guglielmo III (1194-1194)
Costanza (1194-1198) sposa Enrico VI di Svevia, è madre di Federico II.

Gli Svevi, re di Sicilia, furono:
Federico II          (1198-1250)
Corrado               (1250-1254)
Corradino           (1254-1258)
Manfredi            (1258-1266)
 
Poi arrivano Angioini e Aragonesi. Poi Spagnoli e Borboni.

Palazzo dei Normanni

O Palazzo reale, ora sede della Regione Sicilia, massiccia enorme costruzione di stili diversi.

Il Palazzo dei Normanni era in realtà un edificio preesistente, sede del governo arabo. All’interno del palazzo stavano il re, la cancelleria, anche il Tiraz, la sartoria di Stato, dove “Ruggero II e la sua corte si facevano tessere straordinari vestiti e mantelli, su stoffe rigorosamente provenienti dall’Oriente”.

Dislocato su tre piani, è una meraviglia via l’altra. E, fra tutte, le sale e i luoghi:

Stanza di Ruggero: straordinaria! Marmi, decorazioni e mosaici splendenti, magie di un palazzo d’Oriente! I mosaici, eseguiti intorno al 1170, sopra l’alto rivestimento marmoreo, raffigurano battute di caccia, motivi vegetali e animali esotici che alludono al potere dei re normanni. È un incredibile paradiso sincretico, dove i pavoni bizantini convivono con gli uccelli del Corano. Il pavone simboleggia l’eternità, il leone la forza e la regalità. Il paesaggio, con palme e agrumi, potrebbe rappresentare il Genoardo, il giardino paradisiaco della tradizione islamica. Sul soffitto, l’aquila che tiene fra gli artigli una lepre, rappresenta la regalità che combatte contro la codardia.

Sala dei Venti: il soffitto ha una copertura lignea con decorazione settecentesca (il nome deriva dalla rosa dei venti, dipinta al centro). L’ambiente si trova nella torre Joharia, una delle quattro che costituivano il nucleo originale del palazzo.

Cappella Palatina

Sintesi eccelsa di arte romanica. Compendio di tante culture:

“[la Palatina] ha preso alla Grecia i suoi mosaici, alle moschee arabe le loro colonne, al Nord le sue linee gotiche, a Bisanzio i suoi colori smaglianti”

[P. Daverio].

Ruggero II d’Altavilla la fece costruire nel 1130, anno in cui fu incoronato re, come sua cappella privata, dedicandola all’apostolo Pietro.

Mancano davvero le parole per descriverla. Eravamo incantate. Siamo state dentro un sacco di tempo, mentre orde di turisti, dallo sguardo appannato, entravano, fotografavano, andavano…

Tutto vi è perfetto:

  • I mosaici, la più bella e preziosa tappezzeria del mondo. Nella cupola c’è il Cristo Pantocratore che benedice alla greca, circondato dagli arcangeli e da angeli; e, sopra il soglio reale, Cristo in trono fra gli apostoli Pietro e Paolo.
  • Il pavimento, di cui disse un arcivescovo “è simile a un prato in primavera”, è composto di piccole tessere di pietre dure di porfido, di serpentino giallo e verde e di granito, che formano incantevoli motivi floreali e geometrici.
  • Il soffitto ligneo a muqarnas* è una delle invenzioni decorative più incredibili di ogni tempo.
  • L’ambone: “il più splendido dei pulpiti, incastonato d’oro, di malachite, di porfido”; realizzato con due cubi non allineati, sorretti da colonne di cui alcune in cipollino scanalate e altre in porfido.
  • E il gigantesco candelabro o cero pasquale, una delle più importanti sculture romaniche d’Italia.
  • Il soglio reale, elevato dal pavimento, ha meravigliose decorazioni geometriche.

*Il soffitto, composto da poligoni a forma di stella, è decorato da vivaci scenette, realizzate con uno stile grafico dal tratto nitido, di chiara derivazione mediorientale, raffiguranti danzatrici, musici, giocatori, leoni e vari altri animali, cavalieri, lottatori. Il tutto mescolato a decorazioni geometriche e vegetali. Intorno ai poligoni corrono iscrizioni di buon auspicio in carattere cufico.


decorazione parietale
pavimento

La Elisabetta voleva fotografare il fonte battesimale dall’alto, ma non riusciva a inquadrarlo tutto (questione di statura). Allora ha apostrofato un signore molto alto, straniero, che se ne stava fotografando per gli affari suoi, con qualcosa del tipo: “Lei che mi sembra un discendente dei Normanni…”, chiedendogli di scattare una foto. Il poveretto non ha potuto che obbedire: scattava, le faceva vedere, scattava di nuovo… per quattro o cinque volte. La moglie lo guardava perplessa, ma chi ferma, la Elisabetta, quando è lanciata?

PURIFICATION, mostra-installazione di Bill Viola (ci siamo beccate anche questa)

Ricopio dalla presentazione:

Al Palazzo Reale di Palermo le videoinstallazioni di Bill Viola “PURIFICATION [FROM BILL VIOLA TO THE PALATINE CHAPEL]” È IL TITOLO DELLA MOSTRA CHE VEDE IN DIALOGO UNO DEGLI ESPONENTI PIÙ INFLUENTI DELLA VIDEOARTE CON OPERE D’ARTE SACRA E PAGANA DEL PATRIMONIO SICILIANO. PER UNA RIFLESSIONE ATTORNO AI TEMI DELLA CATARSI E DELLA RINASCITA ALL’INSEGNA DELL’ACQUA

Bill Viola è uno tra i più influenti esponenti della videoarte – le cui ricerca e pratica si contraddistinguono per i riferimenti all’arte e alle simbologie del passato e per l’utilizzo dello slow motion – dialogare con opere d’arte dal VI secolo a.C. fino al XVIII custodite in musei e chiese siciliani. Per una riflessione attorno ai temi della catarsi, della meditazione, della rinascita.

Nel grande video proiettato sullo sfondo, una sorta di poverocristo che, su un sarcofago, si beccava valanghe d’acqua per almeno un quarto d’ora, prima di salire verso l’alto e sparire… il tutto ripetuto. Mah! Troppo concettoso, troppo cerebrale, per me – io non sono così intelligente.

Gli oggetti intorno erano invece bellissimi, soprattutto un bicchiere d’avorio di non so più quale museo siciliano. Avremmo voluto fotografare tutto, ma era vietato.

[la foto l’ho presa da Internet, così come i testi inquadrati]

Poi i giardini. Snobbati alberi e aiuole, ci siamo fiondate alla caffetteria. Finalmente un panino con le panelle! (per me), arancino e melanzane per le mie compagne. Rilassamento e risate a crepapelle per certi giri di parole – e perché siamo felici, semplicemente.

Quando siamo riemerse nel Palazzo, i custodi si chiedevano che fine avessimo fatto; anche alle shop ci hanno riconosciute come quelle “della mattina”.

Incamminandoci per la strada lunga, onde evitare la scalinata, vediamo su un portone un bello stemma che rappresenta il Regno delle Due Sicilie: urge foto… ma il palazzo è sede del Comando Militare dell’Esercito , non vorremmo beccarci una schioppettata…

Emblema del Regno delle Due Sicilie

E la Elisabetta parte, confabula con un militare; dopo un po’ noi tre – pavide, dall’altra parte della strada – pensiamo che l’abbia invitato a un tè, addirittura a cena. In realtà, sapremo dopo, ha chiesto il permesso di scattare le foto, lui gliel’ha accordato, lei era perplessa e gli ha chiesto quale era il suo grado (“Sa, io non ho fatto il militare…”). Si è sentita rispondere che era un pezzo grosso dell’esercito in Sicilia. Oh! Parbleu! Accipicchia! Ohibò!

Il pezzo grosso ci raggiunge brevemente, ci dice che sono in attesa del generale Figliuolo, se vogliamo aspettarlo anche noi. In effetti, nell’atrio, stanno preparando il presentatarm. Aspettiamo un quarto d’ora senza che arrivi nessuno. La Betta va a dire al piantone che ci dispiace, porgiamo i nostri omaggi a Figliuolo, ma siamo legate ad impegni irrinunciabili.

E ci avviamo. Già in vista della Cattedrale, sentiamo uno spiegamento di sirene e vediamo le auto blu…

La sera, in televisione, li vedremo tutti schierati. Noi, che abbiamo aspettato per un buon quarto d’ora, non ci hanno fatto vedere…

Cattedrale di Santa Maria Assunta

La Cattedrale di Palermo è un accumulo di storia e arte palermitana; un tempo era una moschea. Tutti, nei secoli, vi hanno messo mano. Nel Settecento ha subito una trasformazione barocca, poi una neoclassica (che ne ha snaturato l’interno), e revisioni e rifacimenti fino alla fine dell’Ottocento.

la colonna con la sura in arabo

Bellissimo il fianco meridionale, che dà sulla piazza, con l’edicola in stile gotico-aragonese-fiammeggiante.

È già Quattrocento e ci sono gli spagnoli. Tuttavia, la prima delle colonne porta incisa una sura del Corano, con la scritta in arabo.

Sono emozionanti questi materiali di riuso!

lo stile gotico-aragonese-fiammeggiante
ricami in pietra lavica

Ma la parte più bella è l’abside esterna, originale del XII secolo, in stile arabo-normanno, col suo arco gotico derivante dall’incrocio di due archi a tutto sesto e coi suoi ricami in pietra lavica! Incantevoli trine e merletti!

A furia di foto e di “guarda questo, guarda quello”, non venivamo più via…

Dentro è un’altra cosa: stride il freddo neoclassicismo.

Interno della cattedrale
Nella cappella della Immacolata Concezione, rendiamo omaggio a don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993.

Ma poi ci sono le tombe reali, in porfido egizio rosso imperiale, così cariche di significato: artistico, architettonico, stilistico e politico. L’architettura del XII sec. è araba, sì, quando serve a erigere chiese; ma è neoromana quando edifica la sepoltura dei potenti: le edicole che racchiudono le tombe sono in puro stile greco-latino.

E i potenti sono Federico II, stupor mundi; Ruggero II, suo avo; Enrico VI, suo padre; Costanza d’Altavilla, sua madre; Costanza d’Aragona, sua moglie (tutte Costanze, qui).

Solo a dirne i nomi, ti si macina dentro la storia. E la poesia.

“biondo era e bello e di gentile aspetto…
Poi sorridendo disse: "Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice”.
Tomba di Federico II, lo Stupor Mundi
Tomba di Costanza d’Altavilla

Torniamo in albergo stremate. Cerchiamo un ristorante vicino. Il portiere ci suggerisce “Il profeta”, vi manda spesso i clienti. Lasciamo stare …

Martedì, 21 settembre

Ci si avventura nella Kalsa. Obiettivo: Palazzo Abatellis e Oratori. Oggi si va alla ricerca del Serpotta, Giacomo Serpotta, “Jack lo Stuccatore” secondo Daverio.

Ci imbattiamo nella chiesa della Magione, fresca di restauro: è bellissima e suggestiva.

Ma tutta la Kalsa, il quartiere più malfamato di Palermo, quello più bombardato (e ci sono case ancora tutte sgarrupate) negli ultimi anni è stato restaurato. Meno le strade e i marciapiedi. Ne sa qualcosa il deambulatore… e i miei polsi.

Poi l’Oratorio dei Bianchi: già Oratorio della Compagnia dei Cavalieri bianchi, danneggiato dai bombardamenti, trasformato in laboratorio di restauro; ora vi si possono vedere alcuni stucchi incantevoli di Giacomo Serpotta, eseguiti nel 1703 per la chiesa del Monastero delle Stimmate di San Francesco, demolita per far posto al Teatro Massimo.

Incantevoli, dolcissimi putti!

Palazzo Abatellis – Galleria Regionale della Sicilia

In stile gotico-catalano, danneggiato dai bombardamenti, ristrutturato da Carlo Scarpa che ne ha fatto un capolavoro di luce, materiali e colori. Sul muro di cemento torna la finestra gotica e nel cortile si affacciano gli stili che diedero vita al gusto europeo: quello aragonese, quello proto rinascimentale e l’ultimo Gotico internazionale.

A Pianterreno ci sono capolavori commoventi: il busto di Eleonora d’Aragona di Francesco Laurana , statue di Domenico e Antonello Gagini, molto belle.

Francesco Laurana, Busto di Eleonora d’Aragona
Domenico Gagini, Presepe
Domenico Gagini, Madonna col bambino e cherubini
Davanti al Bronzino
Antonello e Domenico Gagini, Madonne col bambino
Antonello Gagini, Ritratto di giovinetto
Agnolo Bronzino, Madonna col bambino e san Giovannino

E c’è il Trionfo della Morte del XV sec., suggestivo da togliere il fiato, con le sue dame e cavalieri, falconi e giardini, e il cavallo scheletrico che porta la Morte in groppa. E la morte, quasi allegra, con l’arco in mano e la faretra, lancia frecce; ha anche la falce, ma non la usa: vuole essere una morte moderna , non quella delle Danze Macabre medievali. E già vescovi, ecclesiastici, dignitari orientali e occidentali sono morti. E la morte, con l’ultima freccia scoccata, colpisce la bella elegantissima dama sulla destra, e ignora i poveracci – in alto, a sinistra – che la pregano invano…

Ecco da dove Picasso ha preso il cavallo di Guernica!

Il museo continua al primo piano, ma l’ascensore – mi dicono – è fuori uso. Sottinteso: accontentati!

Il giorno in cui mi accontenterò, è lontano ancora! La Betta mi prende sottobraccio e, lentissimamente, con varie pause, saliamo.

Antonello da Messina, L’Annunciata

Al primo piano c’è la dolcezza di Antonello, la sua Annunciata sublime, colta nell’attimo in cui l’immaginario interlocutore, cioè l’angelo, le è davanti, e la mano destra di lei sembra volerlo frenare; con la geometria essenziale di quel velo – fortemente azzurro – la cui piega sulla fronte forma una linea che scende giù, fino all’angolo del leggio, e si contrappone al lento girare del busto e al gesto della mano. E quegli occhi:  interrogativi, sorpresi, consenzienti, rassegnati. E i gesti di quelle sue mani: che sono pudore, ritrosia, timore, diniego, forse accettazione.

[Potevo perderla? Potevo accontentarmi?]

Antonello da Messina, Dottori della Chiesa

Nel Museo ci sono altre tre tavolette di Antonello, dei tre Dottori della Chiesa, cuspidi di un polittico perduto; e una bella raccolta di dipinti fiamminghi del ‘400 e ‘500, fra cui il Trittico Malvagna di Jan Gossaert.

Il secondo piano, dedicato al Barocco, è chiuso. Niente Van Dick, né Battistello Caracciolo, Jusepe de Ribera, Mattia Preti, Luca Giordano… Borbotto innocue maporcamiseria!

Santa Maria degli Angeli o la Gancia (che non abbiamo visto)

Usciamo per andare alla Gancia – Santa Maria degli Angeli. Chiusa!

Non si sa quando la aprono, dice alla Elisabetta una persona del vicino Archivio, “i frati sono rimasti in pochi”…

Piango sul fraticello del Serpotta che non vedrò. Lo metto qui lo stesso, in una foto presa da internet (ma perché lo chiamano “monachello”, se ha il saio francescano?)

Ora di pranzo, ma si va sicure, lì vicino sta l’arcinota Antica Focacceria di S. Francesco. Invece ci stanno girando un film (proprio oggi?!) e la Focacceria è tabù!

Andiamo da Franco U’ Vastiddaru, in corso Vittorio Emanuele. C’è posto all’aperto. Piccioni a iosa, invadenti, stazionano su fili sulla nostra testa; cambiamo tavolo, almeno sotto l’ombrellone non dovrebbero esserci pericoli. Confusione estrema, famiglia romana. Qui è tutto fritto, anche le bruschette! Credo che, noi quattro, non mangeremo più fritti per il resto della vita…

Oratorio di San Lorenzo

Ed è pieno Serpotta, finalmente! “l’uomo che trasforma l’arte dello stucco in un linguaggio artistico totale, e introduce un dato nuovo nella cultura del Barocco: il bianco integrale coniugato con l’oro”. Colui che, in penuria di marmo, inventa l’allustratura, cioè “la capacità di finire la superficie dello stucco con delle polveri di marmo a caldo che danno l’illusione di un marmo metafisico e brillante”.

Nell’oratorio di S. Lorenzo, Serpotta fa una allegoria della Carità che

“più caritatevole di così non potrebbe essere – perché allatta con fare ammiccante e ha tutta l’aria di godersela. E un amore eterno e tollerante per l’infanzia, con una infinità di putti che potrebbero essere stati scolpiti nella panna: il putto pellegrino che sembra un po’ putto da carnevale; il putto che ruba una maschera a un altro putto; putti che si baciano; che si avvoltolano nei tendaggi; putti preoccupati dall’aspetto esistenzialista; putti d’avanguardia che soffiano bolle di sapone. Un manuale della puttologia che racchiude invece le storie sacre. E tutto si svolge sotto un S. Francesco sormontato da raggi dorati, che ha perso definitivamente il rigore umbro d’origine, ma non lo spirito”.

[da Philippe Daverio]

All’altare c’è la foto – bella – del quadro di Caravaggio, l’Adorazione dei pastori. Lo so, non è l’originale, ma, se ci fosse la parete vuota, sarebbe sconfortante.

Invece rassicura perdersi negli stucchi e tornare con lo sguardo lì, da dove tutto è cominciato.

Il quadro è stato rubato nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969; una tragedia per me, per tutti.

Spero sempre di vederlo ritornare.

***

Ci inoltriamo nella Cala, su via Roma, ma dall’altra parte di corso Vittorio Emanuele. Direzione San Domenico e Santa Cita.

Ma la chiesa di San Domenico è chiusa! Niente omaggio a Giovanni Falcone, che è sepolto lì … peccato! Ci tenevamo.

La scelta è fra gli Oratori: del Rosario o Santa Cita. È tardi per vederli – e guardarli – entrambi. Optiamo per il secondo.

L’Oratorio di Santa Cita

L’Oratorio di Santa Cita è in cima a una scala lunga lunga. E dentro è un incanto. Sulla guida è scritto: “massimo capolavoro di Giacomo Serpotta” (non sono sicura che l’aggettivo e il nome possano andare insieme: non si fa il superlativo di un superlativo!). Ma sottoscrivo.

Ed è un vero tripudio di cherubini che giocano a nascondino, si arrampicano sulle cornici delle finestre, lucidano gli stemmi, si fanno il solletico, si abbracciano le ginocchia pensierosi, oppure girano le spalle, mostrando il sederino: dei discoli.

Come si fa a pregare in mezzo a tanta vispa tenerezza?

Nella controfacciata vi è un altorilievo della battaglia di Lepanto del 1571, cioè quella che era considerata la vittoria del Cristianesimo sull’Islamismo, e una sorta di vittoria personale della Spagna sui Turchi.

E la Spagna dominava la Sicilia, impossibile non esaltarla. Sotto la sfilata di navi bianche e dorate, stanno due adolescenti, uno con lo sguardo abbassato, l’altro con lo sguardo alzato (simboli del vinto e del vincitore? O semplicemente dei mali della guerra? Sembrano entrambi tristi).

Nelle pareti intorno, incantano i teatrini che ripercorrono i misteri del Rosario e le Virtù. Lo sguardo si perde, torna, riguarda, cerca particolari nuovi ed è tutto perfetto.

Ceniamo da A ‘nica alla Kalsa, all’aperto: sul chiostro illuminato, di fronte, fra le palme, brilla la luna piena.

È una bellissima serata.

Mercoledì, 22 settembre

Stamattina ci si inoltra nel Mandamento dell’Albergheria. Via Roma, Discesa dei Giudici, Piazza Bellini. Sulla piazza affacciano tre chiese: la Martorana, S. Cataldo e S. Caterina, in un connubio affascinante di architettura occidentale e orientale.

Chiesa della Martorana o Santa Maria dell’Ammiraglio

L’Ammiraglio era Giorgio d’Antiochia, ammiraglio – appunto – di Ruggero II (non c’è santo che tenga: si torna sempre a Ruggero d’Altavilla). Il personaggio, Giorgio d’Antiochia, la dice lunga sulla cultura del periodo: era un siriaco cristiano di cultura araba; un architetto quindi capace di intendere l’arco siriano, l’ogiva araba – che sarebbe diventata quella gotica europea – e la cultura ieratica dei Bizantini.

Il nome Martorana deriva alla chiesa da Eloisa Martorana, fondatrice del vicino convento. Per complicare la toponomastica, nel 1221 la chiesa fu battezzata San Nicolò dei Greci. Tre nomi: pare che succeda spesso a Palermo.

All’esterno, forme normanne e facciata barocca.

Se guardiamo il campanile del XII sec., da cui si entra, vi troviamo l’ogiva araba, ma anche colonne corinzie di origine bizantina. E le pietre che circondano l’arco somigliano a batuffolotti.  

L’interno è diviso in due parti: prima due campate dell’aggiunta barocca, con affreschi piuttosto belli; poi la parte più antica con mosaici davvero splendidi, bizantini (somigliano molto a quelli della Palatina).

All’inizio – che corrisponde alla facciata originale – a sinistra, c’è una deesis (intercessione) con Giorgio d’Antiochia inginocchiato davanti alla Madonna (indossa un manto gemmato; a dir la verità, pare che abbia addosso un carapace).

A destra, Ruggero II incoronato da Cristo (e questo lo volevo vedere da una vita, perché la riproduzione sta su tutti i libri di storia).

Nella cupola, il Cristo Pantocratore circondato dai soliti quattro arcangeli, poi profeti e evangelisti.

Nella foto si vedono gli arcangeli con dei panni ripiegati in mano (stessa scena della Palatina, là Daverio li aveva chiamati “asciugamani di lusso” – e io, non so perché – li avevo accostati al battesimo di Gesù). Da qui il dilemma: perché? Perché gli arcangeli tengono panni-asciugamani in mano?

La risposta me la darà Ravenna, dove tutti – apostoli, santi, arcangeli – avranno le mani velate: era un segno di rispetto nei confronti di Dio.

Ma la parte più bella sono i due mosaici della Natività (con S. Giuseppe imbronciato, e la ragazza che prova la temperatura dell’acqua prima del bagnetto di Gesù – la stessa scena della Palatina) e la Dormitio Virginis (col medico che ausculta il cuore di Maria, per sentire se batte ancora; una scena che non ho visto mai). Invece l’animula della Madonna in braccio a Gesù, mi ricorda tanto la cuspide della Morte della Vergine del Mantegna.

Meraviglioso il pavimento in marmi policromi.

Non venivamo più via. Intanto i gruppi entravano, passavano, scattavano foto, andavano…

San Cataldo

San Cataldo è proprio accanto alla Martorana, sullo stesso piazzale, alto sulla piazza Bellini. Fondata in epoca normanna, nel sec. XII, dal re Guglielmo I, ha forma cubica; ma le tre cupole rosate la fanno sembrare un edificio arabo. L’interno è il migliore esempio di stile romanico-normanno, forte e militare, di Palermo. Spoglio, con piccole finestre molto alte, è molto suggestivo, con le sue colonne provenienti da precedenti edifici, il Cristo in croce bizantina, la pavimentazione originale che sembra cosmatesca, se non fosse che i fratelli Cosma cominciarono a operare cento anni più tardi. È un luogo per pregare. La magnificenza, la lode in oro a Dio, è tutta alla Martorana.

giusto per ricordare che c’eravamo…

Curiosità: il colore rosso delle cupole del tetto è recente, frutto del lavoro di Giuseppe Patricolo (1834-1905), un seguace palermitano di Viollet-le-Duc. Egli, avendo trovato delle tracce di intonaco rosso, ha deciso che tutte le cupole delle chiese coeve dovessero essere di quel colore. In realtà, non c’è nessuna prova che lo fossero davvero: è una trasfigurazione del passato; l’intervento, adesso, ci farebbe orrore.

Chiesa e monastero di Santa Caterina

Dall’altra parte di piazza Bellini, si entra in un altro mondo: il barocco siciliano e il suo horror vacui. La chiesa di Santa Caterina è la chiesa del monastero omonimo e fu edificata alla fine del ‘500.

Ricchissima la decorazione interna in marmi rosati e grigi, stucchi e dipinti. Belli gli affreschi della volta col Trionfo di Santa Caterina. Di notevole, c’è anche un bassorilievo raffigurante il Naufragio di Giona, l’altare della santa con una statua delicatissima di Antonello Gagini, e l’altare maggiore col suo paliotto di pietre dure, diaspro, lapislazzuli e marmo verde.

Ma ciò che attira l’attenzione sono le grandi grate dei matronei, in alto, da dove le monache assistevano alle funzioni.

Nel Cinquecento era un monastero nobiliare, uno dei più affollati della Sicilia: centinaia di monache, dai cognomi altisonanti, e stuoli di domestiche, popolavano questo immenso complesso con due cortili, un labirinto di corridoi a tenere insieme le celle; e un altissimo loggiato sul Cassaro, l’arteria principale della città, da dove osservare la vita senza essere viste. Le novizie, una più titolata dell’altra, vi portavano la propria dote, rendendo il monastero sempre più ricco. Col tempo le cose sono cambiate, le monache furono sempre di meno e le ultime due hanno lasciato il monastero alcuni decenni fa.

Del monastero si visita una minima parte. Vediamo le grate dall’interno, il loro affaccio spettacolare sulla chiesa, gli sgabelli. E poi le singole stanze (chiamarle celle sarebbe riduttivo), gli ambienti comuni, il chiostro, la camera della priora. Stili affastellati uno sull’altro, particolari anche dozzinali o inquietanti.

Non ci si toglie un senso di oppressione: centinaia di ragazze, donne, anziane in clausura stretta, per tutta la vita… Ma forse è solo la nostra mentalità laica che non lo accetta.

Il chiostro maggiore ha il pavimento ricoperto di ceramiche policrome e una bella fontana.

Poi ci sono i dolci delle monache. In un ambiente che affaccia sul chiostro e si chiama “I segreti del chiostro”, c’è la dolceria di Santa Caterina. Profumo di zucchero e mandorle e ogni bendidio.

Poi si va alla

Fontana Pretoria

Sta in piazza Pretoria, ovviamente, ma si fatica a chiamarla piazza, visto che è quasi interamente occupata dalla fontana. Una fontana spettacolare, peraltro, con la sua circonferenza di 133 metri e un’altezza di 14 metri, costruita in Toscana per Pietro di Toledo (padre della bellissima Eleonora, moglie di Cosimo de’ Medici), poi venduta alla città di Palermo, dove fu mandata scomposta in 644 pezzi. Nelle tre balaustre circolari concentriche, lungo i gradini, è un profluvio di divinità – Cerere in primis, protettrice della Sicilia, nelle braccia spighe di grano e cornucopia – allegorie fluviali e teste di animali. Dovrebbe buttare acqua, dovrebbe sentirsene il rumore, invece no.

Le mie amiche mi accompagnano in cima alla scalinata esterna di un palazzo della piazza perché anch’io possa vederla dall’alto: ed è bella, sì. La ringhiera in ferro battuto è opera del Basile.

Leggenda vuole che le monache di Santa Caterina, le cui finestre affacciavano sulla piazza, soprannominassero la fontana “della vergogna”, per i nudi; e pare che non abbiano esitato ad evirare le statue. In effetti…

Nella piazza stazionano varie camionette dei carabinieri perché qui c’è il Palazzo delle Aquile, il municipio di Palermo. Con tutto quello che significa.

Veniamo abbordate da un carabiniere che ci racconta vita morte e miracoli di sé, della fuitina giovanile, di moglie e figli, della carriera, della gentilezza dei palermitani eccetera eccetera eccetera.

Finalmente ce ne liberiamo e giriamo verso la chiesa dei Teatini, per visitarla.

In realtà, siamo stanche morte e optiamo per il ritorno in albergo, prima di avventurarci alla Galleria d’Arte Moderna. Ma prima ci concediamo una sosta ai

Quattro canti

O piazza Vigliena. Qui si incrociano corso Vittorio Emanuele (l’antico Cassaro) e via Maqueda e, dalla loro intersezione, nascono i quattro quartieri della città:

  • la Cala o Loggia (vi abbiamo visto l’oratorio di S. Cita e l’esterno di S. Domenico),
  • la Kalsa (piazza Marina, lo Steri, palazzo Abatellis, l’oratorio di San Lorenzo),
  • l’Albergheria (con piazza Bellini e piazza Pretoria)
  • il Capo o Monumentale (il Palazzo dei Normanni e la Cattedrale)

Sulla piazza prospettano i quattro palazzi seicenteschi dalle simmetriche facciate, che sono il cuore della Palermo barocca. Le facciate, concave, sono divise nei tre ordini architettonici: in basso, il dorico con una fontana; nell’intermedio lo ionico con le statue dei viceré; in alto, il corinzio con le statue delle quattro Sante, patrone di Palermo (Cristina, Ninfa, Oliva e Agata). Solo la Cristina vi è annoverata, noi altre abbiamo nomi troppo nordici.

Dopo il riposino (e una prima sistemata alla valigia), ci si avventura nella Kalsa per la Galleria d’Arte moderna. Restauro nuovissimo. Chiusa! Ci dicono che chiude alle 17 e non alle 18.30 come avevo letto in più di un sito.

Palermo fa di questi scherzi. Ci consoliamo con delle tisane e un tè in un bar all’aperto di piazza Marina. Il tempo è brutto, forse pioverà… ma con la Betta non piove mai o solo se siamo al coperto! Infatti…

Cena alla Casa del Brodo: la Elisabetta ordina melanzane (tanto per variare: son quattro giorni che mangia melanzane!), la Fiorenza arrosto di maialino dei Nebrodi, la Cristina e io tortellini in brodo. Da non raccontare: venire a Palermo e mangiare tortellini, e in brodo per di più! Però erano buoni. E caldi…

Si torna, un po’ mestamente, per la solita via Roma in notturna, coi suoi negozi di abbigliamento assurdo… È l’ultima sera, domani si va a casa.

Giovedì, 23 settembre 2021

Alzate all’alba, alle 7.15 abbiamo il taxi, l’aereo parte alle 10. Si torna.

L’aeroporto è un non-luogo, sempre. Non c’entra niente con la città.

Non ti dà il tempo di ripassarla come fai con le stazioni, col treno. Né di salutarla, con già nostalgia.

Addio Palermo, romana Panormus, antichissima Zyz!

E restano mille cose da vedere: la Zisa, la Cuba, San Domenico, la Gancia, San Giovanni degli Eremiti, la chiesa del Gesù e del SS. Salvatore, S. Maria dello Spasimo, Santa Maria della Catena, Santa Teresa alla Kalsa, il terzo piano di Palazzo Abatellis, la Passeggiata delle Cattive, San Matteo, San Giuseppe dei Teatini, il Complesso di Casa Professa, Sant’Ignazio all’Olivella, l’albero di Falcone, Sant’Agostino, il Teatro Massimo, il Museo archeologico, quello Diocesano, la Galleria d’Arte Moderna, l’Oratorio di San Mercurio, quello del Rosario; e i palazzi: palazzo Riso, palazzo Branciforte, palazzo Valguarnera-Gangi, palazzo Mirto, il villino Florio, palazzo Butera, villa Malfitano-Whitaker, la Palazzina cinese, villa Igiea ecc.

E il santuario di Santa Rosalia sul Monte Pellegrino. E Monreale – dove NON siamo state.

12 giugno 2023 – Palermo del cuore, quanta nostalgia!

Bibliografia: P. DAVERIO, Grand Tour d’Italia a piccoli passi, Rizzoli 2018. Un libro fondamentale per imparare a guardare con uno sguardo sghembo.

Ho preso le notizie dal Web, in particolar modo da Wikipedia e dal sito della città.

La maggior parte delle fotografie sono delle amiche Fiorenza Gazzoni, Elisabetta Melchiori, Cristina Caretta. Ho scaricato le immagini mancanti da Google-Immagini