GIOVANNI MIGNOLI, battesimo 20 novembre 1726 (S. Pietro di Viadana, Archivio parrocchiale)
Giovanni Mignoli, terzogenito di Battista e Donina Levati, rinnova in sé il nome del nonno paterno, dopo la morte del fratellino omonimo.
Nasce a Viadana, sotto la parrocchia di S. Pietro, il 19 novembre 1726, avendo per ostetrica la “Rigosa”. È battezzato il giorno dopo, nella parrocchiale, dal curato Giovanni Baruffaldi. Padrini sono Pietro Antonio Marcheselli, abitante a Cicognara (difficile dire cosa legasse i genitori a questo signore) e Anastasia Caleffi, della stessa Villa S. Pietro.
Giovanni vive i suoi primi anni con i genitori, la nonna materna, Margarita Valentini Levati, e il fratellino Carlo Felice.
Negli anni successivi nascono – e a volte muoiono – altri fratelli. Per un certo periodo Giovanni si ritrova anche ad essere figlio unico.
A poco più di 23 anni sposa Maria Maddalena Berselli (o Barselli), di agiata famiglia viadanese. È il 29 gennaio 1750, la parrocchiale è quella di S. Pietro, la sposa ha 19 anni.
MATRIMONIO di Giovanni e di Maria Maddalena Barselli, 29 gennaio 1750 (S. Pietro di Viadana, Archivio parrocchiale)
LETTURA DI UN DOCUMENTO: La dote di Maria Maddalena Berselli
Pochi giorni dopo il matrimonio, il 4 febbraio 1750, viene redatto l’Inventario dei beni mobili che Giuseppe Berselli dà alla figlia come dote.
La dote comprende
un letto di penna del valore di 45 lire,
un paio di lenzuola di canapa e stoppa da 34 lire,
una coperta intelaiata nuova;
camicie di lino con pizzi,
grembiali, busti, sottane,
corsetti, guanti, calzetti,
un paio di gioielli d’oro e di granati.
Il tutto per un totale di 465 lire e 10 soldi. Stupisce la scarsità di lenzuola, il che sembra rivelare una certa fretta.
Tuttavia la dote non si esaurisce qui. Sei anni dopo, Pietro Berselli – fratello di Maddalena per parte di padre – completa la dote della sorella con altre 250 lire in denari; più una pezza di terra, vineata e opulata, sita a Villa S. Maria, del valore di 700 lire, già assegnata dal padre a Maddalena fin dal tempo del matrimonio.
Il valore finale della dote è di 1.415 lire e 10 soldi, comprensiva sia dell’eredità paterna che dei beni dotali materni.
I FIGLI
A un anno esatto dal matrimonio, il 18 gennaio 1751, nasce il primogenito di Giovanni e Maddalena: Giovanni Battista.
Due anni dopo, il 24 marzo 1753, Giuseppe Maria.
Ancora due anni e il 19 maggio 1755 nasce Maria Margarita (la bambina rinnova nel nome la sorella di Giovanni, morta a 21 anni nel 1751).
Poi un’altra femmina, Maria Lucrezia Isabella, il 17 maggio 1757.
Sono bambini destinati a vita breve.
Nel luglio 1757, due mesi dopo la nascita dell’ultimogenita, muore Giuseppe Maria a cinque anni. Fra il giugno e il luglio dell’anno dopo, muoiono gli altri tre: le due femmine lo stesso giorno, il 26 giugno 1758; il primogenito dopo una decina di giorni, il 6 luglio.
Nel settembre 1757 era morto anche il padre di Giovanni, Battista Mignoli.
Nella grande casa erano rimasti solo Donina Levati, i due figli e la nuora. Il vuoto delle stanze, senza le voci dei bambini, sarà sembrato enorme.
Poi la vita ricomincia, com’è giusto e naturale che sia.
Il 26 febbraio 1759 nasce un altro maschio che, ovviamente, viene chiamato Giovanni Battista. Avrà una vita lunga.
Nel settembre 1761 nasce Michele che, però, muore a poco più di sei mesi, nell’aprile 1762.
Il 23 gennaio 1763 è la volta di Giuseppe Maria; il 27 dicembre dell’anno dopo nasce Giovanna. Entrambi raggiungono la maggiore età.
La casa si rianima con le voci e i giochi di ben tre bambini in quattro anni.
Poi altre due nascite ed altri due lutti:
Margarita, nata il 7 novembre 1766 e morta nel gennaio 1767 a “due mesi”;
e Natale Gregorio, nato la vigilia del Natale 1767 e morto nel gennaio 1769 a poco più di un anno.
A fine dicembre, dello stesso 1769, nasce Maria Barbara, la piccola di casa.
Nascerà, infine, un’ultima creatura il 16 ottobre 1772, quando Maddalena Berselli ha più di 40 anni: il bambino – maschio o femmina, non è specificato – nasce probabilmente già morto, poiché nemmeno l’ostetrica ha il tempo di battezzarlo e di dargli un nome.
È l’ultimo dei dodici figli di Giovanni e Maddalena: solo quattro sono vivi, due maschi e due femmine.
LA FAMIGLIA NEL 1772
Tuttavia, la famiglia Mignoli è, in quell’anno 1772, molto numerosa.
Nel 1760 Francesco Mignoli, fratello minore di Giovanni, aveva sposato Maria Catarina Ghirardi e l’aveva portata in casa. Anche dopo la morte della madre Donina, nel 1760, i due fratelli avevano continuato a vivere insieme: con mogli, figli e famigli.
Ci guida lo Stato delle Anime del 1772:
Stato delle anime, 1772 (S. Pietro di Viadana, Archivio parrocchiale)
Come si vede, la famiglia è formata da 14 persone: Giovanni e Maddalena con i quattro figli (Giovanni Battista, Giuseppe Maria, Giovanna e Barbara), Francesco e Maria Catarina Ghirardi con quattro figli (tre femmine e un maschio; altri ne nasceranno fra il 1774 e il 1780), e due famigli che, tuttavia, variano quasi ogni anno.
TEMPI DI PACE E RIFORME
Maria Teresa d’Asburgo
Con la pace di Aquisgrana (1748), che sanciva la fine della guerra di successione austriaca, la situazione in Italia era così trasformata:
Il Regno di Napoli e di Sicilia passava ai Borbone di Spagna.
il Granducato di Toscana, dopo la morte dell’ultimo dei Medici, fu assegnato a Francesco di Lorena, marito di Maria Teresa d’Asburgo, per compensarlo della perdita del suo ducato di origine (dato al re detronizzato di Polonia, Stanislao Leszczynski).
Elisabetta Farnese, vedova del re Filippo di Spagna, si era vista riconoscere i propri diritti ereditari sul Ducato di Parma e Piacenza, che assegnò al proprio figlio secondogenito Filippo di Borbone.
La Lombardia con Mantova restava in mano austriaca.
L’aspetto positivo, nel lasso di tempo che va dal 1748 al 1796, per cinquant’anni, fu che l’Italia non divenne teatro di guerre.
Maria Teresa poté dunque continuare l’opera di difesa dello stato, stavolta all’interno dei confini.
Il mantenimento delle conquiste, ottenute a duro prezzo con la guerra, fu vincolato alla lotta contro i particolarismi, le autonomie, i privilegi che caratterizzavano l’organizzazione interna dello stato.
Nacque quindi la spinta alle riforme che agì tanto al centro quanto nella periferia del territorio lombardo e interessò i settori finanziario, fiscale, amministrativo.
ASPETTI ECONOMICIDI CASA MIGNOLI
Uno degli aspetti, che più colpisce in Giovanni, è il suo forte senso degli affari. Anche il fatto di non essersi separato dal fratello, ma avere continuato a vivere in comunione di beni, ha evitato una frammentazione del patrimonio familiare che – pur considerando i tempi trascorsi, le guerre, le tasse, le vicissitudini – non doveva essere scarso. Tuttavia, stiamo sempre parlando di una famiglia di piccoli proprietari.
Appena dopo la morte del padre, Giovanni comincia ad accumulare proprietà, di case e di terre. È probabile che avesse ricevuto in eredità un certo quantitativo di denari.
L’AMPLIAMENTO DELLA CASA
Il 19 gennaio 1758 Giovanni compra, anche a nome del fratello, una porzione di casa confinante “con metà muro” con quella in cui vive, con andito superiore, camera inferiore, pozzo e tutte “sue altre comodità”. Il prezzo concordato col venditore Giuseppe Boiani è di 400 lire. Si ricorda che la casa, già di Margarita Valentini Levati, era passata in eredità alla figlia Donina.
Nell’ottobre dello stesso 1758, Giovanni vende 47 tavole di terra arativa, vitata e opulata sita in S. Maria, ereditata dalla moglie dal fratello, Fabrizio Berselli. Ne guadagna 700 lire.
Con quel denaro, pochi mesi dopo, insieme al fratello, compra un altro pezzo di casa dalle figlie ed eredi di Domenico Levati: un andito al piano inferiore, una scala “parte in pietra, parte in legno”, più “camara e camerino”. Il tutto “murato, coppato, intravato e solerato”, in confine da ogni lato con i compratori (cioè Giovanni e Francesco Mignoli).
Nel maggio 1763 acquista, dagli stessi eredi Levati, una ulteriore frazione di casa composta da una camera inferiore e una parte di cantina. Il prezzo è poco più di 586 lire.
E con la casa, stavolta, Giovanni compra anche un pezzo di terra arativa e “moriva” ad essa adiacente, di una decina di tavole, pagandola poco più di 740 lire. Il pagamento è dilazionato negli anni, tanto che è registrato un residuo saldo di 86 lire ben dodici anni dopo, il 10 aprile 1775.
AFFITTO DI UN TERRENO FUORI DELL’ARGINE DEL PO. Analisi del documento
Il 27 ottobre 1762 Giovanni – solo a proprio nome – prende in affitto per cinque anni (dunque fino al 1767) un podere sito in Villa Caleffo: sono due biolche di terra “giariva e salciva” fuori dell’argine maestro del Po (quindi più esposta alle inondazioni, ma meno costosa delle terre entro l’argine maestro). L’affitto annuale è di 52 lire, da pagare in denari in due rate: a S. Giacomo di luglio e a S. Michele a settembre.
Il contratto prevedeva che il conduttore
dovesse migliorare la proprietà “e così condurla da uomo da bene, con dare ogni anno durante la presente locazione qualche quantità opportuna di letame, piantare o far piantare piantoni grossi di salice dietro alle file che in quella esistono, ove però sarà qualche mancanza e tenere rimessa di tempo in tempo la sestata, e dovrà piantarvi anche delle piante novelle di moroni”. L’importo delle quali cosa dovrà essere abbuonato sugli affitti;
dovesse “vestire dette piante novelle per ripararle da qualche danno possa essergli cagionato dalle bestie”, affinché le piante rendano meglio;
non dovesse essere rimborsato in caso di danni naturali. Per dirla col documento: “Non potrà il medesimo affittuale Mignoli pretendere alcun ristoro per inondazione ed altra disgrazia, accettando detta proprietà come si suole dire a fuoco e fiamme”;
che dovesse fare “il scalvo all’uso del paese, cioè di tre in tre anni e farlo a’ suoi debiti tempi e contrafacendo sarà tenuto alla rifazione di qualunque danno”, che sarà valutato dai periti;
che il locatore avesse tuttavia la libertà di “rompere la sopra detta pezzola di terra e disponerla per il seminato giacché ora si ritrova prativa, restando però allo stesso l’obbligazione di restituirla tale l’ultimo anno della locazione”.
La stessa terra viene successivamente comprata dai due fratelli nell’ottobre 1766, prima della fine del contratto, segno che i guadagni erano stati buoni.
AMPLIAMENTO DELLE PROPRIETÀ
Nell’aprile 1763 (mentre ancora lavorano il terreno affittato) Giovanni e Francesco comprano un appezzamento, confinante con quello che già possiedono a Villa Caleffo, di terra arativa, molto ben oppiata e vidata, sulla quale stanno due bellissimi “filogni – o siano tere – e due mori” (cioè cerri e gelsi) al prezzo di 800 lire. Il venditore è tale Francesco Maria Vicari che dispone coi fratelli Mignoli un inusuale contratto: egli si riserva “il godimento di detta terra vita natural durante” e non ritira i denari della vendita, ma lo lascia ai compratori a titolo di deposito.
Una volta morto il Vicari, essi dovranno versare la cifra al prevosto di S. Pietro, erede testamentario. Nel dicembre successivo – essendo in effetti morto il Vicari – si fa avanti il prevosto, don Ludovico Canuti, per la riscossione del soldi. Al documento notarile sono allegate tutte le ricevute di pagamento che terminano il 1 febbraio 1765. La terra è finalmente proprietà dei fratelli Mignoli.
Tuttavia, l’acquisto forse più importante, fatto da Giovanni e Francesco Mignoli, sta nel rogito del 17 dicembre 1763: comprano dalla reverenda Madre, donna Francesca Rosa Margarita dei Capitanei Vimercati, monaca nel monastero di S. Croce di Viadana, tramite il suo esecutore testamentario, Pietro Antonio Maggi, due appezzamenti di terreno. Il primo misura poco più di due biolche di terra “arativa, oppiata e vidata”, e si trova in Villa Caleffo presso l’argine della digagna; l’altro è una terra “arativa e salsiva” (o saliciva – in altra parte del documento) “fuori dall’argine di Po, sita nella Giara di Caleffo” e confinante per un lato con la terra precedente. Il costo è notevole: 1354 lire e rotti la prima, e ben 1868 lire la seconda. In tutto 3222 lire, 17 soldi e 9 danari da pagarsi in sei anni, a cominciare dal S. Michele 1763, per terminare nel 1769; Giovanni ha già dato un acconto di 90 lire, ma il più resta da pagare.
Il 21 ottobre 1766 Giovanni e Francesco comprano le due biolche di quella terra arativa e salsiva (posta fuori dell’argine maestro del Po), precedentemente affittata (e di cui ho già detto), e confinante con l’altra loro comune proprietà. La terra viene stimata, da una perizia, del valore di 973 lire e rotti. Il venditore è tale Pio Santa, residente a Mantova, che ha ricevuto la proprietà in eredità da uno zio paterno, Francesco Santa. Pio Santa ha dato mandato, per la trattativa di compravendita, al “Molto Reverendo Lettore Emerito Sacerdote in Teologia, Giovanni Agostino Nicola Nani dell’Ordine Eremitano di S. Agostino della Congregazione di Lombardia”. Ho voluto aggiungere questi particolari per sottolineare come la pomposità dei titoli dell’Ancien Régime fosse rimasta in auge, un secolo e mezzo dopo gli avvenimenti manzoniani; e venisse sottolineata anche in un semplice rogito di vendita di terreni.
Non è ancora conclusa o, forse, sta per concludersi la pesante rateizzazione delle terre di Madre Francesca de’ Capitanei Vimercati, che già Giovanni e Francesco decidono per un nuovo acquisto.
Il 12 gennaio 1769 essi comprano una biolca e poco più di terra “arativa, oppiata e vidata” sita in VillaCaleffo e confinante per un lato con un’altra loro proprietà, valutata 720 lire la biolca, per un totale di 872 lire e 10 soldi. I Mignoli versano subito 350 lire. Per il restante, si rivolgono stavolta all’Ospedale degli Orfani per un prestito, e “si assumono l’onere e l’obbligazione estinguendi et affrancandi” di un annuo censo di 17 lire e 10 soldi.
Il mese dopo Giovanni, anche a nome di Francesco (l’uno ha 43 anni, l’altro 30, giusto per fare il punto) si imbarca in un altro acquisto notevole che si completerà il 16 marzo 1771. Da Antonio Rubini Caleffi compra ben tre terreni alla Giara di S. Antonio sotto villa Caleffo:
La prima è confinante da tutti i lati con altra loro proprietà e con l’argine e “arginetto” di digagna; è una terra “giarriva, arativa e moriva”, misura 1 biolca 11 tavole 9 piedi e 4 once; costa 8 lire la tavola per un totale di 671 lire e rotti.
La seconda ha le stesse caratteristiche della precedente, ma in più è “arborata con alcune pioppelle”, confina per due lati con i compratori e per il terzo con “metà arginello di degagna”; misura 1 biolca 2 tavole 3 piedi e 10 once, vale 8 lire la tavola, per un totale di 594 lire e rotti.
La terza è una terra “arativa, saliciva e fornita di alcune pioppelle” a segnare il confine da un lato. È adiacente ai compratori, ad una delle terre precedenti e a un fossatello. Misura 3 biolche 1 pertica 20 tavole 10 piedi e 10 once; è valutata “per situazione e qualità” molto redditizia, il che significa 3 lire e 17 ½ soldi la tavola, per un totale di 1.010 lire e rotti.
In tutto sono quasi sei biolche di terra, il prezzo di acquisto è di 2.277 lire 7 soldi e 8 denari.
Antonio Caleffi è stato obbligato ad alienare le sue proprietà perché gravato dai creditori che gli hanno fatto pignorare i beni; per cui i fratelli Mignoli saldano, per prima cosa, i di lui debiti (con la spezieria, col notaio, col sarto negoziante di tessuti, con l’agrimensore ecc.) e successivamente gli danno un residuo di 1.127 lire e rotti. Il tutto dal febbraio 1769 al dicembre 1770.
Il rogito prevedeva che i frutti della proprietà dovessero restare in vantaggio del venditore fino al S. Michele del 1769; ma deve esserci stato un qualche intoppo, se solo col rogito del 16 marzo 1771 viene dichiarato: “resta ora concesso alli Mignoli di poter far piantare in detto fondo ciò che riterranno di maggior vantaggio e comodo”.
Una curiosità: il 1° dicembre 1769, dopo aver pagato il debito del Caleffi a Carlo Besana (“per tanti dovuti alla sua signora madre, Ippolita Pagliari”), Giovanni paga altre 210 lire e 19 soldi per “braccia 13 di spumilionenero di Firenze e finiture servite a sua moglie”. Maddalena Berselli si era dunque fatta fare un abito nero di seta (da lutto?).
NOTE AL PARAGRAFO Per le misure mantovane della terra, si veda A. MARTINI, cit. Secondo lo studioso, la misurazione era la seguente: biolca (= 100 tavole) corrispondente ad are 31,3; tavola (= 4 pertiche quadre) corrispondente ad are 0.31; ecc. In realtà, abbiamo visto che veniva usata, come unità di misura, la pertica (cremonese?) che mi pare corrispondesse a 25 tavole, e l’oncia sottomisura del piede. Riguardo alle monete, a Mantova erano usate lire, soldi, danari. Riguardo alle stoffe, lo spumilione era un tessuto in seta e bavella.
Nell’agosto 1771 Giovanni affranca e libera una sua terra dall’annuo censo di 12 lire, versando 207 lire in denari d’argento al vicario del Terzo Ordine Francescano, eretto nella chiesa di S. Francesco di Viadana. Il documento è poco chiaro: si fa riferimento al rogito di un notaio viadanese, tale Giovanni Coroni (o Caroni o Corosi – comunque irreperibile in Archivio) del 30 maggio 1732, quindi riguardante Battista Mignoli, suo padre; e a un successivo rogito (che non ho trovato) di Giovanni Baruffaldi, del 30 maggio 1763, l’anno dei grandi acquisti.
Due anni dopo, il 20 marzo 1773, Giovanni estingue l’annuo censo anche con l’Ospitale degli Orfani, eretto nella parrocchia di S. Pietro di Viadana. Al rettore dell’Ospitale, Pietro Antonio Caleffi, restituisce le 250 lire avute nel gennaio di quattro anni prima, più altre 22 lire per l’estinzione totale del censo.
Nel maggio 1776 i fratelli Mignoli avviano un altro acquisto: un appezzamento di più di due biolche di terra “arativa, giariva, in parte vidata e salciva”, posto fuori dell’argine maestro di digagna “nel luogo detto Le Giare di S. Antonio”, confinante per due lati con altri loro possedimenti. Lo comprano dalla Compagnia della B. V. del Carmelo, eretta nella parrocchiale di Buzzoletto, e di cui erano stati, tra i fondatori e membri, i loro avi. Il prezzo è di 1650 lire circa, da pagarsi in tre anni (quindi entro il 1779).
In più – recita l’atto – “per maggiore utilità della Compagnia [essi] sborseranno il 4% sopra il prezzo che sarà stimato; in più si obbligano a pagare il dazio, le spese di misura e stima, e quelle dell’Istrumento notarile”. Giovanni Mignoli firma col segno di croce, il che ce lo rivela analfabeta. Strano, perché il fratello invece sa leggere e scrivere.
Questo è l’ultimo atto notarile, che ci sia rimasto, di Giovanni Mignoli.
INCARICHI PUBBLICI
Giovanni Mignoli – come già i suoi avi – fa parte di una Confraternita, la Veneranda Compagnia del SS. Sacramento, eretta nell’oratorio di S. Imerio di Viadana, che amministra anche l’Ospitale degli Orfani.
In qualità di “conservatore” della Compagnia, nel 1776 Giovanni si trova coinvolto in una storia di eredità contesa. Mi pare che la storia meriti una divagazione.
Il defunto Francesco Della Parte aveva lasciato tutta la sua eredità all’Ospitale degli Orfani, ma la moglie ne restava usufruttuaria. Alla morte di costei nel 1774, si fanno però avanti dei cugini di 4° e 5° grado che , richiamandosi al “Real Proclama” del 20 gennaio 1766 – che vietava la successione ad enti ecclesiastici – reclamano l’eredità. I reggenti della Compagnia si rifanno, però, a una “successiva ordinazione della stessa Maestà Sua che abilita gli Ospitali dei Poveri e degli Orfani, e così diretti al bene dell’umanità, a succedere nonostante la censura di detto Proclama” (quello del 1766, per capirci).
La questione si protrae fino a quando – appunto nel gennaio 1776 – le parti giungono a un accordo: come a dire che avevano ragione entrambi e perciò era necessario un compromesso. L’eredità resta a favore dell’Ospitale, ma ai parenti Della Parte spettano i “capitali fruttiferi di ragione dell’eredità”, per la somma di 8.000 lire; in più la metà di tutti gli “effetti di qualunque specie, tanto in denari che in mobili e altro”; e altri capitali: uno di 6.000 lire di capitali anticrastici fruttiferi, l’altro di 4.000 lire “impiegato col fu sig. Carlo Castiglioni di Mantova”.
Giovanni, fra gli altri incarichi, diventa anche curatore e tutore di alcuni orfani minorenni (ad esempio, i fratelli Remigio e Pietro Antonio Malacarne); si rende anche garante di Francesco de’ Capitanei Vimercati che affitta una spezieria a Piubega.
IL TESTAMENTO DI GIOVANNI
Il 20 marzo 1778 Giovanni Mignoli, malato gravemente, fa chiamare nella sua casa il notaio Zangelmi al quale detta il testamento. Le principali disposizioni sono le seguenti:
Egli, in primo luogo, desidera che il suo corpo “sia sepolto nel cimitero dell’Oratorio di S. Imerio” della parrocchia di S. Pietro, “posto in una cassa”, e che siano celebrate “quelle esequie che gli eredi e il fratello troveranno convenienti”;
Dispone che “entro sei mesi siano celebrate 80 messe”, ivi comprese quelle celebrate il giorno delle esequie (che – quindi – potevano essere più di una): venti delle quali nella chiesa e dai religiosi di S. Francesco; le restanti in S. Pietro, la parrocchia di famiglia;
Lascia 3 lire al Monte di Pietà e 3 lire all’Ospedale Grande di Viadana;
“per ragioni di legato”, lascia a Maria Maddalena Berselli, sua “amatissima moglie”, le di lei “doti” risultanti dai recapiti (ossia documenti, rogiti) che “si trovano presso di lei”;
“per ragioni di istituzione e di legato”, lascia alle figlie Giovanna e Barbara 2.000 lire per ciascuna, che i suoi eredi pagheranno quando le figlie “si collocheranno a Dio o al mondo”. A tale cifra dovranno essere detratti “tutti que’ mobili, panni e biancherie” che esse avranno in dote al tempo “del rispettivo loro collocamento”. Con ciò egli intende “tacitarle e contentarle” per cui non possano più avanzare ulteriori pretese sulla eredità paterna;
Il resto degli altri suoi “beni mobili, immobili, ragioni, azioni, debiti, crediti presenti e futuri” andranno ai figli Giovanni Battista e Giuseppe Maria, “figli legittimi e naturali nati da sé e dalla predetta Maria Maddalena Berselli lui amatissima moglie”. Chiede perentoriamente ai due figli “di tenere in loro convivenza” la madre fino a che viva in stato vedovile, “volendo che li medesimi non la possino sotto qualunque pretesto […] molestare né disturbare nel godimento e convivenza sopra li suoi beni ed eredità”;
Al fratello Francesco, “nella cui saviezza ed amore molto confida”, raccomanda l’esecuzione delle sue volontà e “specialmente la vigilanza perché sia rispettata detta sua moglie”, e non venga dai suoi figli “molestata e inquietata”.
Giovanni Mignoli muore nella sua casa nove giorni dopo, il 29 marzo 1778, a “55 anni” (secondo il registro dei defunti di S. Pietro); in realtà ne ha 51 e mezzo (era nato il 19 novembre 1726). Il parroco, Clodomiro Buvoli, scrive: “sepultus fuit in Oratorio S.ti Imerij”
FINE
Utilizziamo i cookie per assicurarci di darti la migliore esperienza sul nostro sito web. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.