10. GIOVANNI BATTISTA II MIGNOLI, 1759-1832

Figlio quintogenito di Giovanni e Maria Maddalena Berselli, Giovanni Battista Mignoli nasce a Villa San Pietro di Viadana il 26 febbraio 1759. Battezzato lo stesso giorno dal curato di S. Pietro, don Girolamo Caleffi, egli rinnova nel nome un fratellino morto sette mesi prima: e il nome racchiude in sé quello del padre e del nonno.

BATTESIMO di GIOVANNI BATTISTA MIGNOLI, Archivio parrocchiale di San Pietro di VIADANA

La situazione familiare, nell’alternanza di nascita e morte dei vari fratelli, l’ho già narrata nel capitolo relativo a suo padre Giovanni.

La sua è una famiglia patriarcale: oltre ai genitori, in casa vivono la nonna paterna, Donina Levati, lo zio Francesco, fratello del padre, con la moglie, Maria Catarina Ghirardi, e uno o due famigli. E, negli anni successivi sarà un continuo nascere di bambini – fratelli e cugini – che riempiono la casa di grida e di voci.

Giovanni Battista va a scuola, ignoro dove e per quanto tempo, ma avrà una scrittura minuta ed elegante che dimostra una mano avvezza fin dall’infanzia al movimento dello scrivere; e una firma leggera di chi sa maneggiare il calamo senza sbavare l’inchiostro. Dai documenti, si evince anche una certa dimestichezza con le carte notarili.

Nello Stato delle Anime della parrocchia di San Pietro, dell’anno 1776, in casa Mignoli si contano 14 persone: le due coppie di genitori, Gio. Battista e tre fratelli, cinque cugini, un famiglio.

Nel 1778, quando Gio. Battista ha 19 anni, muore il padre. La tutela sua e del fratello, Giuseppe Maria, viene assunta dallo zio Francesco, con cui i nipoti continuano a condividere beni e proprietà.

Poi, una sorta di fulmine a ciel sereno: il fratello diventa frate francescano. Sono gli anni 1780 o 1781. Essendo nato il 23 gennaio 1763, Giuseppe Maria ha circa 17-18 anni. La vocazione deve essere maturata dopo la morte del padre. Non so altro sul fatto, né in quale convento abbia preso i voti né quanto sia vissuto e dove. La sola notizia che ho è che la sua vestizione è costata più di mille lire. Se ne parla nel documento di divisione dei beni.

E se, fino al dicembre 1779, lo zio Francesco operava anche a nome di entrambi i nipoti maschi, in un atto del 1781 egli rogita a nome del solo Giovanni Battista.

Qualche tempo dopo – prima del 1783 – la famiglia tutta si trasferisce a Salina, dove affitta una grande proprietà, l’eredità Sorini.

Giovanni Battista è adulto, così come i cugini. Lo zio è vitale, esperto negli affari, investe continuamente i nuovi guadagni in nuove terre, affitta nuove ed estese proprietà – continuando sulle orme del defunto fratello Giovanni.

IL MATRIMONIO CON BARBARA TONA

Nel 1786, il 20 novembre, Giovanni Battista sposa Rosa Barbara Tona nella chiesa di S. Pietro di Viadana. La sposa, primogenita del fabbro ferraio di Viadana, Alessandro Tona e di Vidolina Sarzi, ha 21 anni; lo sposo ne ha 27.

MATRIMONIO di GIOVANNI BATTISTA MIGNOLI e ROSA BARBARA TONA (parti dello stesso documento), Archivio parrocchiale di San Pietro di Viadana

Non ci sono rimasti i documenti relativi alla dote di Barbara (in tal modo viene chiamata negli atti), ma, da carte successive, risulta essere stata di lire 984 – ricca, come si vede. In più, ella erediterà altri beni da parte paterna e materna per oltre 1.335 lire.

Il matrimonio è probabilmente felice, sicuramente prolifico: i due avranno ben 13 figli, in un lasso di tempo di 22 anni. Ben nove figli raggiungeranno la maggiore età.

Nel primo periodo del matrimonio, la coppia vive a Salina, nella famiglia che comprende anche la madre di Giovanni Battista, lo zio Francesco con moglie e figli. Là nascono i primi sei figli:

  • Giovanni Prospero nel 1787,
  • Angelico Giovanni nel 1788,
  • Maria Giovanna nel 1790,
  • Vidolina nel 1792,
  • Giovanni Francesco nel 1794,
  • Giovanni Giuseppe nel 1796.

muore la piccola Vidolina, il 14 maggio 1796, a quasi 4 anni (era nata il 27 agosto 1792).

Dopo il ritorno a Viadana, a Villa Caleffo, nascono:

  • Giacomo nel 1799,
  • le gemelle Maddalena e Vidolina nel giugno del 1800,
  • Maria Grazia nel 1802,
  • Bartolomeo nel 1804,
  • Paolo nel 1806
  • Domenico nel 1809.

Giacomo, Maria Grazia e Bartolomeo muoiono bambini.

GLI STATI DELLE ANIME

La situazione che cambia si riflette in alcuni Stati delle Anime della parrocchiale di Salina.

SALINA di Viadana, Archivio Parrocchiale, Stato delle anime 1789 (parti dello stesso documento)

Leggiamo il documento sopra. La data è dell’aprile 1789. La famiglia abita a Salina, nella casa dell’Eredità Sorini; ed è composta da 13 persone:

  • Francesco Mignoli a.48,
  • Maria Catarina Ghirardi sua moglie a.46,
  • Giacomo figlio a.18,
  • Marina Luigia figlia a.16,
  • Onorata figlia a.12,
  • Carlo figlio a.8,
  • Maria Maddalena Berselli, vedova di Giovanni Mignoli, a.60;
  • Giovanni Battista suo figlio a.30,
  • Maria Giovanna, figlia a.24,
  • Barbara Rosa Tona moglie di Gio. Battista a.22,
  • Giovanni Prospero loro figlio a.1
  • Angelico Giovanni altro figlio
  • Ferdinando Rosadini a.14 (famiglio)

L’anno successivo, 1790, la situazione cambia: Maria Giovanna Mignoli si è sposata e si è trasferita nella casa del marito; si è aggiunta Angela Grazzi, nuora di Francesco, che Giacomo ha sposato nel novembre 1789.

La famiglia risulta composta, da

  • Francesco Mignoli con moglie, quattro figli e la nuora;
  • Maddalena Berselli, vedova per la morte di Giovanni Mignoli;
  • Giovanni Battista, suo figlio, con la moglie e i primi due figli;
  • e due famigli: in tutto 14 persone.

Abitano ancora a Salina, nella casa dell’Eredità Sorini.

SALINA di Viadana, Archivio Parrocchiale, Stato delle anime 1790

E nascono ancora bambini, da una parte e dall’altra, figli di Giacomo o di Gio. Battista.

Forse perché il nucleo familiare è diventato ormai troppo numeroso o – più probabilmente – perché Giovanni Battista non si trovava più d’accordo con le compravendite ossessive dello zio (in effetti, in Francesco c’è una certa dose di bulimia negli affari: vende, compra, affitta contemporaneamente e forse avventatamente: ne fanno fede i numerosi rogiti notarili); fatto sta che, a fine aprile 1796, i due nuclei famigliari di Francesco, da una parte, e Giovanni Battista dall’altra, si separano.

Ce lo rivela lo Stato delle anime del 1796 (parrocchia di Salina): i due nuclei familiari, pur vivendo nello stesso caseggiato, risultano separati:

Giovanni Battista vive

  • con la moglie Barbara,
  • i cinque figli Giovanni, Angelico, Maria Giovanna, Vidolina, Francesco;
  • la madre Maddalena Berselli;
  • e i due famigli: Domenico Morini, di a.23, e Ferdinando Guidi, di a.13: 10 persone in tutto.

LA SEPARAZIONE TRA FRANCESCO E GIO. BATTISTA. LA DIVISIONE DEI BENI

Quasi subito si procede alla divisione dei beni comuni.

La perizia dell’agronomo Giacomo Caleffi Ploja ci dice di un patrimonio non indifferente: case, terre, bestiame, biade, attrezzi rurali, mobili di casa e utensili, per un totale di lire 51.488:6:2.

A cui, però, fa da contrappunto un debito complessivo di lire 7.723 per affitti e prestiti.

Stando all’atto divisionale, Battista deve però pagare allo zio alcune spese che sono completamente a suo carico: la vestizione del fratello (divenuto padre francescano), i funerali del padre (“per sua metà”; a significare che le spese funebri erano divise fra i due). In totale, lire 1886 circa.

In più, per gli utensili di casa, per gli attrezzi agricoli e le biade spettate a Battista, altre 361 lire; per i bestiami altre 702 lire. In tutto quasi 3.000 lire. Non capisco: tutte queste ultime cose (utensìli, attrezzi, bestiame e biade) non erano già della casa, quindi di suo padre e di sua madre? Perché ha dovuto pagarle a suo zio?

Nella divisione delle proprietà mobili, a Battista toccano

  • una parte della casa di villa Caleffo, al Carrobbio, con l’andito e le camere superiori corrispondenti, “parte da cantina con tinazzara annessa, polaro, portico, forno e porcile con portichetto annesso e muraglie di recinto”;
  • e due biolche “di terra parte cortiva e parte arativa, vitata”, dove sorge la casa. Il valore complessivo della casa più la terra che la delimita, ammonta a poco più di 10.000 lire.
  • quattro biolche e passa di terra arativa e vitata, sita fuori dell’argine maestro del Po, “nei così detti Boschi Vecchi”, in parte confinante con la proprietà dello zio Francesco, che vale quasi 6.200 lire;
  • E altre cinque biolche e passa di terreno “posta nel detto luogo de’ Boschi vecchi” e confinante con la precedente, del valore di oltre 9.500 lire.

La somma delle proprietà è tuttavia superiore alle 25.700 lire, cui però occorre togliere le passività, cioè i debiti con Bartolomeo Zanazzi e con lo stesso zio Francesco, che in totale superano di poco le 6.800 lire.

A Gio. Battista restano, al netto, beni per circa 19.000 lire.

LA STORIA INTANTO

Di quello che era successo in Francia dal 1789, poco si seppe in Italia – e soprattutto nelle campagne – almeno fino alla morte del re Luigi XVI. La notizia del regicidio dovette fare molta impressione in tutta Europa; diramata dai parroci, giunse alle località più remote.

In quanto alla guerra fra Francia e Austria, non ci si preoccupava; sembrava una delle tante guerre che, lungo tutto il ‘700, avevano infiammato il suolo europeo. Finché non toccava l’Italia e la Lombardia, il Mantovano se la poteva scordare.

Ma poi le cose cambiano: la Francia decide di attaccare l’Austria nel territorio italiano, viene costituita la Grande Armée, comandata da Napoleone Bonaparte. E Napoleone non è un generale qualunque.

Nel 1796 Napoleone, dunque, giunge in Italia. Dopo una serie di battaglie vittoriose, nel mese di giugno cinge d’assedio Mantova, una delle fortezze del Quadrilatero austriaco.

La maggioranza della popolazione visse con indifferenza, fastidio e ostilità gli effetti “delle massime di libertà e uguaglianza seminate dai francesi”[1]


[1] M. A. ROMANI, Alla ricerca di una identità, in Storia di Mantova, vol. II, Mantova, 2012, pp. XVII-XXVII

RITORNO A SAN PIETRO

Giovanni Battista torna con la famiglia nella parrocchia di San Pietro, nel quartiere della Villa Caleffo (Carrobbio Superiore) al numero 859, ai piedi dell’argine del Po; probabilmente a fine 1797: essi si trovano, infatti, registrati nello Stato delle Anime del 1798 (la registrazione avveniva fra marzo e aprile di ogni anno).

STATO DELLE ANIME 1798, Archivio parrocchiale di San Pietro in Viadana

Oltre alla moglie e alla madre, in casa ci sono cinque figli: quattro maschi e una femmina. Morta la piccola Vidolina (che portava il nome della defunta nonna materna), sono rimasti Giovanni, Angelico, Maria Giovanna (detta semplicemente Maria), Francesco e Giuseppe, che hanno dagli 11 ai 2 anni; e Barbara è ancora incinta.

Nascerà, ma vivrà solo un paio di settimane, Giovanni Giacomo.

Il 9 settembre 1799 muore, a 68 anni, la madre di Battista, Maddalena Berselli.

Allo scattare del nuovo secolo, la casa torna a ripopolarsi di bambini: nel giugno 1800 nascono le gemelle Maddalena e Vidolina (entrambe rinnovano nel nome le nonne paterna e materna).

Il 6 novembre 1802 nasce Maria Grazia Carlotta, ma vivrà solo un anno e mezzo: muore nel giugno 1804, poco prima della nascita del fratello Bartolomeo (ad agosto) e che a sua volta morrà ai primi di ottobre. Annus horribilis per la famiglia, questo 1804.

L’11 aprile 1806 nasce Paolo Giovanni e tre anni dopo Domenico Giovanni. È l’ultimo figlio: Barbara ha quasi 44 anni e sono passati 22 anni dalla nascita del primogenito.

La famiglia è numerosa: i genitori e nove figli di cui sei maschi.

Ma poi incombe la Storia e non solo sotto forma di imposte o acquartieramenti. No, stavolta i due figli maggiori – Giovanni e Angelico – vengono arruolati nell’esercito napoleonico. Giovanni ha 23 anni, Angelico uno di meno. Di loro non si hanno notizie per cinque anni: gli Stati delle Anime parrocchiali non ne registrano la presenza.

Nel 1815, dopo la sconfitta napoleonica, Angelico è di nuovo all’interno della famiglia, ma Giovanni non tornerà più, scomparso nell’inferno della Campagna di Russia.

Battista, nel suo testamento, lo dice disperso nella “sgraziata ritirata dell’esercito francese da Mosca”.

NUOVE PROPRIETÀ

Nell’aprile 1812, proprio mentre migliaia di chilometri più lontano cominciava la Campagna di Russia, Gio. Battista compra poco più di 16 tavole di terreno arativo, vitato e alberato, sito al Carrobbio Superiore, confinante per un lato con una sua proprietà, per un altro con l’argine maestro del Po: il costo del nuovo terreno è di 133 lire circa. I venditori sono i fratelli Buzzi ai quali Battista dà subito 51 lire; il resto lo darà entro settembre, senza frutti.

Non ci sono rimasti documenti relativi a compravendita di proprietà per i 15 anni successivi (il che è inconsueto: penso, piuttosto, a lacune nel Fondo notarile). So solo, da fonti diverse, che Battista affitta un fondo a Villa S. Maria – dove si trasferisce con la famiglia; e uno a Bellaguarda dove, anni dopo, andranno ad abitare due suoi figli.

Nel marzo 1830, poco prima di morire, Giovanni Battista compra una biolca di terra a Buzzoletto: il fondo è detto La Langhirola, si trova in località Giare di S. Antonio (mappa 580-581). La terra confina con un’altra sua proprietà, la via del bosco e l’argine maestro del Po: è arativa e ci sono oppietti novelli. Il costo è di 300 lire.

LA CASA

Nel 1816, e nonostante la mancanza delle braccia lavorative dei due figli maggiori, Battista riesce a comprare una casa – o un pezzetto di casa – al Carrobbio.

È una fabbrica consistente in un andito, camera e granaio al di sopra; il tutto murato, coppato, intravato e solerato. In linea con l’andito, nella parte posteriore della casa, c’è un terreno coltivabile. Il prezzo convenuto è di lire 383:76 che Battista ha, in buona parte, anticipato e ora salda in tante monete d’argento al corso e peso fissato dalla vigente tariffa.

Tuttavia, nel rogito, è posta una condizione: la possibilità di abitare nella casa avverrà soltanto dopo la morte del venditore, Antonio Somenzari, la cui proprietà è dalla parte opposta dell’andito. Per questa ragione, dopo la sua morte, dovrà essere turato l’uscio del detto andito venduto [che] mette nel restante della casa del Somenzari.

Viene da chiedersi perché Battista faccia questo acquisto. C’entra col fallimento di Francesco? Mi spiego: quando Francesco fallisce, i suoi beni mobili e immobili vengono messi all’asta; ed è possibile che l’edificio (o parte di esso) diventi proprietà di Somenzari. Anche perché una parte della stessa casa e quel terreno erano già stati proprietà di suo padre, Giovanni Mignoli.

Nel documento c’è un punto poco chiaro: il notaio scrive che il pezzo di casamento confina dal 1° lato con un certo Manfredini di Guastalla, dal 2° col venditore con terreno con siepe viva [la sottolineatura è mia]; dal 3° con Somenzari (il venditore) e dal 4° con la via comune. Credo che la ripetizione della parola venditore sia un errore e che, in realtà, dal secondo lato la casa confinasse col compratore, cioè con Giovanni Battista.

Dalla perizia sulla casa di villa Caleffo viene eseguita nel 1833, dopo la morte di Giovanni Battista, dal perito agrimensore Gasapina (che ne disegna anche una piantina): vi si vedono, infatti, il pianterreno con l’andito e la camera a destra; c’è in più una camera a sinistra (solo dichiarata non disegnata). Sempre al pianterreno ci sono i “luoghi rustici”: pollaio, cantina, stalla, portico, passetto. Al secondo piano ci sono tre camere, un passetto, il fienile e la legnaia. In corte anche un pozzo, un forno, il porcile e un secondo pollaio. Il tutto è coperto da tetto tavolato.

La casa dà sulla via pubblica del Carrobbio. È stimata (nel 1833) poco più di 3.252 lire (mappa 2908-2921).

TRASFERIMENTO A VILLA S. MARIA

A fine 1817, probabilmente a S. Michele (ma non ho trovato alcun documento al riguardo), tutta la famiglia si trasferisce a Villa S. Maria di Viadana. Non so perché. Posso solo immaginare che venga affittato un ampio fondo, dove possano lavorare tutti i maschi (Battista ha 58 anni, Francesco 23, Giuseppe 22, Paolo 11 e Domenico 8) e che possa mantenere la famiglia, destinata ad essere sempre più numerosa: i figli maggiori, infatti, si sposano e nascono i primi nipoti.

L’Archivio parrocchiale di Santa Maria di Viadana mi è stato precluso: non ho potuto svolgervi alcuna ricerca, per cui le date dei fatti, colà avvenuti, sono approssimativi.

si sposa Angelico con Francesca Spaggiari, vi nascono il figlio Domenico Giovanni e forse un paio di figlie, vi muore la moglie.

Nel 1818 a San Pietro, Francesco sposa Teresa Boni; l’anno dopo, a Santa Maria, nasce il loro primo figlio, Stefano.

Nel 1827 si sposa Giuseppe con Cattarina Passerini.

Negli stessi anni si sposano le gemelle: Maddalena con Giovanni di Dio Azzolini e Vidolina con Carlo Battesini.

In casa resta Maria, la prima figlia femmina, che si sposerà solo dopo la morte di entrambi i genitori.

IL PRIMO TESTAMENTO

Al tempo in cui abita a Villa Santa Maria, l’8 novembre 1824 Giovanni Battista detta al notaio Vitale Bongiovanni il proprio testamento.

Non è malato, ma ha 65 anni, è anziano per i tempi e deve sistemare troppe cose. Tanti i figli, i generi, le nuore, i nipoti; meglio evitare liti.

Per le proprie esequie, si rimette alla decisione dei figli. Tuttavia chiede che vengano fatte celebrare, entro due mesi dalla di lui morte e per la salvezza della sua anima, 75 messe (un numero ragionevole e “spartano” a ben vedere: Alessandro Tona, padre di Barbara, ad esempio, dieci anni prima ne aveva richieste ben 200). A tal proposito, lascia a parte un fondo di denaro. Per curiosità: una messa costava 1 lira.

Alla moglie Barbara Tona lascia, oltre alla dote, l’usufrutto di quattro biolche di un terreno posto fuori dell’argine maestro del Po, di quattro biolche all’incirca. Quando tale usufrutto cesserà (la perifrasi per indicare la morte della moglie o un suo eventuale secondo matrimonio), il campo passerà – diviso in parti uguali – ai sei figli maschi.

Poiché la legge gli dà il diritto di lasciare la metà dei suoi beni a proprio arbitrio, decide di lasciare ¼ del denaro ai due figli minori, Paolo e Domenico (di 18 anni l’uno, di 15 il secondo). Sono poco più di 440 lire a testa, perché possano costruirsi, con un minimo di sicurezza, il futuro. L’altro quarto viene lasciato a tutt’e sei i figli maschi. Sei perché il pensiero corre al primogenito, ma “siccome dubito che detto mio figlio Prospero Giovanni soldato, probabilmente nella sgraziata campagna di Russia sia morto”, Battista suggerisce che i beni, che potrebbero spettargli, siano divisi fra gli altri cinque figli maschi.

Vedremo che tale volontà non verrà rispettata, poiché la Regia Procura nomina un curatore che difenda i diritti dell’assente.

L’altra metà dei beni deve essere – per legge – divisa fra tutti i figli, maschi e femmine.

IL CODICILLO TESTAMENTARIO

Passano forse tredici anni, la famiglia torna nella parrocchia di S. Pietro.

Il 14 giugno 1831 Giovanni Battista Mignoli, malato nel corpo ma sano di mente, decide di ratificare il testamento: fa stendere un codicillo testamentario dal notaio Giuseppe Antonio Albé. Perché intanto alcune cose sono cambiate.

Ha fatto prestiti ai due figli maggiori: ad Angelico ha prestato quasi 600 lire e quasi 680 a Francesco: il denaro deve essere scontato dalla loro parte, per essere spartito equamente fra gli altri figli.

Ha dotato Giuseppe e Paolo (che hanno affittato insieme la tenuta Scutellari di Bellaguarda) di mobili, animali, attrezzi e utensili, il valore dei quali dovrà essere scontato dalla loro parte.

Inoltre sono da scontare le doti di Maddalena e Vidolina dalle loro rispettive parti.

Insomma, un lavoro non indifferente per i periti.

Giovanni Battista muore il 2 luglio 1832 nella casa del Carrobbio, per “cronica enterite”. Ha 73 anni compiuti. Viene sepolto nel cimitero di S. Pietro.

Nella stessa casa abitano la moglie, i figli Maria, Paolo e Domenico (celibi), il figlio Angelico – vedovo – e le di lui figlie, Camilla e Cattarina (manca l’altro figlio, Giovanni Domenico).

Gli altri figli vivono altrove.

IL PATRIMONIO

Poco tempo dopo la morte di Giovanni Battista, si procede alla suddivisione dell’eredità.

È il 30 marzo 1833. Tutte le proprietà vengono inventariate e rendicontate con una pignoleria assoluta che prevede terre, case, mobili, generi alimentari, e anche attrezzi, utensili, abiti, posate, pentole, oggetti – usati per lo più – ciascuno con un proprio valore preciso.

I beni stabili comprendono la casa, dimora della famiglia, sita in Villa Caleffo di Viadana, nella parrocchia di San Pietro. È una casa piuttosto grande:

  • al pianterreno ha un andito (il tipico andito delle case mantovane e viadanesi)
  • una camera, probabilmente la cucina,
  • una scala di cotto per salire al primo piano;
  • e in più un pollaio, un “passetto”, una cantina, una stalla e un portico;
  • al primo piano ha ben tre camere, un passetto,
  • fienile e legnaia.
  • In corte ci sono un pozzo, “bassi rustici” con un portichetto,
  • il forno, il porcile e un altro pollaio.

E intorno terra arativa e in parte vitata. Il tutto per un valore di lire 2.343 e rotti.

Ci sono poi

  • la terra arativa, vitata e alberata che si trova sempre in Villa Caleffo, “appresso le ragioni della Barbara Tona”, del valore di lire 1334;
  • un’altra pezza di terra arativa, vitata, alberata, di quattro biolche posta “fuori dell’argine maestro nella cosidetta Giara di S. Antonio” del valore di lire 1367;
  • nella stessa Giara di Sant’Antonio ci sono altre cinque biolche di terra sempre arativa, vitata e arborata del valore di lire 1787;
  • e un altro pezzetto di terra arativa di una biolca valutata lire 193.

Questi i beni immobili: in tutto lire 7226:48.

I cosiddetti “mobili, semoventi e generi” formano un lungo elenco di cose disparate:

  • dall’asse da pasta al coperchio di ferro,
  • dai mestoli ai setacci, alla corda da bucato, al candeliere,
  • dalla cassa di noce al materasso di penna (valutato £ 37.50)
  • o al pagliericcio (£ 4),
  • dalle lenzuola “quasi nuove” ai tovaglioli, dal sacco d’avena (£ 6)
  • a dieci camicie da donna (£ 26.25);
  • e poi burro, formaggi, vino,
  • attrezzi per lavorare la terra, aggiogare i buoi, tagliare la legna, lavorare il maiale;
  • e poi gli animali: buoi, vacche, galline.
  • E inoltre gli abiti di coloro che abitano in casa, di Domenico, di Giuseppe, e quelli di Maria Spaggiari, già moglie di Angelico.

Ci sono anche i mobili e “generi” di Bellaguarda, dove abitano i tre figli maschi minori, che sono attrezzi da lavoro e un po’ di biancheria, una tovaglia e un paio di lenzuola, “sei scranne diverse”; inoltre sei buoi in “società” coi fratelli Bottesini, due maiali, dodici galline e il gallo, tutto in società coi Bottesini. In tutto un valore di lire 14.350:45.

A questi vanno aggiunte le “collazioni”, cioè le donazioni che Giovanni Battista aveva già elargito in vita e cioè: Angelico £ 590.18, Francesco 679, Maddalena £ 587.61 fra dote e denari, Vidolina £ 300. Il tutto assomma a circa lire 2156.

Ma dal patrimonio vanno sottratte le passività – in genere le doti, della moglie e delle tre nuore – ma anche l’onorario del medico Luciano Marchetti (lire 12 “per visite”) e del chirurgo Pietro Agozzi (lire 1.60 “per operazioni”). Probabilmente il grosso delle spese mediche era già stato pagato, poiché risulta strana l’assenza della spezieria.

Passivo sono anche le spese future, per le richieste 75 messe in suffragio, cioè lire 93:75 (ogni messa costa lire 1:25)[1]; e le spese per il funerale di Battista che deve essere stato importante, per la presenza di più sacerdoti e membri di confraternite, visto che assomma a lire 86:50. Resta inoltre un debito verso i fratelli Giovanni e Giuseppe Bottesini di lire 16 per due porcelli da latte.


[1] Il prezzo delle messe, nell’arco di vent’anni circa, era passato da lire 1:00 a lire 1:25.

LA DIVISIONE DEI BENI

Il patrimonio netto da dividere fra gli eredi ammonta quindi a lire 13.856:68. Considerando le varie disposizioni testamentarie di Giovanni Battista (la metà del patrimonio deve essere divisa fra i sei figli maschi – compresi i legati ai più giovani Paolo e Domenico; l’altra metà deve essere divisa fra tutti i nove figli, femmine comprese, escluso l’usufrutto materno). Erano cambiate le leggi e, nemmeno volendo, egli avrebbe potuto evitare di parcellizzare i propri beni. Inizia la dissoluzione della agiatezza della famiglia.

Ad ogni figlio maschio spettano beni per lire 1.555:16, ad ogni figlia femmina per lire 769:82 (doti, prestiti, collazioni, anticipi esclusi), con tutto un distinguo di dare ed avere per colmare vuoti, sanare lacune.

Per ogni parte ereditaria, rimando alle biografie dei singoli figli.

Riguardo agli interessi di Giovanni Prospero – non più tornato dalla campagna di Russia, ma non ancora dichiarato morto presunto – e per il quale è stato nominato, dalla Imperial Regia Procura, Carlo Buffetti quale curatore – le cose si risolvono così: gli viene assegnata la proprietà terriera di 4 biolche della Giara di S. Antonio che, nel frattempo, sarà lavorata e fatta fruttare dal fratello Francesco “con mutuo fruttifero del 5% annuo”, sino a che – precisa il documento – “sarà diversamente decretato da questa Imperial Regia Pretura”, sarà cioè certificata la di lui presunta morte. C’è una ulteriore precisazione: “i crediti di Giovanni […] sono da ritenere comuni e indivisi fra detto assente e tutti gli altri interessati” e viene citato il Decreto n. 1547. Come a dire che Francesco farà fruttare la terra del fratello, ma la proprietà e gli interessi appartengono a tutti gli eredi.

LA MORTE DI BARBARA TONA

A meno di un anno di distanza dal marito, l’8 giugno 1833, muore Barbara Tona.

Viene quindi avviato un nuovo progetto divisionale. Fra la sua dote, l’eredità del padre Alessandro ed altre sue proprietà, l’eredità assomma a lire 1.546:64. Le passività riguardano le spese per il medico e lo speziale, i funerali e le 75 messe che anche lei ha richiesto: in totale lire 227 circa.

Il totale netto del patrimonio ammonta quindi a lire 1318:99, la metà del quale è da dividersi fra i cinque figli maschi (Giovanni escluso) e un legato di lire 60 spetta a Maria; l’altra metà è da dividersi fra tutti e nove gli eredi. A ciascun maschio spettano quindi lire 192 circa, a Maria lire 133:27, alle gemelle e a Giovanni lire 73:27 ciascuno. Come si vede, Barbara Tona lascia al figlio Giovanni solo la legittima, la obbliga la legge, ma lei sa che il primogenito non tornerà.

Ad Angelico – quale figlio maggiore – viene lasciato l’appezzamento di terra di quattro pertiche (in mappa catastale nn. 2908-2909), la stessa che Barbara aveva portato in dote, del valore di lire 535:12.

A Francesco la competenza sull’usufrutto che la madre aveva su due biolche di terra arativa e vitata (in mappa n. 2908), proveniente dall’eredità di Alessandro Tona.

Il decreto della Imperial Regia Pretura del 7 luglio 1834 n. 1935 certifica che il notaio Albè ha depositato il definitivo progetto divisionale dell’eredità di Giovanni Battista Mignoli e di Barbara Tona a beneficio dei figli. Tutti i fratelli accettano le rispettive quote.

Tre mesi dopo, il 7 ottobre 1834, le sorelle Mignoli – Maria, Maddalena e Vidolina (queste due ultime col consenso del suocero e del marito) – riducono volontariamente la propria quota ereditaria in favore di Angelico che deve affrontare spese prediali e tasse.

fine