
Si chiamava Moammed Sceab Discendente di emiri di nomadi suicida perché non aveva più Patria Amò la Francia e mutò nome Fu Marcel ma non era Francese e non sapeva più vivere nella tenda dei suoi dove si ascolta la cantilena del Corano gustando un caffè E non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono L’ho accompagnato insieme alla padrona dell’albergo dove abitavamo a Parigi dal numero 5 della rue des Carmes appassito vicolo in discesa. Riposa nel camposanto d’Ivry sobborgo che pare sempre in una giornata di una decomposta fiera E forse io solo so ancora che visse
Locvizza il 30 settembre 1916.
Nell’inferno della prima guerra mondiale, a Locvizza, sull’altopiano del Carso, il 30 settembre 1916, Ungaretti scrisse questa immensa dolce poesia: tra la precarietà e la morte incombente, egli ricorda un amico carissimo, Moammed Sceab, un arabo con cui aveva condiviso l’adolescenza ad Alessandria d’Egitto e poi la giovinezza a Parigi, in un albergo di rue des Carmes. E che era morto suicida tre anni prima
perché non aveva più Patria
Perché si sentiva straniero ovunque: nella nuova patria, nella patria perduta, era un déraciné, uno sradicato. Aveva cercato di farsi francese, cambiando nome, ma così aveva perso la propria identità; e non riusciva a integrare la nuova identità nel nuovo mondo in cui si trovava a vivere.
Moammed è il doppio del poeta, anch’egli straniero, anch’egli emigrato; ma ciò che li rende diversi è il canto,
E non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono
cioè la possibilità di esprimere la profonda crisi di identità nella poesia.
Colpisce al cuore quel funerale tristissimo, con la bara accompagnata solo dal poeta e dalla padrona dell’albergo, verso il cimitero desolato d’Ivry: uno sprofondamento totale nell’anonimato e nell’oblio.
Che però oblio non è né sarà. La sua vita perduta è eternata dalla letteratura. Invano Ungaretti scrive quel nudo crudo finale,
E forse io solo so ancora che visse
Perché – attraverso la poesia – ora tutti sappiamo che visse.
Moammed Sceab è diventato un simbolo: la sua lapide, smarrita in un camposanto di una terra straniera, è la lapide di tutti i migranti: gli sradicati, i senza-patria, i vagabondi sulle strade del mondo, alla ricerca di una terra in cui sentirsi a casa.
Bibliografia:
Giuseppe Ungaretti, Vita di un uomo. Tutte le poesie, Mondadori
