DENISE PARDO, La casa sul Nilo

Settembre 1961. Faceva caldo a Roma il 16 settembre, noi sentivamo freddo. Eravamo disorientati, la nonna parlava yiddish, il papà italiano, la mamma francese, io mi sentivo niente nel paese degli sconosciuti.
C’era il sole. Al Cairo avevamo lasciato l’odore del khamsin, il vento del Sahara.
Dopo un viaggio che ci era parso, ma non lo era stato, instabile, eravamo atterrati a Ciampino la prima volta in un aereo. […]
A casa erano state riempite in fretta cinquantadue valigie di cuoio marrone chiuse da lucchetti e cinghie vistose. Ognuna aveva un numero scritto in nero. Contenevano tutto quello che eravamo riusciti a portare via.”

Comincia dalla fine, questo romanzo bellissimo, pieno di nostalgia di una città – Il Cairo – simbolo di una magica alchimia, di una vita perfetta, in un periodo di tempo che va dal 1948 al 1961.

L’io narrante – una bambina all’epoca e nata al Cairo, come le sorelle Raymonde e Jocelyne – narra con limpida scrittura, di sé e della sua famiglia (i nonni, il padre, la madre e le due sorelle appunto), delle sue radici, dell’ambiente in cui ha vissuto: una società caleidoscopica, multietnica e multiculturale, una babele linguistica dove si potevano udire discorsi in francese, intercalati da termini arabi o inglesi o italiani o armeni, persino yiddish; perché Il Cairo era stata la meta della grande migrazione ebraica nei primi anni del Novecento. Il nonno della narratrice veniva da Odessa, la nonna da Czernowitz, città allora austroungarica, dove “di lingue se ne parlavano almeno quattro e che era una specie di piccola Vienna”.

Nel libro le protagoniste sono soprattutto donne, donne coraggiose che affrontano i terremoti delle loro vite con fermezza e, a volte, qualche follia. Fanny, la madre della protagonista, bellissima e volitiva, capace di correre un rischio che potrebbe costarle tutto. Kate, l’amica inglese al centro di una tormentata storia d’amore con Hafez, uno dei consiglieri di Nasser. Bobe, la nonna colta, dal carattere forte, che parla con la figlia in yiddish, la lingua dei segreti, ignota agli altri.

In ogni riga del romanzo si sente il profondo amore per le proprie radici, il desiderio di ricostruirne sfumature e dettagli, e tanta nostalgia per tutto: i caffè del Cairo, le feste, i ritrovi della conversazione, i salotti, i grandi alberghi, le case sul Nilo; il Café Riche, covo di rivoluzionari, ufficiali e spie; Groppi, la meravigliosa pasticceria greca. E i giardini del Mena House Hotel, lussureggiati sullo sfondo delle piramidi (che è la incantevole immagine di copertina).

Il tutto nella cornice della grande storia. Il regno corrotto di Faruq, la Rivoluzione dei Liberi Ufficiali, la crisi di Suez, l’ascesa di Nasser che chiude per sempre le porte dell’Egitto agli stranieri. È la fine del colonialismo e l’inizio di quello che diventerà il Medio Oriente: gli stranieri non sono ben visti, l’intolleranza religiosa diventa dogma. E gli stranieri, che stranieri non sarebbero – come nel caso della narratrice -, si sentono sempre più in pericolo.  

E allora, nel 1961, è la partenza precipitosa per l’Italia di chi mai avrebbe immaginato di dover fuggire dalla propria casa sul Nilo. Un abbandono doloroso, straniante, figlio di un mondo che pare cambiato senza una ragione. E come appare provinciale, prevenuta, incolore, ruvida, chiusa – al confronto del Cairo – Roma! La bambina vi si sente straniera, mal sopportata, perfino “esotica”. E capisce che la sua “diversità” di provenienza, a scuola prima che nella società, la mette in un angolo, lei che, fino a quel momento, si era sentita perfettamente uguale agli altri nell’Egitto cosmopolita.

Non più gli intensi colori del Cairo, né i suoi odori, né i cibi, né la lieta e spensierata affettività che la bambina aveva conosciuto fino ad allora.

Quando ci mettevamo a letto dopo aver parlato del Cairo, Raymonde guardando il cielo di Roma mi chiedeva:
"Ti ricordi la luna sopra le Piramidi? Ti ricordi come brillava nel deserto? Papà spegneva i fari perché non ce n'era bisogno".
La bella Jocelyne non c'è più.
Raymonde non rammenta quasi nulla della nostra vita in Egitto.
Ha cancellato quegli anni eccezionali.
Ma la luce della luna al Cairo è l'unico ricordo che non è riuscita a eliminare.