LA POESIA 3: rime e strofe

Gustav Adolph Henning, Ragazza che legge

LA RIMA

LE RIME PERFETTE

La rima è un fenomeno fonetico peculiare e molto diffuso nella poesia.

Non tutti i testi poetici sono in rima, soprattutto nella produzione dell’ultimo secolo; ma questo non smentisce il fatto che la rima sia una delle caratteristiche più evidenti e popolari della poesia.

Tecnicamente, la rima è l’uguaglianza dei suoni finali di due parole a partire dall’accento tonico.

Esempi di rima perfetta:

rima in -icoRima in -oreRima in -arraRima in -entoRima in –uto
Amìco
Federìco
Lombrìco
Ant-ìco
cal-óre
fav-óre
sign-óre
am-óre
Sb-àrra
Chit-àrra
Scimit-àrra
Gazz-àrra
v-énto
lam-énto
ferm-énto
sp-énto
Ai-ùto
Tem-ùto
Manten-ùto
Ac-ùto
Mary Cassat, Letture in giardino

LE RIME IMPERFETTE

Le rime imperfette sono fenomeni fonetici di somiglianza, NON di uguaglianza, di due parole a partire dall’accento tonico.

Le più diffuse sono l’assonanza e la consonanza.

Una poesia da cui partire:

Ora che sei venuta

Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta
[…]
(Camillo Sbarbaro)

L’assonanza è l’uguaglianza delle sole vocali nelle due parole, a partire dall’accento tonico.

ESEMPI di assonanze:

ci-èlochiam-àrequalc-ùnofin-ìtochi-ùse
Èco
Fi-èno
Aust-èro
Plac-èbo
Corr-èdo
Estr-èmo
Abiss-àle
Fr-àse
Acc-àde
Str-àge
Ciarp-àme
Accett-àte
Br-ùco
m-ùlo
asci-ùgo
prof-ùmo
dir-ùpo
Palin-ùro
Conc-ìso
Ant-ìco
As-ìlo
Accend-ìno
Tard-ìvo
Cast-ìgo
Del-ùde
Cult-ùre
Conosci-ùte
l-ùce
grembi-ule
all-ume

Nella poesia di Sbarbaro sono presenti le assonanze venuta / chiusa

La consonanza è il fenomeno opposto: sempre a partire dall’accento tonico, le vocali sono diverse e le consonanti uguali.

ESEMPI di consonanze:

Att-éndeEntr-àmbiChi-ùsoCap-àrraAvv-òlta
Qu-ìndi
and-àndo
Vagab-òndo
Fin-éndo
L-émbi
rimb-òmbo
b-ìmbi
D-ùmbo
Ill-éso
c-àsa
chi-èsa
El-ìsa
s-èrra
suss-ùrra
b-ìrra
rinc-òrro
div-èlti
ris-àlta
suss-ùlti
sc-èlte

Nella poesia di Sbarbaro sono presenti le consonanze

Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
Silvestro Lega, Oltre il cancello

ALTRE RIME IMPERFETTE

RIMA INTERNA

Si chiama rima interna una rima all’interno dello stesso verso:

  sentivo il cullare del mare        (Pascoli, L’assiuolo)

RIMALMEZZO

Si chiama rimalmezzo il caso in cui una parola alla fine di un verso è in rima con un’altra parola posta non in fondo, ma in mezzo a un verso successivo

Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri
(Leopardi, Il passero solitario)
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
(Sbarbaro, Ora che sei venuta)

RIMA EQUIVOCA

Si chiama rima equivoca la rima fra due parole omofone cioè parole con lo stesso suono, ma con significato diverso.

Tutti insieme pregando ch’i’ sempre ami.
Ma tu, ben nata, che dal ciel mi chiami
Per la memoria di tua morte acerba
Preghi ch’i’ sprezzi il mondo e i suoi dolci
ami (Petrarca, Canzoniere, CCLXXX)
Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui per passare,
più lieve legno convien che ti porti.
(D. Alighieri)

RIMA IPERMETRA

Si chiama rima ipermetra il caso in cui una parola piana rima con una sdrucciola, la cui ultima sillaba non conta ai fini metrici.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
(Montale, Non chiederci la parola)
Don... Don... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra...
(Pascoli, La mia sera)
Fernando Botero, La lettrice

CLASSIFICAZIONE DELLE RIME

Premessa: La strofa è un raggruppamento di versi, separati dai raggruppamenti seguenti da uno spazio bianco. Ne parlerò diffusamente più avanti.

Nelle strofe, le rime possono combinarsi in modi differenti, dando origine a effetti musicali e ritmici di volta in volta diversi.

Per convenzione, si assegna la lettera maiuscola dell’alfabeto per i versi compresi fra l’ottonario e l’endecasillabo; nel caso di versi più brevi, si utilizzano le lettere minuscole.

La classificazione classica è la seguente:

Sir John Lavery, Lettrice

LA STROFA

La strofa è un insieme di versi (quasi sempre di senso compiuto) collegati fra loro dalle rime e separati dagli altri da uno spazio grafico o di un rientro grafico.

Nella poesia italiana le forme più ricorrenti di strofe sono le seguenti:

Giola Gandini, Donna che legge

LE STRUTTURE METRICHE TRADIZIONALI

Nel corso dei secoli alcuni componimenti poetici, caratterizzati da uno schema regolare di versi e strofe hanno acquisito particolare fama e diffusione.

Si parla, a questo proposito, di FORME POETICHE CHIUSE, a indicare che in esse il numero e la lunghezza dei versi sono prestabiliti.

I componimenti più comuni sono il sonetto e la canzone.

IL SONETTO

Il sonetto è il componimento metrico più diffuso nella nostra poesia.

È costituito da 14 versi endecasillabi, distribuiti in due quartine e due terzine. Gli schemi delle rime sono vari.

Le quartine seguono in genere lo schema ABAB ABAB / ABBA ABBA;

le terzine sono più variabili: CDE CDE / CDE EDC / CDC DCD / CCD DEE.

Nato nel Duecento, il sonetto si è imposto nella letteratura italiana per la sua brevità e duttilità.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi A
che ‘n mille dolci nodi gli avolgea, B
e ‘l vago lume altra misura ardea B
di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi; A

e ‘l viso di pietosi color farsi, A
non so se vero o falso mi parea: B
io che l’esca amorosa al petto avea, B
che meraviglia se di subito arsi? A

Non era l’andar suo cosa mortale, C
ma d’angelica forma, e le parole D
sonavan altro che pur voce umana; E

uno spirto celeste, un vivo sole D
fu quel ch’io vidi, e se non fosse or tale, C
piaga per allentar d’arco non sana. E
Edward Hopper, Lettrice in treno

LA CANZONE

La canzone è costituita da una serie di strofe, dette stanze, che variano per lo più da 5 a 9, formate da un numero uguale di versi, di solito endecasillabi e settenari combinati in vario modo.

Ogni stanza è composta da due parti: la fronte, formata da due piedi, e la sìrima (o sirma), che può essere unica o divisa in due parti uguali, dette volte.

La sìrima può essere legata alla fronte da un verso, chiamato chiave, che spesso rima con l’ultimo verso della fronte oppure rimane isolato.

Le stanze hanno tutte la stessa struttura della prima, lo stesso numero e tipo di versi, la stessa sequenza di rime.

Di solito la canzone è chiusa da un congedo, nel quale il poeta si rivolge direttamente al lettore o alla canzone stessa.

Chiare, fresche et dolci acque

Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir’ mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenzia insieme
a le dolenti mie parole extreme.


[...]

Da’ be’ rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito et perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.


Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, et sì diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sì, ch’altrove non ò pace.

Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
potresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.


(Francesco Petrarca)

La canzone, come componimento, è di origine provenzale; essa raggiunse in Italia la struttura definitiva con Francesco Petrarca, che la fissò in uno schema: infatti viene chiamata canzone petrarchesca.

A partire dal Cinquecento, i poeti modificarono profondamente lo schema tradizionale della canzone petrarchesca, semplificandola, articolandone in modo meno rigido le strofe, eliminando il congedo.

Nell’Ottocento Giacomo Leopardi creò la canzone libera o leopardiana, in cui erano mescolati liberamente endecasillabi e settenari, libera la collocazione della rima, eliminando la chiave e la divisione in fronte e sirima.

A SILVIA

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
[...]

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Qual che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
[...]
(Giacomo Leopardi)

Come si vede, le stanze sono di misura diversa e l’alternanza di endecasillabi e settenari non segue alcuno schema. Le rime, quando ci sono, non seguono schemi precisi: vi è qualche rima baciata o alternata, qualche rimalmezzo, assonanze e consonanze. Ma la musicalità complessiva resta altissima.

Henri Matisse, La lettrice

Note: ho scaricato le fotografie da Google-Immagini

fonti bibliografiche: DIANA BASSINI – MILLA GHEDINI, Il campiello, Editrice La scuola 2008; https://staticmy.zanichelli.it