
Noi ci rincontreremo a Pietroburgo, quasi avessimo lì sepolto il sole, e per la prima volta la parola sul labbro ci verrà beata, assurda. Nel nero velluto della notte sovietica, nel velluto del vuoto universale, cantano sempre i cari occhi di donne beate, sempre sbocciano fiori senza morte.
Come un gatto selvatico s’inarca la città, sul ponte sta di guardia una pattuglia; solo un'auto maligna sfreccerà con un grido da cùculo nel buio. Non ho bisogno del lasciapassare notturno, io non temo sentinelle: per la parola che è beata, assurda nella notte sovietica leverò una preghiera.
Sento un lieve fruscio teatrale e lo stupito “ah” d’una ragazza, e un subisso di rose senza morte Cipride trattiene tra le braccia. A un falò ci scaldiamo ora dal tedio; forse passeranno secoli, ere, e care mani di donne beate raccoglieranno cenere leggera.
Dolci cori di Orfeo in qualche luogo, e scure amate pupille, e dal loggione le piccole colombe dei programmi calano sopra aiuole di poltrone. D'accordo: spegni i nostri candelabri; dentro il nero velluto del vuoto universale sempre cantano le erte spalle di donne beate, ma quel notturno sole non potrai contemplare.
1920
(traduzione di Remo Faccani)
Quando la lirica apparve, nel 1928, fu oggetto di interventi da parte della censura che vi riconobbe il messaggio dell’autore non ad una donna, ma agli amici poeti, che le vicende storiche avevano disperso chissà dove.
La “parola beata, assurda” è nello stesso tempo la parola dell’amore e la parola dell’arte: l’unica parola che possa essere considerata vera, pura, autentica, disinteressata. Beata è anche da leggersi nel senso di benedetta.
“Nella notte sovietica leverò una preghiera”: la notte sovietica, contestata dalla censura, fu trasformata dall’editore in “la notte di gennaio“. In “leverò una preghiera” riconosciamo Orfeo che, nel regno dei morti, leva un canto di preghiera per riavere la sua Euridice. Una Euridice che impersona l’amore e il canto, ovvero la poesia.
Il riferimento a Orfeo riguarda l’opera di Gluck “Orfeo ed Euridice”, che andò in scena più volte a Pietroburgo, proprio nel 1920, l’anno di composizione della poesia. Alla rappresentazione teatrale fanno riferimento le rose, i candelabri, il loggione, le poltrone, i fogli dei programmi.
Il “sole notturno” del verso finale è il sole dell’arte inghiottito dalla notte sovietica; destinato a risorgere tuttavia, così come l’Euridice di Gluck riesce ad abbandonare l’oltretomba e a ritornare nel mondo dei vivi.
Osip Mandel’štam è uno dei grandi poeti russi del Novecento. Nato nel 1891, fra il 1913 e il 1928 pubblicò sei libri di poesia. Inviso al regime sovietico, patì l’esilio, il carcere, e infine fu vittima delle purghe staliniane. Morì vicino a Vladivostock, prima di raggiungere la Kolymà, dove doveva scontare la pena, nel 1938.
Mi piace riportare qui sotto la stessa poesia nella traduzione di Serena Vitale.
A Pietroburgo ci incontreremo ancora, come se ci avessimo seppellito il sole, e la beata parola senza senso pronunceremo per la prima volta. Nel nero velluto della notte sovietica, nel velluto del vuoto universale, cantano sempre i cari occhi di donne beate, fioriscono ancora fiori immortali.
La capitale s’inarca come una gatta selvaggia, una pattuglia sta di guardia al ponte; solo un motore sfreccia nella nebbia schiamazzando maligno come un cuculo. Non ho bisogno del lasciapassare notturno, non ho paura delle guardie: per la beata parola senza senso io pregherò nella notte sovietica.
Sento il leggero fruscio teatrale e l’“ah” delle fanciulle – e un enorme fascio di rose immortali riposa tra le braccia di Ciprigna. Un falò ci riscalda dalla noia; i secoli forse passeranno e care mani di donne beate raccoglieranno cenere leggera.
Da qualche parte, le aiuole scarlatte di una platea, gli stipi dei palchi sfarzosamente gremiti, la bambola a molla di un ufficiale: né per anime nere, né per gretti santoni… Ma sì, spegni pure le nostre candele; nel nero velluto del vuoto universale, cantano sempre le ripide spalle di donne beate e tu non farai caso al sole notturno.
Mi preme notare le differenze dei primi quattro versi dell’ultima strofa. Mi pare ovvio che i due traduttori si siano riferiti a due redazioni diverse della poesia: niente di più normale per un poeta che, negli anni staliniani, aveva lasciato alla memoria della moglie e degli amici le sue composizioni, distruggendo tutti i testi scritti.
Bibliografia:
OSIP MANDEL’ŠTAM, Ottanta poesie, cura di Remo Faccani, Einaudi 2009
OSIP MANDEL’ŠTAM, Poesie, cura di Serena Vitale, Garzanti 1972
Ho scaricato la fotografia in alto, “Cancello del Giardino d’Estate”, da Google-Immagini.
