Inverno. Freddo. Un sole bianco lascia ombre lunghe sull’asfalto… Ma i miei dolori tutti me li ha portati primavera perché li consolasse la tanta luce e la poca sera.
Nelle aiuole rose già sfiorite fra i viali dell’ospedale un giugno così torrido fuori statistica – cercavo forse una mistica delle cose o risposte anticipate. La morte entrò aspettata infine inutilmente rimandata ad anni a venire – che senso aveva dare un senso a tutto quello sfiorire?
Ho fatto smontare il tuo letto svuotato armadi e cassetti impacchettato i vestiti le scarpe – da dare a qualche Istituto di Carità – solo nel comodino ho lasciato le inermi tue cose: gli occhiali, l’apparecchio acustico, la carta d’identità, le collane fasulle che preferivi, gli orecchini, qualche soldo per i bambini, gli anelli che più non portavi da quando l’artrosi ti deformava le dita. Cos’altro? In una scatola a fiori ho nascosto l’ultimo tuo lavoro di cucito con l’ago ancora infilato … E niente – niente più male mi fa di quel punto lasciato a metà.
LA GUERRA
Quando mio padre parla della guerra – sessant’anni fa e lui un ragazzo allora dell’ultima leva chiamata – stempra l’ironia in sorda reticenza (lui, ingegno di parole e aneddoti faceti)
ma ci sono episodi che preferisce scordare.
Non son bastati sessant’anni per riconciliare la memoria col sé di allora, la storia gli piace guardarla nei film della televisione persino alla moviola – lì anche il passato diventa leggero artefatto. Ma là…
(L’ufficiale tedesco era mezzo seppellito da una frana lungo il crinale della Gardesana e stivali nuovi ne uscivano intatti – egli li sostituì ai suoi scarponi sfatti e le piaghe parvero sparire – non lo racconta volentieri trecento chilometri a piedi – dice per giustificare – dovevo tornare in guerra non guardi in faccia nessuno e a che cosa servivano le scarpe a un morto? Come dargli torto?)
