Bianca Tarozzi, Il diario di Rosalba

I
Il nome era augurale: Bonvicino –
e la casa era un rustico gioiello
incastonata a un arco e alla canonica
abbandonata. Bello
come può esser solamente ormai
un paese perduto, mai trascritto
sulle mappe, assegnato di diritto
al sogno e ai sognatori –
come la reggia dell’addormentata
circondata dai rovi!
Ma non c’erano rovi sulla strada
e si arrivava assai comodamente
sotto un sole clemente, mattutino,
dalle Langhe rossastre, in auto, come
si viaggia abitualmente.
Come viaggiano tutti. Ma per me
una gioia struggente ed una pena
non esplorata in un luogo della mente.
Ma attutita, smorzata
dalle colline oblique, da quel mare
di onde tonde, inclinate, in movimento
a quel nostro passare
senza parole, intento.
E poi l’aria si fece frizzantina
e la strada saliva in cerchio, piano,
fino a che entrammo dentro la contrada,
fino alle case e al loro nome strano
che annunciava concordia: Bonvicino.
Ero stata invitata da un amico
di vecchia data
in quella casa, in quella meraviglia
a cui Enrico aveva lavorato
a lungo le domeniche e la sera
con questo risultato:
la casa proprio come era stata un tempo;
fuori, sulla facciata, un balconcino
e la scaletta esterna con accanto
il rampicante. Dentro,
dalla grande cucina a pianterreno
si passava alla stanza tutta in legno
del primo piano, che dava sul giardino.
Enrico ripartiva: quella casa
diventava la mia
per qualche tempo.
Era una cortesia
dovuta all’amicizia che ci univa.
E io lassù potevo lavorare
alle mie carte, leggere, ascoltare
le amatissime musiche…
Enrico andava via,
io prendevo il suo posto,
ma prima che partisse
tutto il giorno fu nostro e la sua quiete.
Mi spiegò che non c’erano vicini,
il paese coi negozi era Dogliani;
le provviste: abbondanti scatolami
in magazzino, nell’orto le verdure.
C’era tutto, la radio ed il telefono,
c’era modo di mettersi in contatto…
Ma chi voleva mettersi in contatto?
Con che cosa o con chi?
Ero venuta per tagliare i fili
tortuosi, sottili,
che mi legavano ai molti miei mali
e a certi amici cari, troppo cari.
Volevo allontanarmi
dalla persona che ero abitualmente,
da tutto quello che mi definiva,
che mi semplificava assurdamente:
essere sola, essere appena nata
proprio in quella contrada.
A Bonvicino
non incontrai nessuno
per una settimana, ma trovai
in un cassetto il diario di Rosalba.
Ah, le Rosalbe!
sono rare, alate,
alte nel cielo, nuvole rosate.
II
Il diario di Rosalba era una lettera
lunghissima, stilata
mentre Enrico era in viaggio, in Medio Oriente
– un viaggetto da niente, ma Rosalba
non l’aveva voluto accompagnare:
«Enrico, non ti devi lamentare
di me. Sono già tanti a farlo!
È per via di mia madre. Anche papà
non sarebbe contento se partissi.
Ti penso. Va’ – va’ tu che sei valente!
Qui ogni giorno trascorre lentamente,
lentamente scolora.
Mia madre ed io visitiamo ogni giorno
i nonni. Il cimitero
è minuscolo, austero… lo conosci.
Molti fiori di plastica, sgargianti
un tempo, sono spenti,
coperti da una patina di polvere.
Ed è la polvere che vorrei dipingere.
Ho visto delle rose in un vasetto:
rose bianche, di plastica. Chissà
da quanto tempo sono là!
Mi piacciono perché non sono vere:
sono finte, diverse, indistruttibili
Mi han regalato un libro di Callot.
Ah, che disegni, Enrico, tu vedessi!
Un segno, un niente, eppure
delle figure vive, che mi parlano,
passano le giornate qui con me…
O piuttosto, io sono là con loro.
Leggerissime maschere di zanni
sono anni, son secoli che danzano!
Si sollevano lievi come piume
e il loro mondo è immune
da ogni dolore, in una eterna danza.
Sono proprio il contrario delle rose
che io vorrei dipingere per me:
silenziose e immote,
di finto marmo e polvere.
Enrico, penso alla tua bella casa
in cima alla collina, all’aria fina
che c’è da te,
alla quiete, al silenzio tutt’intorno…
ci penso a volte come ad un ritorno,
come a un luogo per me.
Della tua casa sono innamorata:
dunque, di te.
Anche le case sono vive a volte…
Ma devo invece pensare ai miei doveri:
i nonni, i cimiteri,
le messe, le funzioni,
le varie devozioni familiari.
Ieri, verso mattina, ho fatto un sogno.
Ero in un campo
e lavoravo, proprio con la zappa!
Ma il sole atrocemente mi feriva:
cadevo, stavo quasi per morire
eppure i miei mi stavano a guardare
senza muovere un dito,
senza dare un aiuto…
Oggi ho fatto un disegno coi pastelli
– sono le rose bianche che ti ho detto:
le ho qui davanti, le ho fotografate.
È strano, tutto quello che dipingo
è ben fermo, è già morto ancora prima
di entrare nel mio quadro: oggetti, fiori
morti, pupazzi immobili, stupiti…
In Callot al contrario
ogni cosa è in eterno movimento,
pare fuggire via, fuori dal foglio.
I miei pastelli invece
si adagiano sul fondo come gesso:
con la carta vetrata li pulisco,
do al colore sostanza e superficie.
Se lavoro così sono felice,
soltanto allora.
Ma poi mia madre entrata nella stanza
chiede aiuto. Le solite faccende
che faccio volentieri, ma l’incanto
si spezza, si sospende… abbandonati,
i miei pastelli soffrono in silenzio.
Vorrei, vorrei partire
come spesso fai tu, lontano, altrove…
Ma dove andare? Il mondo è troppo vasto…
già la fiera di Bra per me è un disastro:
c’è troppa gente, figurati Torino!
Quando studiavo scienze là in città
– inutilmente, come ti ho già detto,
nel mio presente
non c’è posto per quel che sono stata –
che speranze, che splendide illusioni,
che favolosi sogni, che canzoni
felici! Sì a Torino
credevo nel destino, nella varia
musica della vita.
Certo, non è passato tanto tempo
da allora, ma le cose
sono mutate dentro,
sono mutate fuori. Quelle cose
che dovevano, dovevano accadere
son rimaste sospese, inadempiute
nelle giornate mute,
nelle notti stellate.
Quel che accade è il silenzio,
che spaura.
Dipingo le mie rose –
per ogni petalo impiego più di un giorno!
Sarà finito per il tuo ritorno
il mio pastello? Forse
questa mia rosa non sarà finita
mai, mai sfiorita. Questa rosa
è la mia malattia. Io tento
di fissare nel tempo
il grigio della polvere sul bianco.
Ora tutto è silenzio –
un silenzio che accoglie volentieri
i nostri ieri, tutti i miei ricordi.
Ricordo che la nonna mi cantava
con voce tremolante una canzone
già antica ai tempi suoi
e adesso poi!
Ricordo che parlava di una voce
gentile e delle rose
d’aprile, ahimè, perdute!
Ti ricordi la nonna? Piccolina,
sempre in nero; una nonna un po’ bambina
simile alla vecchina delle favole,
dagli strani comandi,
dai bizzarri divieti,
sempre ravvolta in obsoleti scialli…
La nonna raccontava
che di notte, nel cielo risplendente,
le stelle sono innumerevoli lumini
– anime di bambini, vecchi, donne,
uomini, che con gioia e con fatica
trascorrono la vita sulla terra.
Le anime dei vecchi sono lumi
che quasi ormai si spengono, consunte
lucine tremolanti. Ma altri lumi
sono ceri imponenti, vigorosi,
la cui fiamma che fonde la candela
brucerà ancora molto, molto tempo.
Pure, a volte un gran vento,
una raffica atroce,
soffiando a caso dove più gli piace,
spegne per vasti
tratti ogni lume,
distrugge anche le vite
più giovani, le fiamme rigogliose.
E questo io lo vedo al cimitero:
le date incise parlano di vite
presto recise – lumi spenti, rose…
A volte, Enrico,
penso: se un vento simile, nemico,
mi spegnesse anzitempo…
Perdona queste mie malinconie.
La notte è senza vento,
brillano in mezzo al cielo tutti i lumi.
Solo in alcuni vedo
come un’esitazione, un tremolio…
in quelli io
mi riconosco, Enrico!
Ma ti aspetto
paziente, con l’affetto
di sempre, come voglio
che sia, come vorrei
che fosse se tu vuoi
volerlo con la tua
Rosalba».
III
Avevo letto la lettera dimentica
di ogni altra cosa,
tanto che figurandomi la rosa
mai finita la vidi
la ragazza, protesa,
una mano sospesa
nel gesto che tracciava
una pallida nota di colore
sul suo fiore di plastica e di polvere.
La vidi, sì,
Rosalba, in un pastello ingentilito
dalla distanza, dalla poesia,
come una mia
sorella ben più giovane e romantica.
«Ah, la tua voce gentile…»
Davvero mi pareva di sentirla
quella vecchia canzone, ripetuta
dalla voce velata
di quella fata delle rose morte!
Ma Enrico, ritornato,
si teneva lontano da Rosalba:
mi pareva irritato
se solamente osavo nominarla.
Certo, non era molto delicata,
di certo era importuna
la mia curiosità. Ma la ragazza
aveva mosso qualche corda mia
– la nostalgia di rose e di canzoni…
Il diario risaliva a un anno prima:
era dunque rimasto nel cassetto
a lungo, ormai negletto,
e forse Enrico non l’aveva letto!
Pure venni a sapere qualche cosa.
Rosalba nel suo diario non parlava
della sorella, farmacista a Bra.
Una sorella molto indipendente,
più pratica ed attiva,
poco contemplativa
e pochissimo incline a ricordare.
Quanto Rosalba era particolare,
bizzarra, malinconica
tanto più la sorella era solare,
efficiente, canonica.
Incontrai Annarosa e non Rosalba
a Bra. Una figurina
dritta come una spiga di lavanda,
linda e sottile, in blue jeans e maglietta,
di fretta, preoccupata, quel mattino.
E già allora mi parve innamorata
di Enrico. Si vedeva
da come lo guardava: ansiosa, attenta
e con un’impazienza
che assomigliava all’esasperazione…
«Due sorelle davvero poco simili»,
commentò Enrico. «Ma di Annarosa almeno
puoi dire che lavora,
è andata a vivere
per conto suo, lontano dai parenti
e non sforna lamenti
sull’appassire di rose od altri fiori,
non ama i funerali,
non snocciola rosari,
non passa delle ore ai cimiteri!»
Annarosa difatti
era sempre presente, era solerte,
organizzava gite e passeggiate,
preparava sformati e ratatouilles…
Buona amministratrice e cuoca, economa,
una donna perfetta, laureata,
la farmacia avviata,
la testa ben piantata sulle spalle…
E l’anno scorso Enrico l’ha sposata.
Sì, ma Rosalba?
Sta bene, mi hanno detto:
frequenta con la madre le funzioni,
canta le sue canzoni,
dipinge le sue rose e le sue bambole
e farà da madrina
alla bambina di Annarosa, Bella,
nata un poco in anticipo, a sorpresa,
ma molto attesa,
molto bene accolta.
Bella, Annarosa e Enrico stanno a Bra.
La vecchia casa
dove trascorsi la mia quieta estate
serve soltanto per la villeggiatura:
è scomoda, insicura per l’inverno
quella fredda contrada,
e la strada ghiacciata, scivolosa.
Oh casina di fiaba,
reggia della mia bella addormentata,
troppo bella per essere vera,
dove tutto è rimasto come un tempo,
casa deserta, casa abbandonata
nella contrada percorsa dal vento!
Ah, le Annarose!
Le conosco bene:
sono troppo terrene. Le Rosalbe
sono più rare, alate,
alte nel cielo, nuvole rosate.

Un dolce racconto in versi: l’io narrante – una donna – va ad abitare per un certo tempo nella casa di un amico, Enrico, che deve partire. La casa – isolata – si trova nell’Alta Langa, a Bonvicino.

Nella casa, la donna troverà il diario di Rosalba.

Rosalba è una ragazza di una grande, rara sensibilità, che riesce a vedere oltre le cose del quotidiano: la commuovono le stelle, le vecchie canzoni, le rose finte e polverose dei cimiteri. Affascinata da quelle rose, le vuole dipingere; anzi, vuole dipingerne la polvere, il tempo.

Mi piacciono perché non sono vere.

E questo è un motivo tutto gozzaniano: il naturale è, di per sé, deludente; quanto sono più belle, trasfigurate dall’arte, le cose della natura! Siano esse in dipinti, in smalti e in disegni di una rivista illustrata!

Rosalba ama Enrico e glielo scrive nel diario. Ma Enrico, di tutta quella dolce malinconia, di quella assorta sensibilità, di quel perdersi dietro a fiori impolverati, non sa che farsene. E finisce con lo sposare la sorella di lei, Annarosa, donna pratica, farmacista, solare e pragmatica.

Ed è cosa sensata, vien da pensare. Ma a noi resta nel cuore la dolce Rosalba, con le sue note malinconiche, con i suoi disegni di morte cose.

Ah, le Rosalbe!

sono rare, alate,

alte nel cielo, nuvole rosate.

La poesia si trova in BIANCA TAROZZI, La Buranella, Marsilio 1996

Il quadro, che ho rielaborato, è di IGOR LEVASHOV. Ho scaricato la fotografia da Google Immagini.