
I Il nome era augurale: Bonvicino – e la casa era un rustico gioiello incastonata a un arco e alla canonica abbandonata. Bello come può esser solamente ormai un paese perduto, mai trascritto sulle mappe, assegnato di diritto al sogno e ai sognatori – come la reggia dell’addormentata circondata dai rovi! Ma non c’erano rovi sulla strada e si arrivava assai comodamente sotto un sole clemente, mattutino, dalle Langhe rossastre, in auto, come si viaggia abitualmente. Come viaggiano tutti. Ma per me una gioia struggente ed una pena non esplorata in un luogo della mente.
Ma attutita, smorzata dalle colline oblique, da quel mare di onde tonde, inclinate, in movimento a quel nostro passare senza parole, intento. E poi l’aria si fece frizzantina e la strada saliva in cerchio, piano, fino a che entrammo dentro la contrada, fino alle case e al loro nome strano che annunciava concordia: Bonvicino.
Ero stata invitata da un amico di vecchia data in quella casa, in quella meraviglia a cui Enrico aveva lavorato a lungo le domeniche e la sera con questo risultato: la casa proprio come era stata un tempo; fuori, sulla facciata, un balconcino e la scaletta esterna con accanto il rampicante. Dentro, dalla grande cucina a pianterreno si passava alla stanza tutta in legno del primo piano, che dava sul giardino. Enrico ripartiva: quella casa diventava la mia per qualche tempo. Era una cortesia dovuta all’amicizia che ci univa. E io lassù potevo lavorare alle mie carte, leggere, ascoltare le amatissime musiche… Enrico andava via, io prendevo il suo posto, ma prima che partisse tutto il giorno fu nostro e la sua quiete. Mi spiegò che non c’erano vicini, il paese coi negozi era Dogliani; le provviste: abbondanti scatolami in magazzino, nell’orto le verdure. C’era tutto, la radio ed il telefono, c’era modo di mettersi in contatto… Ma chi voleva mettersi in contatto? Con che cosa o con chi? Ero venuta per tagliare i fili tortuosi, sottili, che mi legavano ai molti miei mali e a certi amici cari, troppo cari. Volevo allontanarmi dalla persona che ero abitualmente, da tutto quello che mi definiva, che mi semplificava assurdamente: essere sola, essere appena nata proprio in quella contrada.
A Bonvicino non incontrai nessuno per una settimana, ma trovai in un cassetto il diario di Rosalba.
Ah, le Rosalbe! sono rare, alate, alte nel cielo, nuvole rosate.
II Il diario di Rosalba era una lettera lunghissima, stilata mentre Enrico era in viaggio, in Medio Oriente – un viaggetto da niente, ma Rosalba non l’aveva voluto accompagnare: «Enrico, non ti devi lamentare di me. Sono già tanti a farlo! È per via di mia madre. Anche papà non sarebbe contento se partissi. Ti penso. Va’ – va’ tu che sei valente! Qui ogni giorno trascorre lentamente, lentamente scolora. Mia madre ed io visitiamo ogni giorno i nonni. Il cimitero è minuscolo, austero… lo conosci. Molti fiori di plastica, sgargianti un tempo, sono spenti, coperti da una patina di polvere. Ed è la polvere che vorrei dipingere. Ho visto delle rose in un vasetto: rose bianche, di plastica. Chissà da quanto tempo sono là! Mi piacciono perché non sono vere: sono finte, diverse, indistruttibili
Mi han regalato un libro di Callot. Ah, che disegni, Enrico, tu vedessi! Un segno, un niente, eppure delle figure vive, che mi parlano, passano le giornate qui con me… O piuttosto, io sono là con loro. Leggerissime maschere di zanni sono anni, son secoli che danzano! Si sollevano lievi come piume e il loro mondo è immune da ogni dolore, in una eterna danza. Sono proprio il contrario delle rose che io vorrei dipingere per me: silenziose e immote, di finto marmo e polvere.
Enrico, penso alla tua bella casa in cima alla collina, all’aria fina che c’è da te, alla quiete, al silenzio tutt’intorno… ci penso a volte come ad un ritorno, come a un luogo per me. Della tua casa sono innamorata: dunque, di te. Anche le case sono vive a volte… Ma devo invece pensare ai miei doveri: i nonni, i cimiteri, le messe, le funzioni, le varie devozioni familiari.
Ieri, verso mattina, ho fatto un sogno. Ero in un campo e lavoravo, proprio con la zappa! Ma il sole atrocemente mi feriva: cadevo, stavo quasi per morire eppure i miei mi stavano a guardare senza muovere un dito, senza dare un aiuto…
Oggi ho fatto un disegno coi pastelli – sono le rose bianche che ti ho detto: le ho qui davanti, le ho fotografate. È strano, tutto quello che dipingo è ben fermo, è già morto ancora prima di entrare nel mio quadro: oggetti, fiori morti, pupazzi immobili, stupiti… In Callot al contrario ogni cosa è in eterno movimento, pare fuggire via, fuori dal foglio. I miei pastelli invece si adagiano sul fondo come gesso: con la carta vetrata li pulisco, do al colore sostanza e superficie. Se lavoro così sono felice, soltanto allora. Ma poi mia madre entrata nella stanza chiede aiuto. Le solite faccende che faccio volentieri, ma l’incanto si spezza, si sospende… abbandonati, i miei pastelli soffrono in silenzio.
Vorrei, vorrei partire come spesso fai tu, lontano, altrove… Ma dove andare? Il mondo è troppo vasto… già la fiera di Bra per me è un disastro: c’è troppa gente, figurati Torino! Quando studiavo scienze là in città – inutilmente, come ti ho già detto, nel mio presente non c’è posto per quel che sono stata – che speranze, che splendide illusioni, che favolosi sogni, che canzoni felici! Sì a Torino credevo nel destino, nella varia musica della vita. Certo, non è passato tanto tempo da allora, ma le cose sono mutate dentro, sono mutate fuori. Quelle cose che dovevano, dovevano accadere son rimaste sospese, inadempiute nelle giornate mute, nelle notti stellate. Quel che accade è il silenzio, che spaura.
Dipingo le mie rose – per ogni petalo impiego più di un giorno! Sarà finito per il tuo ritorno il mio pastello? Forse questa mia rosa non sarà finita mai, mai sfiorita. Questa rosa è la mia malattia. Io tento di fissare nel tempo il grigio della polvere sul bianco.
Ora tutto è silenzio – un silenzio che accoglie volentieri i nostri ieri, tutti i miei ricordi. Ricordo che la nonna mi cantava con voce tremolante una canzone già antica ai tempi suoi e adesso poi! Ricordo che parlava di una voce gentile e delle rose d’aprile, ahimè, perdute! Ti ricordi la nonna? Piccolina, sempre in nero; una nonna un po’ bambina simile alla vecchina delle favole, dagli strani comandi, dai bizzarri divieti, sempre ravvolta in obsoleti scialli… La nonna raccontava che di notte, nel cielo risplendente, le stelle sono innumerevoli lumini – anime di bambini, vecchi, donne, uomini, che con gioia e con fatica trascorrono la vita sulla terra. Le anime dei vecchi sono lumi che quasi ormai si spengono, consunte lucine tremolanti. Ma altri lumi sono ceri imponenti, vigorosi, la cui fiamma che fonde la candela brucerà ancora molto, molto tempo. Pure, a volte un gran vento, una raffica atroce, soffiando a caso dove più gli piace, spegne per vasti tratti ogni lume, distrugge anche le vite più giovani, le fiamme rigogliose. E questo io lo vedo al cimitero: le date incise parlano di vite presto recise – lumi spenti, rose…
A volte, Enrico, penso: se un vento simile, nemico, mi spegnesse anzitempo… Perdona queste mie malinconie. La notte è senza vento, brillano in mezzo al cielo tutti i lumi. Solo in alcuni vedo come un’esitazione, un tremolio… in quelli io mi riconosco, Enrico! Ma ti aspetto paziente, con l’affetto di sempre, come voglio che sia, come vorrei che fosse se tu vuoi volerlo con la tua Rosalba».
III Avevo letto la lettera dimentica di ogni altra cosa, tanto che figurandomi la rosa mai finita la vidi la ragazza, protesa, una mano sospesa nel gesto che tracciava una pallida nota di colore sul suo fiore di plastica e di polvere. La vidi, sì, Rosalba, in un pastello ingentilito dalla distanza, dalla poesia, come una mia sorella ben più giovane e romantica. «Ah, la tua voce gentile…» Davvero mi pareva di sentirla quella vecchia canzone, ripetuta dalla voce velata di quella fata delle rose morte!
Ma Enrico, ritornato, si teneva lontano da Rosalba: mi pareva irritato se solamente osavo nominarla. Certo, non era molto delicata, di certo era importuna la mia curiosità. Ma la ragazza aveva mosso qualche corda mia – la nostalgia di rose e di canzoni… Il diario risaliva a un anno prima: era dunque rimasto nel cassetto a lungo, ormai negletto, e forse Enrico non l’aveva letto!
Pure venni a sapere qualche cosa. Rosalba nel suo diario non parlava della sorella, farmacista a Bra. Una sorella molto indipendente, più pratica ed attiva, poco contemplativa e pochissimo incline a ricordare. Quanto Rosalba era particolare, bizzarra, malinconica tanto più la sorella era solare, efficiente, canonica.
Incontrai Annarosa e non Rosalba a Bra. Una figurina dritta come una spiga di lavanda, linda e sottile, in blue jeans e maglietta, di fretta, preoccupata, quel mattino. E già allora mi parve innamorata di Enrico. Si vedeva da come lo guardava: ansiosa, attenta e con un’impazienza che assomigliava all’esasperazione… «Due sorelle davvero poco simili», commentò Enrico. «Ma di Annarosa almeno puoi dire che lavora, è andata a vivere per conto suo, lontano dai parenti e non sforna lamenti sull’appassire di rose od altri fiori, non ama i funerali, non snocciola rosari, non passa delle ore ai cimiteri!» Annarosa difatti era sempre presente, era solerte, organizzava gite e passeggiate, preparava sformati e ratatouilles… Buona amministratrice e cuoca, economa, una donna perfetta, laureata, la farmacia avviata, la testa ben piantata sulle spalle…
E l’anno scorso Enrico l’ha sposata. Sì, ma Rosalba? Sta bene, mi hanno detto: frequenta con la madre le funzioni, canta le sue canzoni, dipinge le sue rose e le sue bambole e farà da madrina alla bambina di Annarosa, Bella, nata un poco in anticipo, a sorpresa, ma molto attesa, molto bene accolta.
Bella, Annarosa e Enrico stanno a Bra. La vecchia casa dove trascorsi la mia quieta estate serve soltanto per la villeggiatura: è scomoda, insicura per l’inverno quella fredda contrada, e la strada ghiacciata, scivolosa.
Oh casina di fiaba, reggia della mia bella addormentata, troppo bella per essere vera, dove tutto è rimasto come un tempo, casa deserta, casa abbandonata nella contrada percorsa dal vento!
Ah, le Annarose! Le conosco bene: sono troppo terrene. Le Rosalbe sono più rare, alate, alte nel cielo, nuvole rosate.
Un dolce racconto in versi: l’io narrante – una donna – va ad abitare per un certo tempo nella casa di un amico, Enrico, che deve partire. La casa – isolata – si trova nell’Alta Langa, a Bonvicino.
Nella casa, la donna troverà il diario di Rosalba.
Rosalba è una ragazza di una grande, rara sensibilità, che riesce a vedere oltre le cose del quotidiano: la commuovono le stelle, le vecchie canzoni, le rose finte e polverose dei cimiteri. Affascinata da quelle rose, le vuole dipingere; anzi, vuole dipingerne la polvere, il tempo.
Mi piacciono perché non sono vere.
E questo è un motivo tutto gozzaniano: il naturale è, di per sé, deludente; quanto sono più belle, trasfigurate dall’arte, le cose della natura! Siano esse in dipinti, in smalti e in disegni di una rivista illustrata!
Rosalba ama Enrico e glielo scrive nel diario. Ma Enrico, di tutta quella dolce malinconia, di quella assorta sensibilità, di quel perdersi dietro a fiori impolverati, non sa che farsene. E finisce con lo sposare la sorella di lei, Annarosa, donna pratica, farmacista, solare e pragmatica.
Ed è cosa sensata, vien da pensare. Ma a noi resta nel cuore la dolce Rosalba, con le sue note malinconiche, con i suoi disegni di morte cose.
Ah, le Rosalbe!
sono rare, alate,
alte nel cielo, nuvole rosate.
La poesia si trova in BIANCA TAROZZI, La Buranella, Marsilio 1996
Il quadro, che ho rielaborato, è di IGOR LEVASHOV. Ho scaricato la fotografia da Google Immagini.
