Martedì, 12 ottobre 2021
Oggi si parte per Ravenna.
L’idea era sbocciata a Palermo, alla Cappella Palatina o alla Martorana: dopo quei bellissimi mosaici palermitani, come non volere rivedere quelli ravennati, antecedenti e meravigliosi? Visti e rivisti, magari, però da troppi anni e con occhi diversi…
Traffico intenso, ma niente code in autostrada.
Poco dopo le 11 siamo già al Mausoleo di Teodorico (che chiude alle 13: ecco perché siamo venute qui prima di ogni altra tappa).
Mausoleo di Teodorico
Colpisce sempre la sua maestosità. Re Teodorico lo fece costruire come propria sepoltura attorno al 520 ed è molto simile, nell’architettura, ai mausolei romani, pur con qualche influenza orientale. L’unico elemento goto è il fregio “a tenaglia” che corre alla base della cupola.



È un edificio a pianta centrale, in due ordini sovrapposti, entrambi decagonali, con una grande cupola monolitica (dico: monolitica, un pezzo solo) dalle misure incredibili: più di 10 metri di diametro e 3 di altezza. Pare che il suo peso raggiunga le 290 tonnellate e, ancora oggi, si fatica a capire come siano avvenuti trasporto e posa: non dovettero essere facili, come testimonia forse la grande fenditura che l’attraversa.
Il piano inferiore ha nove nicchie; è probabile che fosse destinata a luogo di culto o a tomba per i membri della famiglia di Teodorico.
Nell’aula superiore c’è la vasca in porfido nella quale, secondo la tradizione, venne posta la salma di Teodorico. Ma la vasca è vuota: le spoglie del re dei Goti furono disperse durante il dominio bizantino; il mausoleo fu trasformato in oratorio e consacrato al culto ortodosso.
Riprendiamo l’auto, direzione Classe, piccolo abitato sorto intorno alla Basilica, poco lontano dall’antica Civitas Classis (del mosaico di Sant’Apollinare Nuovo) dove – lo dice il nome – era ormeggiata la flotta militare romana. Si trova a 8 chilometri fuori Ravenna, allora era sul mare.
Basilica di S. Apollinare in Classe

La grande basilica era nata per accogliere le spoglie di Apollinare, primo vescovo e santo patrono della città. È il più grande esempio di basilica paleocristiana: è lunga ben 55.5 metri. Si vedono chiaramente – all’esterno e nell’atrio – i mattoni stretti e lunghi usati anche per S. Vitale. Fu consacrarla nel 549 dal vescovo Massimiano, quello del mosaico di Giustiniano a San Vitale e della cattedra al Museo arcivescovile.

Accanto c’è il campanile cilindrico. Le dimensioni delle sue aperture aumenta man mano che si sale verso l’alto, sia per alleggerire il peso della struttura, sia per offrire meno resistenza ai venti.

L’interno è grande, arioso, luminoso, come se fosse attraversato dalle brezze marine.
Nella navata maggiore svettano 24 colonne di marmo greco dalle venature grigio-azzurre; i capitelli hanno foglie d’acanto mosse e ripiegate, arricciate su sé stesse come a sfidare “il vento a tenzone” (scrisse Eliot).
Tanto le colonne che i capitelli giunsero a Ravenna dalle cave in Asia Minore già lavorati e decorati, come dovette essere pratica abituale nel VI secolo1 .
1 A tal proposito, al largo della Sicilia, a Marzameni, alcuni decenni fa venne scoperta una nave naufragata che aveva a bordo un gran numero di elementi architettonici in marmo già lavorati e destinati all’arredo di un edificio sacro.






I mosaici si concentrano nella zona intorno all’altare, in particolare nel catino absidale, dove si vedono due scene contigue:
in basso, sant’Apollinare è raffigurato vestito degli abiti sacerdotali, mentre prega con le braccia aperte. Da una parte e dell’altra, vanno verso di lui dodici pecorelle, rappresentazione dei fedeli, secondo la simbologia medievale del “vescovo-pastore”.
Il prato verde e fiorito (costituito da gradini rocciosi, alberi, cespugli e fiori) prosegue alle spalle del santo e fa da sfondo alla Trasfigurazione;

in alto, è rappresentata la Trasfigurazione, episodio dei Vangeli, in cui Pietro, Giacomo e Giovanni – qui simboleggiati da tre pecorelle – accompagnano Gesù su un monte, dove accade un evento miracoloso: Gesù muta il proprio aspetto (si trasfigura) risplendendo di luce nel momento in cui appaiono i profeti Mosè ed Elia.
Questo episodio poneva in difficoltà gli artisti: lo risolsero sostituendo la figura di Gesù con una grande croce gemmata dentro un disco a fondo azzurro, assieme a 99 stelle. Al centro della croce c’è il volto del Cristo. In alto, dalle nubi d’oro, sporge la mano di Dio (l’abbiamo vista anche a Napoli, nel battistero di S. Giovanni in Fonte).
Sant’Apollinare in Classe, nell’Altomedioevo, diventò il luogo della storia della Chiesa ravennate e dei suoi vescovi. C’è qui il mosaico – purtroppo assai rovinato – con la consegna dei privilegia (la concessione dell’immunità dai tributi), dove viene “riusato” il tipo di rappresentazione dei due poteri (politico e religioso) che si trova a S. Vitale: là Giustiniano e Massimiano più di cent’anni prima; qui, intorno al 675, Costantino IV Pogonato, affiancato dai fratelli, e il vescovo Reparato, il quale riceve un rotulo dall’imperatore.
Lasciamo Classe e andiamo in città. Il tempo di appoggiare le valigie in hotel ed eccoci fuori.
Sono le 16, più o meno.
Basilica di San Giovanni Evangelista
è una delle più belle basiliche di Ravenna.
Leggiamo che chiude alle 17, dobbiamo affrettarci.
La basilica fu eretta dall’imperatrice Galla Placidia (dopo il 424 d.C.) per sciogliere il voto fatto durante una violenta tempesta in mare, mentre tornava da Costantinopoli (vi era morto il fratello Onorio).
Un’iscrizione in marmo sulla chiesa ricorda il fatto: “Galla Placidia, suo figlio Placido Valentiniano Augusto e sua figlia Giusta Grata Onoria hanno rispettato i voti presi per essere stati salvati dalle intemperie del mare”.

L’interno è suddiviso in tre navate spoglie: bellissimo!
La luce è calda, filtrata dalle finestre di alabastro. Si respira un’aria mistica. Lungo le pareti ci sono alcuni frammenti dell’antico pavimento del XIII secolo, decorato meravigliosamente con immagini delle corti dell’epoca, con storie di dame e cavalieri, animali fantastici e grotteschi, e collegamenti con le crociate, soprattutto la IV, in cui Costantinopoli fu saccheggiata (1203).
È che nel 1944 la basilica fu pesantemente bombardata: andarono distrutti affreschi e i mosaici dell’abside.
Poi quel che restava dei mosaici fu raccolto e sistemato così.







All’uscita, mentre ci vengono chiusi portone e cancello dietro le spalle, ci attardiamo a guardare il bel portale gotico trecentesco, riccamente decorato con bassorilievi: nella lunetta, è raffigurato il cosiddetto Miracolo del Sandalo o l’Apparizione di San Giovanni a Galla Placidia.
Bella la storia: Galla Placidia è ritratta mentre si prostra ai piedi del Santo, che le è apparso in sogno mentre pregava, col suo confessore Barbaziano, la notte precedente la consacrazione della basilica: poiché non aveva nessuna reliquia di san Giovanni, che desse maggiore autorità all’edificio, implorò l’aiuto di Dio; apparve allora una figura luminosa che, con un turibolo, incensava la chiesa; Galla Placidia si prostrò ai suoi piedi e, quando l’immagine scomparve, si trovò tra le mani la tanto cercata reliquia: il sandalo del Santo.

Originariamente la basilica sorgeva sulla costa, vicino al mare, quando il mare arrivava fin qui. Doveva apparire molto più alta di oggi. Perché anche San Giovanni (come altri edifici ravennati) è soggetta alla subsidenza, cioè il progressivo abbassamento del terreno. Subsidenza: è una parola che sentiremo spesso, a Ravenna.
Visto che è troppo tardi anche per Sant’Apollinare Nuovo, andiamo verso il centro a visitare la
Tomba di Dante

Sta in una cappella, in un piccolo angolo di pace della Ravenna medievale. Costruita a fine ‘700, la “zucarira” (la zuccheriera in dialetto locale) – così soprannominata dai ravennati – è sul fondo di Via Dante Alighieri, nella cosiddetta Zona del Silenzio. La cappella e il suo interno non sono niente di che (tranne il bassorilievo di Pietro Lombardo di fine ‘400), ma ci si emoziona lo stesso.
Sono 700 anni che è morto il Poeta e Ravenna gli sta rendendo omaggio come meglio non si può. Di lato alla tomba c’è via Guido Novello da Polenta, colui che – suo contemporaneo – fece realizzare il sarcofago di Dante, posto all’esterno della Chiesa di San Francesco, dove il corpo stette molt’anni.
Curiosità: i resti di Dante Alighieri.
Tra il ‘500 e il ‘700, nel timore che i fiorentini ottenessero le ossa del poeta che reclamavano da secoli, i padri francescani le nascosero in un luogo noto solo a loro. A fine ‘700 riapparvero e furono tumulate nell’attuale tomba (voluta dal cardinal legato Luigi Valenti Gonzaga – e ricordiamocelo, ché questo è mantovano!) e poi furono nascoste di nuovo nel 1810 quando, a causa delle leggi napoleoniche, i frati lasciarono il convento. Se ne perse la memoria e anche la speranza di ritrovarle quando, nel 1865, durante i lavori di manutenzione del convento, un muratore rinvenne casualmente la cassetta di legno con la scritta “Ossa di Dante”.
Accanto alla tomba c’è il Quadrarco di Braccioforte.

Preceduto da un piccolo giardino, dove un dosso verdeggiante ci ricorda del nascondimento delle spoglie di Dante durante la seconda guerra mondiale (per proteggerle dalle bombe, presumibilmente), ci sono una lapide al cardinale Valenti Gonzaga e un campaniletto, la cui campana, ogni sera all’imbrunire, suona tredici colpi in ricordo del 13 settembre, giorno della morte del poeta, e delle terzine dantesche:
“Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio.
E che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more”
(Purgatorio, Canto VIII, 1-6).
La Betta ha voluto girare un video: lei che ritraeva tutt’intorno il luogo di pace, io che recitavo i versi di cui sopra… Per fortuna, qualcosa è andato storto e, del video, è rimasto un brevissimo inizio.
Siamo passate nella piazza di S. Francesco, alle spalle della tomba del Poeta. La Betta cercava una cripta sommersa, con i pesci rossi, di cui le avevano parlato… forse era lì.
Basilica di San Francesco
Credo di non averla mai visitata, forse nemmeno mai considerata, forse è stata chiusa per anni. Non ho preparato nessun materiale e mi sento ignorante come una zappa.
So solo che qui furono celebrati i funerali di Dante; qui c’erano le tombe dei Da Polenta.
Sul sagrato – recente – sono incise citazioni del Purgatorio:
io ritornai dalla santissima onda
rifatto sì come piante novelle
(Purg. XXXIII)
L’interno è semplice e spoglio. Ed è uno spoglio strano, che dà la sensazione di rifacimento. Le tre navate sono separate da colonne di marmo e il soffitto è ligneo, a carena di nave rovesciata – piuttosto bello (rifatto nel 1921 sui resti di quello trecentesco). Nella navata destra, una cappella contiene due belle Pietà in terracotta del ‘400 e del ‘500; nella sinistra, sono affisse al muro due lastre sepolcrali, fra cui quella trecentesca di Ostasio da Polenta, in marmo rosso e bianco (certo che questo Ostasio era proprio brutto!).

La parte più bella è la cripta – eccola qui! – sommersa dall’acqua e coi pesci rossi. Si può vedere anche dalla chiesa: e io la vedo da lì, mentre le ragazze scendono la stretta scaletta. La cripta conserva l’antichissimo pavimento a mosaico della chiesa primitiva, con due scritte, una in greco (che era la lingua di Galla Placidia) l’altra in latino. L’acqua che la sommerge non è però acqua marina – come dicono diverse guide – ma quella della falda freatica che varia nel livello a seconda delle piogge e del livello del mare. È acqua dolce, filtrata: lo dimostrano i pesciolini rossi che – scrive il libretto – sono “attrazione dei bambini”. Anche della nostra, direi, visto che siamo entrate per quello!
Compro il libretto-guida e due cartoline: il custode è così stupito, che le cartoline me le regala! Leggo che la chiesa è stata completamente restaurata nel 1921, grattando via tutti gli apparati rinascimentali e barocchi (piangerei…) per riportarla alla semplicità “originaria” – ecco da dove veniva il senso di spaesamento: le hanno cancellato il tempo.
È stata poi danneggiata dal bombardamento del 25 agosto 1944 e restaurata di nuovo. Meno male che la cripta, l’acqua e i pesci rossi sono autentici!
Usciamo dalla suggestiva Zona del Silenzio e ci fiondiamo in pasticceria: urge un tè caldo e un dolcetto…
Pasticceria Ferrari, via Gordini: un locale rétro che mi ricorda il Pedrocchi di Padova o certi antichi caffè di Torino. Stiamo dentro – fra tè e dolci di mandorle – fin oltre le sette di sera.


Poi un giretto per le vie della città in attesa dell’ora di cena.
Le vie di Ravenna risplendono di luminarie dantesche: sanno bene qui come rendere omaggio al Poeta! In ogni via tre o quattro luminarie recano un verso del poema. È commovente!





Manca la foto della luminaria che stava dalle parti del Mercato Coperto ed era
Siede la terra dove nata fui
Al che, io non ho potuto che aggiungere:
Su la marina dove il Po discende Per aver pace coi seguaci sui. Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende Prese costui della bella persona che mi fu tolta E il modo ancor m’offende. Amor ch’a nullo amato amar perdona Mi prese del costui piacer sì forte Che come vedi ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte. Caina attende chi a vita ci spense.
Lo so: non resisto. Se mi si dà il la, chi mi ferma più? Mi sono fermata, tuttavia.
Che belle queste vie! Con questo colore mattone rosato incredibile. Che eleganti e raffinate! Ed è una sera bellissima.
Andiamo a cena a Ca’ de Vèn – abbiamo prenotato prima. Quando lo racconterò, che ho cenato in una enoteca, non ci crederà nessuno o – in alternativa – mi derideranno a vita.

Il menù prevede branzino al forno e decido di dare una mano alla dieta. Branzino anche per la Betta, cappelletti in brodo per la Cri e costine di agnello per la Fiore.
Invece il branzino è esaurito (alle 8 e mezza è già esaurito? strano posto…); per cui non mi resta che tuffarmi anch’io nei cappelletti in brodo (molto buoni, peraltro. Scusa, dieta, io ci ho provato…). La Betta opta per l’arrostino di vitello (poi ci piangerà sopra perché… povero vitello!). La Fiore e la Betta prendono anche due calici di Sangiovese; se no, che senso ha essere venute in enoteca?
Sono le nove e mezza, riattraversiamo le vie di Ravenna illuminate. Ci sono 16° e ci sentiamo in paradiso. Dice la Cri: “Potevamo prenotare due notti, però!”; ha ragione, perché una serata così armoniosa sarà difficile da replicare.
Mercoledì, 13 ottobre 2021
Stamattina, via! verso il Battistero degli Ariani – che chiude a mezzogiorno e dunque bisogna vedere assolutamente stamane.
Battistero degli Ariani
Più basso di due metri rispetto al livello stradale per il fenomeno della subdizione, è un affascinante edificio ottagonale, in mattoni rossi, della fine del V secolo; fatto innalzare da Teodorico quando l’arianesimo era religione ufficiale della corte.


L’interno è spoglio, non fosse per la cupola rivestita di mosaici raffiguranti Il battesimo del Cristo con San Giovanni Battista, la personificazione del fiume Giordano e la colomba dello Spirito Santo. Il cielo è d’oro, ad indicare una luce ultraterrena, come quello di S. Apollinare in Classe.
Nel clipeo2 centrale, il Cristo, giovane, sbarbato e nudo, è immerso nell’acqua fino ai fianchi. Nel cerchio esterno c’è il corteo dei dodici apostoli, divisi in due schiere, che incedono verso un grande trono gemmato sormontato dalla croce, dai cui bracci pende un drappo purpureo.
2 Clipeo: decorazione rotonda, a forma di medaglione in rilievo.


Da ricordare che la dottrina ariana negava il dogma della Trinità e sosteneva che la natura divina del Figlio fosse inferiore a quella di Dio, subordinando di fatto il Figlio al Padre.
Qui, la figura di Cristo, che ha la testa verso Est, sorgente della Luce, e il colore rosso del panno appoggiato sul trono – richiamo alla passione e alla sofferenza della Croce – sembrano infatti sottolineare l’umanità di Gesù.
Davvero commovente!

Curiosità:
Un’altra osservazione, giusto per capire meglio l’iconografia del volto di Gesù. Per un certo periodo, nell’arte cristiana dei primi secoli, sono convissute le immagini sia del Cristo-puer, giovane e imberbe, sia del Cristo-adulto con la barba, simbolo di maturità e sofferenza umana; se l’iconografia del Cristo giovane è di origine orientale, la presenza della barba, soprattutto nelle scene di Passione, nasce dalla cultura occidentale, poiché i Romani, nelle ore del dolore, usavano lasciarsi crescere la barba in segno di lutto. Che è l’immagine che si affermerà definitivamente.
Cristo è anche sempre caratterizzato dal pallio imperiale color porpora e oro, e dal nimbo crucisignato.

Usciamo e abbiamo già bisogno di bere qualcosa. Andiamo al Mercato Coperto che abbiamo visto ieri sera. Prendiamo i caffè, io un latte. Sono finiti i tempi in cui si marciava tutta la mattina e ci si fermava solo verso le due per un panino! Certo che, se continuiamo al alternare un monumento a un ristoro, non so quando finiremo… Però è bellissimo così!
Si va verso S. Vitale e qui c’è il problema dei biglietti. Nel senso che la coda è lunga e lentissima. La Betta e la Fiorenza in coda, io con la Cri a comprare magnetini.
Finalmente i biglietti cumulativi arrivano. Ti danno l’orario d’ingresso (e d’uscita). È tutto contingentato. Tot persone, tot tempo: abbiamo Galla Placidia alle 11.20, si può stare cinque (cinque?) minuti; S. Vitale alle 12.30 (tempo di visita 25 minuti), il Battistero Neoniano alle 15.10 (5 minuti!), il Museo diocesano alle 15.30 (25 minuti) e S. Apollinare Nuovo alle 16.30 (altri 25 minuti). Cose da pazzi! Vogliono farmi morire senza lasciarmi vedere niente…
Al Mausoleo di Galla Placidia: breve attesa fuori, poi controllo del Green pass e febbre.
E si entra finalmente in Paradiso.
Mausoleo di Galla Placidia
Galla Placidia è la stessa che ieri abbiamo incontrato a San Giovanni Evangelista. Là aveva eretto la basilica per ottemperare a un voto, qui ha fatto costruire un mausoleo per sé, come aveva già fatto Costanza, figlia di Costantino, a Roma. Del resto, lei non era da meno di Costanza, anzi: figlia dell’imperatore Teodosio, sorella dell’imperatore Onorio, imperatrice reggente per conto del figlio Valentiniano III; ce n’era abbastanza per farsene costruire anche tre, di mausolei! Poi, quando morì a Roma nel 450, fu seppellita là.
Se all’esterno l’edificio è semplice e sobrio, dentro ci si immerge nel blu.
Ed è un blu assoluto, come non c’è da nessun’altra parte.


La zona inferiore delle pareti è rivestita di marmi gialli; la zona superiore, invece (pareti, archi, lunette e cupola), è interamente ricoperta da mosaici a fondo blu. La luce filtra attraverso le finestre di alabastro. L’incanto è palpabile, emoziona sempre e resta in cuore.

Di fronte c’è la lunetta con San Lorenzo, vestito con la toga, che si dirige al martirio, portando la Croce, simbolo della vittoria della Fede e della Parola (i quattro Vangeli contenuti nell’armadio) sulle cose del mondo. Quel particolare dei libri nell’armadio mi ha sempre affascinata.
Anche il Serpotta aveva ritratto il martirio di S. Lorenzo nell’omonimo oratorio: ma se là c’era sofferenza e ostentazione barocca, qui il santo è tranquillo, il martirio non lo riguarda, è una cosa del mondo, e lui è al di là di ogni emozione.

Nell’altra lunetta c’è Gesù, come Buon Pastore (ma con l’abito delle cerimonie di corte), che siede tra alcune pecore. È un Cristo-puer, giovane e sbarbato, ma abbraccia la Croce, simbolo di martirio e salvezza.


Nel profluvio di mosaici sempre diversi, con ornati vegetali e foglie d’acànto, ci sono alcuni motivi che richiamano la funzione purificatrice dell’acqua: due cervi si abbeverano alla pozza di un paradisiaco giardino; e due colombe bevono a un cantharoi da cui zampilla l’acqua. A simboleggiare la Grazia che attinge alla Fonte Divina.

I sottarchi e le volte sono rivestiti da una impressionante serie di motivi decorativi, variazioni di forme vegetali e geometriche.

Ci sono motivi già presenti nell’arte sacra, come i girali d’acànto; ma è davvero priva di confronti, se non con tessuti orientali, la decorazione della volta del Buon Pastore: su un fondo blu si distende una sequenza di motivi decorativi replicati, che ricordano la forma dei cristalli di neve.

Sul tamburo della cupola, la croce aurea (croce latina dorata, simbolo di Cristo Sole Nascente), circondata da decine di stelle e rivolta ad Est, perché da Oriente Cristo verrà per far risorgere i morti.
Ed è la terza croce del mausoleo.
Attorno alla croce sono i simboli dei quattro evangelisti3.
In realtà, siamo state dentro al mausoleo molto più tempo dei fatidici 5 minuti… tuttavia manca ancora un bel po’ per entrare a S. Vitale.
3 Proveniente da una visione del profeta Ezechiele, ripresa dall’Apocalisse, la Sacra Quadriga (il cocchio di Dio) è condotto da quattro esseri viventi (l’uomo alato o angelo, leone, bue e aquila). Gli antichi autori cristiani, riconoscendo nel Vangelo il nuovo trono di Dio, applicarono agli evangelisti i simboli di quella visione. Matteo ebbe come simbolo l’uomo alato o angelo, perché il suo Vangelo inizia con l’elenco degli antenati di Gesù. Marco il leone perché il suo Vangelo inizia con la predicazione del Battista nel deserto, luogo di bestie selvatiche. Luca ebbe il bue perché il suo Vangelo inizia con la visione di Zaccaria nel tempio dove si sacrificavano bovini e ovini. Giovanni dall’aquila, l’occhio che fissa il sole, perché il suo Vangelo si apre con la contemplazione di Gesù-Dio: “In principio era il Verbo”.
Basilica di S. Vitale
E invece entriamo, di straforo, più o meno alle 11.45.
Gruppi di turisti, tedeschi, spagnoli, forse uno italiano, con auricolari e guida con microfono. Passano e vanno, sempre con quello sguardo da pesce e nessun entusiasmo.
L’interno di San Vitale è meraviglioso! Non finirò mai di stupirmi. A San Vitale i mosaici cantano musiche divine, tra l’oro e le pietre preziose. Lo ha detto o scritto qualcuno, ma non ricordo chi.
La basilica, inaugurata dall’arcivescovo Massimiano del 547, è un capolavoro dell’arte paleocristiana e bizantina.


Magnifici pulvini staccano l’arco, quasi sollevandolo e sospingendolo in alto; preziosi capitelli, scolpiti a Bisanzio, sono traforati come fossero trine.
I mosaici più importanti si trovano nell’area presbiteriale – la zona destinata ai sacerdoti.

La luce proveniente dalla cupola in alto, il rivestimento di marmi, gli stucchi, le transenne traforate e i mosaici compongono uno spazio multiforme, inedito allora in Occidente.

I capitelli, a piramide tronca rovesciata, non appartengono alla tradizione occidentale, ma si trovano simili in altri coevi edifici sacri di Costantinopoli.

Nella conca absidale, vediamo Gesù, giovane e imberbe, seduto su un trono azzurro, rappresentante l’universo; egli allunga una mano per consegnare a san Vitale, presentato da un angelo, una corona: è il simbolo della vita eterna (ricordiamocelo, visto che le corone le abbiamo già incontrate al Battistero degli Ariani!). San Vitale avanza da sinistra, con le mani ricoperte dalla sua ricchissima clamide.A destra, un altro angelo presenta a Gesù Ecclesio, che era il vescovo di Ravenna all’inizio dei lavori, e che per questo tiene in mano una chiesa in miniatura, come segno di offerta a Dio.

Poco sotto questa grandiosa scena, due gruppi di persone procedono verso Cristo: sono i protagonisti dei celebri mosaici che descrivono, da una parte, l’imperatore Giustiniano, e dall’altra, l’imperatrice Teodora. Non si tratta di una cerimonia davvero avvenuta: Giustiniano non venne mai a Ravenna, ma la sua immagine serviva a rendere visibile il recente cambiamento politico (il passaggio dal potere dei Goti a quello dei greci).

Nel riquadro con l’imperatore, vediamo a sinistra cinque soldati della guardia del corpo –sullo scudo il monogramma di Cristo – quindi due dignitari che indossano la clamide (un mantello lungo fino ai piedi); poi Giustiniano in uno sfarzoso abito da cerimonia con un grande bacile d’oro nelle mani: il diadema, la fibula sulla spalla e persino i calzari sono trapunti di gemme. Il cerchio dorato che gli fa da contorno alla testa (è così anche per Teodora) è un motivo glorificante, già adottato per gli imperatori e che, nel Medioevo, diventerà attributo dei santi (e si chiamerà nimbo e aureola).
Accanto a Giustiniano c’è un altro dignitario, poi tre clericali: fra essi spicca il vescovo Massimiano, primo a Ravenna a fregiarsi del titolo di arcivescovo, che lo innalzava quasi al rango del papa; poi c’è un diacono che tiene in mano un libro dei Vangeli con la copertina rivestita di gemme, e un altro diacono che regge il turibolo dell’incenso.

Il mosaico con Teodora, mostra sette dame riccamente vestite al seguito dell’imperatrice Teodora, la quale porta il camaleuco, un copricapo a forma di cesta con gioielli e perle, per trattenere in modo ordinato i capelli. Sul manto sono ricamate le figure dei Magi, in un evidente parallelismo: come i re Magi in corteo offrirono doni a Gesù bambino, così fanno ora, in un nuovo corteo, i due imperatori. Infatti Teodora ha in mano un calice tempestato di gemme e sembra dirigersi verso due dignitari, uno dei quali sta scostando una tenda. Proprio questo gesto, come la direzione delle braccia di Teodora, indica che il gruppo si sta muovendo; la presenza della fontanella indica che i dieci personaggi non sono ancora in chiesa, ma nell’atrio antistante. La decorazione in oro dello sfondo dei due mosaici evidenzia uno spazio irreale, ultraterreno.

Questa lunetta rappresenta l’ospitalità di Abramo ai tre Angeli; il riso di Sara alla notizia che avrà un figlio; e il Sacrificio di Isacco.

In queste due foto: il pavimento cinquecentesco e un particolare del pavimento originario (rifatto a causa delle infiltrazioni d’acqua).

Sono le 12.30 ed effettivamente in San Vitale ora non c’è quasi nessuno. Ci si muove tranquillamente fra esedre, abside e presbiterio. Ma è tempo di andare, ci aspettano la Domus e l’intervallo del pranzo…
Domus dei Tappeti di Pietra
Si entra dalla piccola chiesa settecentesca di Sant’Eufemia e si scende in una sala sotterranea.
Situata tre metri sotto il livello stradale, la sala conserva più di 400 metri quadrati di mosaici pavimentali policromi, con elementi geometrici, floreali e figurativi ritenuti unici.
Presso l’ingresso, a destra, c’è il mosaico, staccato e riquadrato, della Danza dei Geni delle Stagioni: quattro figure si prendono per mano e girano in tondo al suono di un raro strumento a fiato, che un quinto personaggio, in tunica bianca, tiene fra le mani. Sul muro opposto, un altro mosaico pavimentale riquadrato è il cosiddetto Buon Pastore; il riferimento cristologico non mi convince: a me sembra un semplice ragazzo fra le pecore. Ma tant’è: spesso si vede ciò che si vuole.




Adesso ci resta il vasto pavimento: stupefacente! In ogni locale un diverso mosaico simula grandi tappeti.
La Elisabetta e la Fiorenza (la Cristina e io siamo rimaste un po’ indietro) stanno cercando di fotografare – in posizioni sempre più arrischiate, sporgendosi oltre il parapetto – il riquadro centrale del tappeto più grande. La Fiorenza invidia Alessandro Gassman per la statura e le braccia lunghe… che arriverebbe come niente direttamente sopra l’immagine, non come lei che rischia di farsi scivolare il cellulare dalle mani… Ci prova la Betta (che è più alta di qualche centimetro – ma non ci sono discendenti dei Normanni, qui!). La quale Betta mi dice: “Questo è il mosaico originale delle stagioni! È anche più bello! Quell’altro lo avranno fatto gli allievi della scuola di mosaico!”.

Restiamo un bel po’ ad ammirare questi grandi, perfetti “tappeti”, così simili nei disegni a quelli tessuti tutt’oggi in Oriente. Intanto completiamo il giro…
Poco dopo, un’esclamazione della Betta: “Ma nooo! Era questo il mosaico originale!” – era tornata al riquadro iniziale – “Quello al centro della sala è una copia!!!”. Le risate ci piegano in due. E lei: “Tanta fatica per niente! E Gassman… e qui e là…”.

A imperitura memoria, ha fotografato l’avviso.
Due curiosità: il nome Domus dei Tappeti di Pietra glielo ha dato Federico Zeri, un genio vero. La Domus era un palazzetto bizantino del V-VI secolo ed è stata scoperta nel 1993, con una campagna di scavo nei sotterranei della chiesa di Sant’Eufemia. Inaugurato nell’ottobre del 2002, è considerato uno dei più importanti siti archeologici italiani scoperti negli ultimi decenni.
Pranziamo in un bar di fronte al Mercato coperto: prendiamo delle piadine.
Siamo distratte da un acquazzone arrivato quasi improvvisamente. E nessuna ha portato l’ombrello! Nel senso che gli ombrelli li abbiamo, ma sono tutti nel baule dell’auto, in piazza Mameli!
Nell’attesa che spiova, ordino un tè: secondo un detto, non c’è cosa che non si possa risolvere davanti a una tazza di tè.
Com’è, come non è, il cielo schiarisce, la pioggia smette. Usciamo e la strada è già asciutta.
In fretta si va verso il
Battistero Neoniano o degli Ortodossi
Il nome degli Ortodossi è da intendersi nel senso di seguaci della vera religione cristiana, contro le eresie (lo scisma fra cattolici e ortodossi, cioè fra Chiesa latina e Chiesa greca, sarebbe arrivato solo nel 1054). Il nome “Neoniano” gli deriva invece da Neone, il vescovo che fece realizzare la decorazione interna.
Il piccolo sarcofago delle Ossa Neonis l’abbiamo visto ieri, davanti alla finestrella della cripta di San Francesco. Tutto torna, qui, tout se tient.
Il battistero Neoniano è davvero unico nell’arte paleocristiana e bizantina: infatti, degli altri più antichi battisteri coevi delle grandi città cristiane (Antiochia, Costantinopoli, Efeso, Treviri, Milano, Aquileia e Roma), restano pochissime tracce.
Al centro c’è il fonte battesimale in marmo con un piccolo ambone per la lettura dei testi sacri.



L’interno è splendido di luce, decorazioni, colori.
La zona più bassa delle pareti è rivestita di marmi intarsiati.
I mosaici sono nella parte alta: la cupola è tripartita in fasce che convergono verso il clipeo centrale con la scena del Battesimo.
La fascia inferiore è divisa in otto parti, in cui si alternano seggi vuoti (simboli dell’Etimasia4, o preparazione del trono di Cristo, vuoto in attesa del suo ritorno per il Giorno del Giudizio), incorniciati da viridari (giardini celesti) e altari, sui quali è deposto un Vangelo.


Nella fascia mediana ci sono gli apostoli che, con le mani velate in segno di riguardo e deferenza, recano corone; la corona è simbolo di trionfo, ripresa da quella corona d’alloro che i vinti portavano ai vincitori al tempo dei Romani.
Nel clipeo centrale c’è la scena del Battesimo, dove si vedono – come nel Battistero degli Ariani, ma ricordiamoci che questo è anteriore di 40 anni – Gesù, san Giovanni Battista e la personificazione del fiume Giordano (come vecchio, seminudo e barbuto), che emerge dalle acque tenendo in mano una canna palustre e nell’altra un drappo (con il quale Cristo si asciugherà); il Battista reca in mano una pàtera5, anche se, in origine, doveva poggiare la mano direttamente sulla testa di Cristo, come si usava fare. L’inserimento più tardo della pàtera è testimoniato dal colore più chiaro delle tessere.

4Etimasìa: Motivo iconografico cristiano di origine orientale che, nei suoi elementi essenziali, si riduce a un trono sormontato da una croce (o dalla Scrittura o dall’agnello apocalittico), e sta a significare la presenza invisibile di Cristo nei luoghi di riunione liturgica.
5Pàtera: Utensile usato dagli antichi Romani nei sacrifici, a foggia di bassissima scodella, senza orlo né anse
Museo Arcivescovile
Lì accanto c’è il Museo Arcivescovile. Entriamo nella
Cappella di Sant’Andrea
Ed è tutt’un’altra storia…
La piccola cappella di Sant’Andrea è una perla nascosta del Museo Arcivescovile: ed è l’unico esempio di cappella arcivescovile paleocristiana (quante cose rimaste uniche stiamo vedendo in questa città!) giunta intatta sino a noi.


Sulla porta di ingresso campeggia un Cristo-guerriero, colto nell’atto di calpestare il leone e il serpente (il Male, rappresentato dall’arianesimo), e vestito con clamide color porpora e corazza; il Cristo tiene sulla spalla destra una lunga croce, mentre con la sinistra regge la Parola, dove si legge: Ego sum via, veritas et vita.

La volta a botte è tutta mosaicata: dentro un pergolato stanno tanti uccellini. Eccole le paperelle che cercavo da tempo! Avevo le immagini, le cartoline, ma non le avevo mai viste dal vero!
Lo so, non sono paperelle, anzi: gli uccelli sono tutti diversi, alcuni hanno un che di esotico, altri fanno parte della fauna delle vicine valli e pinete: colombe, pernici, anatre, pappagalli, piccoli pavoni, ecc. (l’ho letto – sia chiaro – io non so distinguere una gallina da un tacchino).
Nella volta a crociera della cappella vera e propria, il monogramma di Cristo è sostenuto da quattro angeli; si riconoscono i simboli dei quattro Evangelisti. Negli intradossi degli archi che sostengono la cupola, vi sono le immagini clipeate dei martiri e degli apostoli, al cui centro spicca quella del Cristo giovane e imberbe.
La Cattedra di Massimiano
Non sono conservate tante cose in questo museo, ma tutte di pregio: meriterebbero tutte attenzione, ma il tempo incalza e dobbiamo andare a S. Apollinare nuovo.
Maledetto tempo! aveva ragione la Cri, dovevamo star via una notte in più…
Ci concentriamo sulla Cattedra di Massimiano, il seggio da cui egli presiedeva alle cerimonie (sempre lui, sì, Massimiano, quello del mosaico di San Vitale, il primo arcivescovo, quello che ha consacrato S. Apollinare in Classe e S. Vitale ecc.)



È un’opera preziosissima, in avorio lavorato su tavolette applicate ad una struttura lignea: vi sono intagliate scene dell’Antico Testamento (storie di Giuseppe) e dei Vangeli.
Su tutte le parti della Cattedra, le varie scene sono inquadrate da cornici con tralci di vite entro cui si muovono uccellini, pavoni, cervi, leoni, orsi, conigli.
Sulla fronte della cattedra c’è il monogramma di Massimiano.
E poi via, verso S. Apollinare Nuovo, che l’appuntamento incalza e la basilica non è esattamente dietro l’angolo…
Passiamo davanti al cosiddetto Palazzo di Teodorico senza degnarlo di uno sguardo.
Basilica di S. Apollinare Nuovo
Dio, com’è bella, ariosa, luminosa, colorata questa basilica! Le tessere dei mosaici sono sfavillanti, disposte come sono ad inclinazione diversa l’una dall’altra, per far vibrare la luce. E la luce vibra, sì.
Teodorico l’aveva voluta come basilica palatina; i mosaici sono sia del periodo teodoriciano sia della successiva epoca bizantina, in cui la basilica fu convertita all’ortodossia cattolica. Solo a metà del secolo IX acquisì il titolo di «Sant’Apollinare», quando le reliquie del primo vescovo furono qui traslate dalla basilica di Classe, non più sicura a causa delle frequenti incursioni dei pirati; proprio per distinguersi da quella basilica suburbana, questa aggiunse l’aggettivo «Nuovo».


Corro – si fa per dire – a vedere i miei due mosaici preferiti: la Civitas Classis con il suo porto fortificato (che in quel tempo era il più grande di tutto l’Adriatico) e le sue navi a vela; e il Palatium (così è chiamato nell’iscrizione) di Teodorico, con quelle manine aggrappate alle colonne (i bizantini condannarono il re goto alla damnatio memoriae, per cui Teodorico e i suoi dignitari, in piedi sotto le arcate del palazzo, furono abrasi e sostituiti da tendaggi bianchi – la Storia non ha nessuna pietà degli sconfitti).

Nella parte superiore della navata centrale c’è il più antico ciclo iconografico con le Storie di Gesù: è qui che troviamo alcune fra le più antiche attestazioni del volto di Cristo con barba e capelli lunghi.
Su entrambe le pareti della navata centrale, ci sono le due processioni di martiri e vergini, che si fronteggiano; i volti dei santi e delle sante sono privi di attributi iconografici caratterizzanti, a simboleggiare il loro essere soprattutto spirito.


Le due processioni si dirigono l’una verso un Cristo assiso in trono, con il pallio imperiale color porpora e oro, e il nimbo crucisignato; l’altra verso una Vergine Theotókos (Madre di Dio), sempre in Maestà, di fronte alla quale i tre re Magi si inginocchiano nel rituale della proskynesis (prosternazione), tipico delle corti bizantine e normalmente riservato agli imperatori. Mi ha sempre colpito il fatto che questa immagine dei Magi fosse la stessa ricamata sulla veste di Teodora, ma non ho trovato una spiegazione da nessuna parte.


Ci sediamo nelle prime panche a guardarci con calma intorno e a ragionare su come definire il colore del pallio di Cristo che i libri continuano a definire “porpora” o “rosso”: ci sembra marrone o violaceo, “tinta fegato”, dice la Betta. Effettivamente…
Poi la Fiorenza fa: “Ma guarda: il colore del vestito è lo stesso delle colonne che stanno sotto!”. All’altare ci sono quattro colonne in porfido del ciborio originario.
Porfido! Sento uno squarcio nel cervello. La Fiorenza è geniale! Ha messo insieme due elementi che abbiamo avuto sotto gli occhi tutto il tempo, senza pensare di collegarli.
Certo: il porfido rosso! Come non pensarci prima? Le tessere dei mosaici sono in porfido rosso, quello era il rosso per gli antichi.
La Betta cerca su Google e scopre che porfido e porpora hanno le stesso etimo!
Sono esaltata come avessi scoperto un nuovo mondo… è che sono due giorni che ci arrabattiamo a dire “non è rosso, ma qui c’è scritto porpora, sarà scritto ma non è rosso porpora” …
Ultima fermata in pasticceria, prima di avviarci sulla strada del ritorno.
Ravenna sta come stata è molt’anni…
Ravenna-del-cuore, arrivederci!
Le fotografie sono state scattate da Elisabetta Melchiori, Cristina Caretta, Fiorenza Gazzoni.
