MANTOVA, Palazzo Te

Palazzo Te era una villa suburbana. Sorgeva su un’isola, quella del Te, appunto, un nome che forse è l’abbreviazione di Tejeto, come a dire bosco di tigli. In effetti, i tigli profumano ancora assai da queste parti.

Era una villa creata per l'”onesto ozio” del principe; lontano dagli affari politici della Corte.

La Corte era a Palazzo Ducale, dall’altra parte della città.

Il principe era Federico II Gonzaga, V marchese e I duca di Mantova. Figlio di Isabella d’Este, come la madre amava l’arte e le opere antiche. Ma era anche degno erede di quei Gonzaga che, a Mantova, avevano chiamato Pisanello, Leon Battista Alberti e Andrea Mantegna.

L’architetto fu Giulio Romano, allievo prediletto di Raffaello, venuto a Mantova nel 1524. Giulio portava con sé l’esperienza raffaellesca delle ville Farnesina e Madama: e creò per Federico una villa che a quelle si ispirasse. Una villa che fu uno degli edifici più ammirati d’Europa.

Giulio Romano vi diresse personalmente il lavoro di molti carpentieri, decoratori, pittori, stuccatori e intagliatori fra il 1524 e il 1535.

L’originalità inventiva di Giulio è incredibile: come il suo maestro, Raffaello, progetta l’architettura, le pitture, il modello iconografico, gli arredi e le argenterie.

La parte più straordinaria è forse quella architettonica. Vediamo.

L’edificio è a pianta quadrata, con un ampio cortile al centro; un piano nobile un poco elevato per sfuggire alle piene del Mincio.

Le facciate a nord e a ponente, hanno una parte inferiore liscia, sopra un basamento a finti conci rustici e, più su, altri conci lisci.

Le lesene sono lisce, come le nicchie.

Le finestre, invece, hanno un coronamento a bugnato rustico, con una chiave di volta sproporzionata.

L’ingresso si apre sulla prospettiva principale del palazzo: lo sguardo spazia oltre il cortile, alla Loggia di Davide e va, in fondo ancora, fino all’esedra.

Atrio

A pianta rettangolare, l’atrio ha quattro colonne rustiche” (ma con la base e i capitelli lisci) che lo dividono in tre parti. La parte centrale ha volta a botte con cassettoni ottagonali; le parti laterali hanno soffitti piatti a cassettoni quadrati, lesene rustiche e nicchie lisce.

Il gioco fra pietra sbozzata o rustica (dalla superficie di stucco, a fingere qualcosa di non finito), e pietra liscia è la caratteristica di tutto l’edificio. Ed è un gioco fra il naturale e l’artificiale, dove il “naturale” è comunque artificiale.

Camera del Tiziano

Vi si trova il modellino ligneo di Palazzo Te, realizzato nel 1981.

In fondo, il Ritratto di Giulio Romano, opera del Tiziano.

L’artista è ritratto di tre quarti, mentre esibisce il modello di un edificio a pianta centrale; è vestito di nero su uno sfondo scuro. La luce si concentra sul viso e sulle mani, che si staccano dal fondo per il bianco del colletto, del polsino e del foglio. L’opera si trovava nella casa di Giulio.

* per le “imprese” rimando alla camera successiva

Camera delle Metamorfosi

Nei riquadri affrescati delle pareti sono alcune storie tratte dalle Metamorfosi di Ovidio.

Il camino è in marmo rosso di Verona, la cappa è in stucco a finto marmo; sopra la cappa c’è l’Impresa* dell’Olimpo.

Sull’architrave del camino si legge: F.II.G.M.M.V., cioè “Federico II Gonzaga, V marchese di Mantova”.

Notare come la decorazione ricopra solo la parte superiore delle pareti. Nella parte inferiore esse erano rivestite di tappeti, drappi o cuoi lavorati e stampati.

Camera delle Imprese

Nella decorazione, una teoria di putti, in mezzo a girali di vegetazione, regge dei cartigli contenenti delle “imprese”.

L’impresa è un emblema, il disegno di una metafora, con una scritta. Può esprimere un valore (onestà, audacia, coraggio, amore per gli studi, ecc.) oppure segreti amorosi in enigma. Proprio l’enigma è l’anima dell’impresa: la scritta a volte è in lingua antica o straniera.

In questa stanza sono dipinte molte imprese dei Gonzaga, ma vediamo in particolare quelle di Federico:

  • impresa del Monte Olimpo: reca la scritta FIDES-OLIMPO (quest’ultimo scritto in greco) e indica la fedeltà; rappresenta un monte percorso da un sentiero; in cima c’è un’ara con un piccolo ciocco. Sul monte Olimpo, sede degli dei, non ci sono fenomeni atmosferici, perciò le ceneri del sacrificio non si disperdono e restano come segno di fede.
  • impresa della Salamandra: la scritta è QUOD HUIC DEEST ME TORQUET (ciò che manca a costei tormenta me). Riguarda la passione amorosa di Federico, in contrasto con la salamandra, che sopporta il fuoco senza conseguenze. Nel Palazzo si trova sui camini di quasi tutte le stanze.
  • impresa del Boschetto: rappresenta Amore in mezzo a due alberi, uno verde e uno secco, che preclude l’accesso al boschetto sullo sfondo. Riguarda il cognome della donna amata da Federico, Isabella Boschetti. La vita e la morte (alberi verde e secco) dell’amante dipendono dall’accesso al boschetto, che Amore può concedere o negare.

Camera del Sole e della Luna

È una camera bellissima. La volta a schifo (a carena di nave rovesciata) è divisa in 192 riquadri (losanghe e triangoli) a sfondo celeste, contenenti emblemi, animali, dei ed eroi, in stucco bianco.

Straordinario l’affresco centrale del soffitto, dipinto dal Primaticcio: sembra una lunga finestra aperta sul cielo. Un cielo solcato dal carro del Sole che tramonta e dal carro della Luna che sorge. I due fratelli, Apollo e Selene Artemide, tengono i due capi del giorno.

È metafora del tempo che trascorre, inesorabile.

Loggia delle Muse

lunetta con Manto

La funzione della loggia era importante come snodo fra un appartamento e l’altro.

Nella lunetta sopra la porta da cui siamo usciti, è affrescato Apollo, col cavallo alato Pegaso, il quale ha fatto scaturire dal monte Elicona la fonte Ippocrene, cara alle muse.

Le Muse sono ritratte nella volta, insieme a riquadri di scrittura geroglifica: secondo un’antica tradizione, era proprio la lingua egizia quella che Dio concesse ai discendenti di Adamo.

È stato dimostrato che Giulio Romano trascrisse fedelmente la misteriosa scrittura da reperti egizi che si trovavano a Roma.

Nella lunetta di fronte, è invece ritratta Manto, appoggiata a una vasca dalla quale emerge una testa cinta d’alloro: è quella di Virgilio, fonte di poesia e di sapienza. E simbolo di Mantova.

Sotto entrambe le lunette è affrescato lo stemma dei Gonzaga.

Cortile d’onore

Grandioso, magnifico cortile. L’impianto è classico, ma gli interventi di Giulio sono spregiudicati e pieni di contrasti. Vediamo nei particolari:

  • le pareti sono a bugnato liscio;
  • i conci rustici incorniciano le aperture delle logge;
  • i timpani delle finestre, di impianto classico, hanno un concio di chiave rustico e sproporzionato;
  • le semicolonne reggono la trabeazione che ha un fregio classico di triglifi e mètope alternati; ma, attenzione! ogni tanto un triglifo scivola verso il basso, dando al complesso un senso di instabilità.
l’ingresso visto dal cortile; notare il concio di chiave fuori misura, le semicolonne, le nicchie e il fregio della trabeazione.
Un esempio di triglifo scivolato; il mascherone dalla bocca spalancata serviva per far defluire l’acqua piovana

Sala dei Cavalli

È il solo ambiente del Palazzo denominato Sala. Era riservato alle cerimonie, ad accogliere gli ospiti, forse al ballo.

Giulio Romano dipinge una grandiosa architettura classica alle pareti:

  • con lesene a finto marmo bianco;
  • nicchie con statue di divinità;
  • bassorilievi di bronzo rossastro, raffiguranti le Fatiche di Ercole;
  • un fregio, in alto, di putti seduti su peducci, in mezzo a girali che racchiudono le aquile gonzaghesche;
  • busti di marmo sopra le finestre;
  • e soprattutto loro, i cavalli.
La scritta sotto lo chiama: MOREL FAVORITO

I cavalli

Sono dipinti al di qua delle lesene, grandi al naturale. Dietro di loro, sfondi di paesaggi padani.

Di alcuni cavalli ci sono rimasti i nomi: Glorioso, Batalia, Dario, Morel Favorito. Hanno tutti un nobile portamento e un pelame meraviglioso, di colorazione diversa. Quelli bianchi hanno la coda colorata di giallo per mezzo di tinture orientali.

I cavalli dei Gonzaga erano famosissimi e molto apprezzati in tutta Europa. Erano il dono più prezioso che qualcuno potesse ricevere. Uno, ad esempio, fu donato da Federico II a Giulio Romano, un altro a Carlo V imperatore.

Il camino

Il grande camino è in pietra d’Istria ed è una composizione molto originale. Gli stipiti e la cornice dell’architrave hanno elementi rifiniti, il resto è rustico. Il contrasto è davvero suggestivo.

Il soffitto

Il soffitto cassettonato è un capolavoro: in legno dorato e sfondo blu, i cassettoni sono incorniciati con bande a treccia; al loro interno, si trovano rosoni dorati o l’impresa dell’Olimpo; nell’incrocio delle bande c’è la salamandra.

Camera di Psiche

La parete settentrionale con le storie di Venere

Forse è l’ambiente più fastoso del palazzo. Era la sala da pranzo.

La decorazione vi è ricchissima: dipinti su tutte le pareti e il soffitto, e poi stucchi e dorature. Ed è tutta nello stile di Giulio, grandiosamente scenografico, lontano dalle misurate armonie raffaellesche.

Sulle due pareti interne della sala è affrescato il banchetto nuziale di Amore e Psiche, al quale partecipano gli dei dell’Olimpo, oltre a ninfe e satiri.

Nella parete sud:

  • Apollo, seduto sul triclinio, mentre una giovane gli porge una corona di fiori;
  • Bacco, appoggiato alla credenza, carica di vasellame (un ampio, meraviglioso brano di natura morta).
    • La composizione è ridondante di personaggi, animali esotici e indigeni (elefante, giraffa, tigri, capre, asino, un cammello in lontananza).
  • Nell’angolo a destra, Amore e Psiche, distesi sulla klìne, giocano con un piccolo genio alato, mentre le ninfe versano acqua lustrale in una patera.

La scena prosegue nell’altra parete, dove si sta imbandendo il tavolo: sulla bianca tovaglia, vengono disposti petali di fiori;

  • A sinistra, accanto alla personificazione femminile di un fiume, si accalca una famiglia di satiri, dall’espressione e dai movimenti grotteschi, con un gregge di capre.
    • In basso c’è la citazione della capra Amaltea (che allattò il piccolo Giove e un fauno).
    • Accanto al tavolo, un fauno prende delle focacce da una canestra e le mette sulla tovaglia.
    • Accanto a lui, una danzatrice, il cui nudo si staglia contro il candore della tavola.
  • A destra, giunge Mercurio, accolto da un gruppo di donne.

I colori sono intensi, fortemente contrastati e chiaroscurati. Non c’è armonia qui. Qui troviamo, per la prima volta, le figure allungate, slanciate e dinamiche che caratterizzeranno la pittura di Giulio Romano dal 1527.

Accanto alla storia principale, quella fra il dio Amore e Psiche, sono raccontate altre storie, tutte incentrate sull’Amore nelle sue differenti declinazioni.

Nella parete a nord,

  • Venere e Marte che escono dal bagno,
  • Venere che cerca di trattenere Marte che insegue Adone (notare il particolare del piede di Venere che calpesta una rosa bianca, la quale diventa rossa per il sangue della dea);
  • Sopra la finestra, Bacco e Arianna.

Nella parete orientale, sopra le finestre, Giove che si accosta a Olimpia (e il marito Filippo, che ha osato intervenire, viene accecato da un fulmine) e Pasifae.

Sopra il camino, uno straordinario “Polifemo“, innamorato di Galatea, la quale invece abbraccia Aci; Polifemo stringe una enorme clava con cui ucciderà il rivale.

Il soffitto è formato da una struttura lignea, divisa in comparti, sospeso su mensole intagliate a foglie d’acanto. I comparti sono dipinti a olio su stucco, applicato su un reticolo di canne.

Nello scomparto centrale, quadrato, è raffigurato il matrimonio di Amore e Psiche. I momenti cruciali della storia sono dipinti negli ottagoni (i primi 9) e nelle lunette delle pareti.

Storia di Amore e Psiche

La storia è narrata nell’Asino d’oro, di Apuleio. Giulio Romano ne dipinge 22 episodi. Negli ottagoni

episodio 1
episodio 2
  1. La principessa Psiche è così bella che le genti la venerano, come Venere terrestre.
  2. Venere, adirata, la addita al figlio Amore perché la punisca.
  3. Amore, guardando la giovane, si punge con la sua stessa freccia e si innamora di Psiche.
  4. I genitori portano Psiche davanti all’oracolo di Apollo, per conoscerne il destino. L’oracolo rivela che Psiche è destinata a un essere non umano, terribile, di cui hanno paura persino gli dei.
  5. Psiche, lasciata sola su un monte, viene sollevata dal vento Zefiro che la porta al palazzo di Amore.
  6. La principessa viene deposta su una radura e si addormenta.
  7. Psiche entra nel palazzo meraviglioso dove mani invisibili le offrono un banchetto. (Psiche riceve la visita tutte le notti di un tenero amante che, tuttavia, le impedisce di vederlo).
  8. Le sorelle le fanno visita e le insinuano il dubbio che l’amante sia un mostro e la incitano ad accendere il lume e a ucciderlo.
  9. Psiche, mentre l’amante dorme, accende una lucerna e vede la straordinaria bellezza di Amore; una goccia d’olio del lume cade su Amore che si sveglia dal dolore, la rimprovera e se ne va (lo si vede nel mezzo ottagono sopra questa scena).
episodio 9

La storia prosegue nelle lunette, dalla parete sud, in senso inverso:

10. Venere scopre che Amore l’ha tradita e lo minaccia.

11. Cerere e Giunone intercedono in favore di Amore.

12. Psiche, in cerca di Amore, chiede aiuto a Cerere, ma ne è respinta.

13. Psiche chiede invano l’aiuto di Giunone.

14. Venere chiede a Giove l’aiuto di Mercurio per ritrovare Psiche.

15. Mercurio, messaggero degli dei, diffonde alle genti l’ordine di catturare la principessa.

16. Psiche è catturata da Abitudine, che la trascina per i capelli; Inquietudine e Tristezza la torturano su ordine di Venere.

17. Psiche è sottoposta a varie prove: la prima è la separazione di sementi diverse da un grande mucchio. Viene aiutata dalle formiche.

18. Valicando monti e superando un fiume (personificato), Psiche raggiunge un gregge di pecore dal vello d’oro. Ma gli animali sono feroci e la ragazza, disperata, sta per gettarsi da una roccia. Una canna palustre (personificata) le suggerisce di attendere: passato il caldo meridiano, nel pomeriggio le pecore tornano ad essere mansuete e Psiche potrà raccogliere, tra i rovi, i bioccoli pretesi da Venere.

19. Nella terza prova, Psiche raccoglie l’acqua del fiume infernale Stige, custodita da draghi orrendi. Ci riesce perché Giove, che prova pena per lei, le manda in soccorso la propria aquila.

20. Psiche raggiunge il regno degli Inferi e chiede alla regina Proserpina un po’ della sua bellezza, da riporre in un vaso da donare a Venere. Proserpina accetta, ma le ingiunge di non aprire il vaso.

21. Psiche, tornata sulla terra, non resiste alla curiosità ed apre il vaso: ne esce un veleno che la lascia moribonda. A quel punto, Amore, che è guarito, la va a cercare e la risana con il tocco di una freccia.

22. Giove accoglie sull’Olimpo Amore e Psiche, alla quale dona l’immortalità. E unisce i due giovani in matrimonio.

Lungo la cornice, che corre ai piedi delle lunette, è la scritta dedicatoria:

FEDERICUS. GONZAGA. II. MAR. V. S. R. E.

ET. REI. FLOR. CAPITANEUS. GENERALIS.

HONESTO. OCIO. POST. LABORES. AD. REPARANDAM.

VIRT. QUIETI. CONSTRUI. MANDAVIT.

(Federico II Gonzaga V marchese di Mantova capitano generale di Santa Romana Chiesa e della Repubblica Fiorentina ordinò di costruire per l’onesto ozio dopo le fatiche per ritemprare le forze nella quiete).

La parte sottostante delle pareti era ricoperta di corami rossi e d’oro.

Il pavimento, a disegni geometrici e di raffinata fattura, a mosaico “battuto”, riprende le suddivisioni del soffitto. Fu realizzato, come quelli delle altre camere, da Paolo Pozzo nel 1784-1786.

Camera dei Venti o dello Zodiaco

Il nome della camera si deve ai sedici mascheroni nel fregio sopra le lunette, dalle gote gonfie e in stucco dorato, personificazione dei Venti, che soffiano.

Il soggetto è legato all’astrologia: nella volta, come fossero bassorilievi di bronzo, i segni zodiacali. Accanto ad ognuno, un medaglione (a volte due) illustra l’attitudine legata a quel segno. Al centro della volta, l’impresa del Monte Olimpo.

Sull’architrave della porta è scritto un brano di Giovenale: parla della dipendenza dei destini umani dall’influsso delle stelle:

DISTAT ENIM QUAE SIDERA TE EXCIPIANT (Dipende infatti da quali stelle ti accolgono).

Ci dice che tutto dipende dagli astri, dalle loro posizioni, allineamenti, congiunzioni.

Camera delle Aquile

È un ambiente piccolo ed era la camera da letto di Federico Gonzaga.

La decorazione alterna di pittura e stucchi. Contiene marmi di grande pregio.

Il nome le deriva dalle quattro aquile nere, dalle ali spalancate, entro grandi valve dorate, che una volta erano a foglie d’oro zecchino.

Sul soffitto, La caduta di Fetonte: il figlio di Apollo, aveva voluto guidare i cavalli del sole, ma non era riuscito a farlo, sconvolgendo la vita sulla terra, e Giove lo fece precipitare in Po.

Sulla volta si vede un tralcio di vite, all’interno del quale dei putti vivaci fanno corse, capriole, salti. Quattro riquadri, sempre in stucco, narrano storie di dei. È opera del Primaticcio di altissima qualità.

Più in basso, quattro lunette, suddivise in riquadri, posano su peducci ornati da Arpie dalle ali spalancate.

Il camino è di marmo lumachella delle Prealpi trentine, in una tonalità che spazia dal porpora al verde. La cappa è strigliata, con le salamandre agli angoli. La scritta sull’architrave porta ancora la scritta di Federico II Gonzaga, V marchese. Solo nel 1530 Carlo V elevò Federico a duca.

Entrambe le porte sono di marmo greco, chiamato “portasanta”, perché è della stessa qualità di quello in cui fu scolpita la Porta Santa della basilica di San Pietro in Vaticano, nel 1525. Fu il medesimo maestro di marmi a lavorare entrambe, ricavandole dallo stesso blocco; queste, però, rispetto a quella romana, arrivarono a Mantova solo l’anno dopo, via mare e via fiume, da Civitavecchia a Venezia e da qui – via Po e Mincio – a Mantova.

Loggia di Davide

La loggia è meravigliosa. Vasta come la sala dei Cavalli, sorprende per l’ampia volta a botte e per il triplice arco, retto da gruppi tetrastili e colonne appaiate, che offrono una bellissima vista sul giardino. La loggia diventa anche balconata sulle Peschiere, colme d’acque e pesci lacustri.

Il tema iconografico riguarda re Davide, visto nelle sue virtù di uccisore del gigante Golia e compositore di salmi; ma anche nei suoi difetti: l’innamoramento per Betsabea, vista mentre fa il bagno, e l’invio sul campo di battaglia, dove morirà, del marito di lei. Negli ottagoni del soffitto: La toeletta di Betsabea, Il bagno di Betsabea, L’ebbrezza di Uria (il marito di Betsabea, che Davide fa ubriacare per poi mandarlo in guerra).

Nella storia di re Davide, possiamo leggere la storia stessa di Federico. Anche lui non sopportava l’idea di condividere l’amore di Isabella Boschetti col marito di lei, Francesco di Calvisano, e lo fece uccidere, dopo averlo accusato di complotto.

Gli ornati della volta, a riquadri e ottagoni, sono separati non da foglie di vite o alloro, ma dalle canne palustri dal pennacchio violetto, a imitazione di quelle che coprivano i laghi di Mantova.

terzo ottagono con lo squarcio prodotto da una palla di cannone

La falla che si vede nel terzo ottagono, non è una caduta di colore, ma l’esito di una cannonata di quando gli austriaci erano di stanza al Te e si esercitavano a sparare contro l’esedra. Un giorno, un colpo di cannone perforò il soffitto della Loggia.

Nelle lunette della parete occidentale: al centro, lo stemma dei Gonzaga; ai lati: Davide che lotta con l’orso e Davide che lotta col leone. Nelle lunette sopra le porte: Davide e Golia e Davide che suona la cetra.

Le statue nelle nicchie, rappresentanti le Virtù, sono un’aggiunta del Seicento.

Camera degli Stucchi

È uno degli ambienti più eleganti e armoniosi del palazzo. E il capolavoro di Francesco Primaticcio. La camera è ornata di soli rilievi dall’esecuzione finissima.

La volta è suddivisa in 25 riquadri, con bassorilievi bianchi su sfondo nero. Sembrano cammei. Vi sono modellati con finezza personaggi del mito e della storia.

Nelle lunette sono scolpiti Ercole e Marte.

Un doppio fregio sulle pareti raffigura Un esercito romano in marcia. Il fregio è ispirato alle colonne di Traiano e di Marco Aurelio, e si sviluppa per oltre 60 metri.

Leggiamolo a sommi capi, cominciando dall’angolo sinistro, in alto, della parete di fronte all’ingresso:

  1. La retroguardia dell’esercito esce dalla porta di una città, con i carri delle vettovaglie.
  2. Alcuni soldati armati e con lo scudo (notare il bambino con l’elmo in capo), sono ammucchiati vicino a un guado.
  3. Gli uomini si spogliano e attraversano il guado, tenendo il fardello alto sugli scudi.
  4. Un altro fiume (personificato) viene attraversato mediante un ponte.
  5. Soldati cavalcano velocemente.
  6. (Fascia inferiore) Prosegue la cavalcata, poi i cavalieri scendono a terra e trattengono per le redini i cavalli.
  7. L’imperatore a cavallo procede con la mano tesa. Dietro di lui, uno scudiero regge un cartiglio con l’aquila bicipite, anacronistico omaggio a Carlo V d’Asburgo.
  8. Davanti all’imperatore sono i littori e i musici; più avanti i sacerdoti portano gli animali da sacrificare.
  9. I cavalieri attraversano un guado.
  10. Alcuni artigiani precedono l’esercito: un armaiolo, col suo carro di attrezzi e armi, un falegname ed altri, per allestire e organizzare l’accampamento; insieme a schiavi con cammelli, muli e cavalli.
  11. (parete della finestra) Due squadroni di cavalieri si lanciano al galoppo: il primo indossa armature a squame, il secondo (oltre la finestra) è armato alla romana.

Camera degli Imperatori

Anche qui continuano i temi iconografici legati al mondo greco-romano.

Al centro della volta l’affresco con Cesare che ordina di bruciare le lettere di Pompeo, per non venire a conoscere le trame che legavano Pompeo sconfitto ai notabili di Roma.

Le vele sono occupate da sei rettangoli verticali, separati da un tondo, che ritraggono imperatori e guerrieri.

Agli angoli, una vittoria e due putti di stucco presentano quattro imprese gonzaghesche: il Boschetto, la Salamandra, l’Olimpo e lo Zodiaco. L’impresa dello Zodiaco ritrae la Terra immobile nel firmamento e il motto IN EODEM SEMPER (sempre nello stesso luogo): è forse metafora della fedeltà in amore.

Camera dei Giganti

È un capolavoro del Manierismo, l’ambiente più celebre, per la potenza espressiva dei dipinti e per la composizione molto originale. Qui tutto è pittura, pareti e soffitto si confondono. Anche perché tutti gli angoli vengono smussati.

Giulio dà vita al mito della Caduta dei Giganti, che rovinano al suolo e sono schiacciati davanti ai nostri occhi.

Il mito narra che i Giganti, abitatori della Terra, volessero conquistare il cielo e sostituirsi agli dei. Non potendo accedere al sacro monte Olimpo, vi accostarono, uno sull’altro, i monti Pelio e Ossa, e iniziarono la scalata. Ma Giove, aiutato dagli altri dei, scagliò i suoi fulmini e tutti gli elementi si abbatterono sulla montagna dei Giganti, travolgendoli e seppellendoli sotto enormi rocce.

Il momento raffigurato è quello della vendetta in atto, con le montagne che crollano e trascinano con sé case e palazzi, e i giganti che soccombono. I paesaggi intorno – che si intravedono in mezzo alle rovine – sono flagellati dal vento. Solo il trono di Giove, lassù, è in una calma perfetta.

Sulla parete delle finestre c’era un camino, ora scomparso. Al di sopra è raffigurato Plutone che accorre in Sicilia, preoccupato per i terremoti che vi si verificano: colpa del gigante Tifeo, rimasto colà sepolto. Più in alto, l’Etna erutta fiamme e lava. Accanto ai giganti caduti, ci sono delle scimmie: sono frutto di un errore di lettura delle Metamorfosi, comunque simboli di abiezione.

Il gigante Tifeo e l’Etna
graffiti

L’opera viene letta dagli studiosi come omaggio alla potenza di Carlo V che aveva saputo sottomettere spietatamente tutti i suoi nemici.

Giulio Romano esprime in questa camera un’altissima capacità inventiva: oltre alla lezione di Raffaello, vi è accolta tutta la potenza della volta michelangiolesca della Sistina.

Tutto intorno alla camera, ad altezza d’uomo, compaiono scritte graffite diverse, che i restauratori degli anni Ottanta hanno scelto di non eliminare: ricordano il malcostume dei visitatori di lasciare un segno di sé. Le più antiche risalgono al Cinquecento, e ci sono anche quelli dei lanzichenecchi che saccheggiarono Mantova nel 1630.

Con la camera dei Giganti, terminano gli ambienti monumentali del Palazzo. Ora è una breve sequenza di stanze che occupa l’ala sud, restaurate ai primi dell’Ottocento.

Camerino a crociera

È di piccole dimensioni, quindi destinato ad uso privato. Ha una volta a crociera dipinta a raffinate grottesche, stucchi e peducci, mascheroni. L’opera fu compiuta fra il 1534 e il 1535.

Camerino delle Grottesche

Detto anche delle otto facce, ha una volta con vele e, all’interno delle vele, piccoli riquadri a stucco con giochi di putti su sfondo scuro che li fanno sembrare piccoli cammei. Il resto delle vele è dipinto a grottesche con foglie, insetti, fiori, uccelli, figurine, animali fantastici.

Camerino di Venere

La decorazione a stucco della volta è quasi interamente perduta, ma la decorazione a grottesche è sfavillante di colori e di esecuzione raffinatissima. Quattro fasce con spade, scudi, faretre chiudono la composizione, alludendo alle virtù marziali del signore. All’interno un rettangolo di color oro racchiude racemi con uccellini dai colori vivaci. Ai quattro angoli, amorini in volo porgono oggetti da toeletta: pettini, piumini, specchio ecc. Il rettangolo centrale ha fondo rosso e, nel mezzo, una delicata figura di Venere allo specchio, assistita da Cupido.

Camera dei Candelabri

Le pareti e il soffitto sono dei primi dell’Ottocento. Il fregio è di Giulio: è diviso in riquadri, tondi e candelieri; agli angoli sono effigiati prigioni, in piedi o in ginocchio, su uno sfondo di trofei d’armi. La decorazione pittorica ha motivi floreali, figurine e mascheroni.

Il soffitto ligneo è decorato con stucchi di rose, cornucopie e, al centro, la dea Artemide.

Camera delle Cariatidi

Le cariatidi sulle pareti e i tre pannelli rettangolari provengono da due ambienti giulieschi di Palazzo Ducale, trasportati e qui sistemati nell’Ottocento. I pannelli rappresentano tre parti della giornata: l’Aurora, sulla parete d’ingresso, il Giorno e la Notte. Nel fregio originale ci sono tondi entro ghirlande. Le figure alate sono neoclassiche.

Loggia meridionale

È una camera di ampie proporzioni che era stata progettata come loggia e doveva avere la stessa funzione della Loggia delle Muse, ma rimase incompiuta. L’attuale sistemazione delle pareti e il soffitto ligneo sono dovuti all’intervento di restauro di Paolo Pozzo nel 1790.

Camera delle Vittorie

È l’ultima stanza decorata, ma è una delle più antiche.

Incanta il soffitto a cassettoni, dipinto a figure. Al centro lo stemma Gonzaga prima del 1530. Negli angoli, quattro mensole scorciate sorreggono l’impresa del monte Olimpo. Negli altri quattro cassettoni, vi sono donne riprese in azioni quotidiane: una donna anziana spulcia un bambino, una donna stende una camicia ad asciugare, una giovane si pettina e un’altra mette un vaso di garofani su un balcone. L’iconografia è unica nel palazzo; ma il richiamo è all’oculo della Camera Picta, nel Ducale, dove Mantegna, oltre allo scorcio prospettico, aveva dipinto una donna che si pettinava e un vaso sul parapetto del balcone.

Originale il fregio a racemi rilevati, a forma di croce, con busti; negli angoli, Vittorie con le trombe della Fama in mano.

Le peschiere e la facciata sul giardino

Si ritorni alla Loggia di Davide e si attraversi il ponte sulle peschiere. Le peschiere ospitano pesci lacustri, bagnano il bugnato del palazzo, dandogli un fascino “veneziano”.

La facciata del palazzo, da qui, è di una bellezza assoluta, con il succedersi di pilastri e colonne che sorreggono le quattro serliane di ciascun lato. I poggioli permettono la continuità di veduta fra interno ed esterno, e donano a stucchi e affreschi giochi di luce incantevoli. Il tutto si specchia nelle pescherie, raddoppiando l’armonia.

In alto, c’era una balconata continua, cancellata durante i restauri del ‘700, per sostituirla con il timpano. A mio parere, troppo pesante per questa facciata aerea e leggera.

Il giardino

Il giardino: in fondo l’esedra, a sinistra l’Appartamento del Giardino Segreto

Come fosse disegnato, non si sa, per cui si preferisce tenerlo a prato (e vi si svolgono concerti all’aperto a fine estate).

Fermatevi un momento. A sinistra, verso nord, c’è l’edificio che chiude la peschiera da quel lato: ospitava una cappella e le macchine idrauliche per fontane e giochi d’acqua (oggi contiene libreria e bar). Nello stesso lato, in fondo, c’è l’Appartamento segreto.

A oriente, si stende l’esedra, una costruzione scenografica aggiunta a metà Seicento dall’architetto Nicolò Sebregondi. Un altro edificio chiude il giardino sulla destra, a meridione: sono le Fruttiere e servivano per il ricovero invernale delle piante ornamentali più delicate e degli agrumi. Ora è usato come spazio espositivo per le grandi mostre.

Appartamento del Giardino Segreto

Nonostante Palazzo Te fosse, già di per sé, un luogo dove il principe poteva coltivare l’onesto ozio, Federico vuole un luogo ancora più intimo e riservato: l’appartamento del Giardino Segreto.

Dietro al desiderio, c’è di sicuro la volontà di emulare la madre, Isabella d’Este, che in Palazzo Ducale si era fatta costruire un ambiente tutto suo, con un giardino segreto, come luogo di solitudine, studio, riposo.

Vestibolo

È a pianta ottagonale allungata. La volta a spicchi è decorata a finissime grottesche. Nelle vele, oltre alle grottesche, si vedono due imprese del Monte Olimpo. Nell’ottagono centrale, sotto una pergola d’uva, stanno dei putti vendemmianti.

Il pavimento è a mosaico con ciottoli di fiume a più colori.

Camera di Attilio Regolo

Ha pavimento, camino e decorazioni parietali di fine ‘700. La volta è invece originale, con stucchi e affreschi cinquecenteschi. Nell’ottagono centrale è dipinta l’Allegoria delle virtù del principe. Nei quattro spicchi pentagonali sono narrate due episodi della storia romana (Attilio Regolo e Orazio Coclite) e due dell’antica Grecia (Alessandro e Zeleuco). Nei rettangoli verticali sono dipinte le Virtù (Giustizia, Carità, Fortezza e Custodia – una figura femminile avvolta in un velo e affiancata da un drago).

Loggia

La Loggia è affacciata sul Giardino Segreto. Le tre aperture sono delimitate da due colonne centrali in marmo lumachella, e due semicolonne alle estremità. La volta è a botte.

Tutto il piccolo ambiente è decorato. Nella volta e nelle lunette è affrescata la storia di un uomo, dalla nascita alla morte, il cui riferimento letterario non è noto, ma di facile lettura. Ne vediamo la Nascita, l’Allattamento, il Lavoro nei campi, il Riposo, l’Innamoramento, la Guerra, l’Infermità, il Sacrificio a Giove, la Morte (con la fiaccola spenta abbandonata in terra); la Buona Fama e la Cattiva Fama che si contendono la memoria del defunto; e infine l’Apoteosi celeste dell’anima. Ciascun episodio è contornato da cornici floreali, con tondi, losanghe e riquadri con piccole figurazioni a stucco.

Le pareti hanno pannelli con grottesche che circondano medaglioni dallo sfondo rosso cupo, con figure di satiri. La parete lunga ha una fascia centrale con un lungo dipinto raffigurante Le nozze di Peleo e Teti. Nella fascia alta, fra belle grottesche, l’Impresa dell’Olimpo; nella fascia inferiore, l’Impresa del Boschetto. La loggia ha un pavimento a ciottoli, diviso in scomparti con emblemi gonzagheschi: tra questi, l’Impresa della Quercia, appartenente al duca Vincenzo I (1587-1612).

Giardino

Nel fregio alto del muro che recinge il giardino, si alternano 18 nicchie, affrescate o decorate a stucco, con episodi della favole di Esopo e il piccolo monumento dedicato al cagnolino di Federico.

Gli affreschi si sono perduti, ma alcuni stucchi si possono ancora ammirare.

Le nicchie sono ornate con fregi e, nei due angoli inferiori, recano una impresa. Ad esempio, sotto il monumento al cane, c’è l’impresa dell’Olimpo.

Grotta

Di fronte alla Loggia, si apre un portale, fatto di rocce naturali, che immette alla Grotta. La Grotta fu voluta da Vincenzo Gonzaga, nipote di Federico, a fine ‘500.

L’ambiente è diviso in due piccoli spazi comunicanti: un vestibolo e la grotta vera e propria che termina ad abside, e in cui si intrecciavano i giochi d’acqua.

Le pareti sono rivestite di mosaici fatti di conchiglie, madreperla, stucchi e pietre colorate.

Dappertutto le incrostazioni rocciose fingono un ambiente sotterraneo. In alto e ai lati, sono dipinte finte aperture sul cielo, dove si sporgono fronde o volano uccelli.

Altri piccoli affreschi riguardano episodi della storia di Alcina e Astolfo, tratte dall’Orlando Furioso.

E, con questo ambiente, termina la visita del Palazzo dei Lucidi Inganni – come è stato definito nel tempo.

Bibliografia

UGO BAZZOTTI, Palazzo Te a Mantova, Skira 2021

GIAN MARIA ERBESATO, Il Palazzo Te di Mantova, IGDA 1981

STEFANO SCANSANI, Omnia Mantova, Tre Lune 2008

Giulio Romano, Catalogo della mostra, Electa 1989

Per le fotografie ringrazio Svetlana Dmitrieva, Renata Calza, Dori Pavesi.

Ho scaricato la foto aerea da Google-Immagini