GIOVANNI PASCOLI, Addio!

GERARDO DOTTORI, Volo di rondini, 1932

Dunque, rondini rondini, addio!

Dunque andate, dunque ci lasciate
per paesi tanto a noi lontani.
È finita qui la rossa estate.
Appassisce l'orto: i miei gerani
più non hanno che i becchi di gru.

Dunque, rondini rondini, addio!

Il rosaio qui non fa più rose.
Lungo il Nilo voi le rivedrete.
Volerete sopra le mimose
della Khala, dentro le ulivete
del solingo Achilleo di Corfù.

Oh! se, rondini rondini, anch'io ...

Voi cantate forse morti eroi,
su quest'albe, dalle vostre altane,
quando ascolto voi parlar tra voi
nella vostra lingua di gitane,
una lingua che più non si sa.

Oh! se, rondini rondini, anch'io...

O son forse gli ultimi consigli
ai piccini per il lungo volo.
Rampicati stanno al muro i figli
che al lor nido con un grido solo
si rivolgono a dire: Si va?

Dunque, rondini rondini, addio!

Non saranno quelle che le case
han murato questo marzo scorso,
che a rifarne forse le cimase
strisceranno sopra il Rio dell'Orso,
che rugliava, e non mormora più.

Dunque, rondini rondini, addio!

Ma saranno pur gli stessi voli;
ma saranno pur gli stessi gridi;
quella gioia, per gli stessi soli;
quell'amore, negli stessi nidi;
risarà tutto quello che fu.

Oh! se, rondini rondini, anch'io...

io li avessi quattro rondinotti
dentro questo nido mio di sassi!
ch'io vegliassi nelle dolci notti,
che in un mesto giorno abbandonassi
alla libera serenità!

Oh! se, rondini rondini, anch'io...

rivolando su le vite loro,
ritrovando l'alba del mio giorno,
rimurassi sempre il mio lavoro,
ricantassi sempre il mio ritorno,
mio ritorno dal mondo di là!

da Canti di Castelvecchio

NOTE AL TESTO

Becchi di gru: i frutti del geranio. Il Geranium deriva etimologicamente dal greco Géranos = gru; l’infruttescenza allungata e affusolata ricorda il becco di una gru. Curiosità: nell’area germanofona, viene chiamata “becco di cicogna”.

Nilo: dal Nilo vengono alcune varietà di rose, in Egitto svernano le rondini.

Khala: termine libanese a indicare una pianura fertile protetta dal vento.

Achilleo: l’Achilleios era una villa, costruita nel 1890, per l’imperatrice Elisabetta d’Austria; solingo dopo l’assassinio dell’imperatrice, avvenuto il 10 settembre 1898.

Voi… morti eroi: secondo il mito, il canto delle rondini si ricollegava alle tristi vicende di Progne e Filomela.

Vostra lingua: secondo Eschilo, la rondine parla un “ignoto linguaggio barbaro”; gitane: zingare, nomadi dalla lingua incomprensibile.

Strisceranno: il volo radente delle rondini. Rio dell’Orso: corso d’acqua di Castelvecchio, adiacente alla casa di Pascoli.

Rugliava: urlava, termine lucchese. Rumore del torrente ingrossato dalle piogge primaverili.

In questa poesia, Pascoli riprende dalla letteratura classica il topos della rondine, del suo eterno andare e ritornare, portando primavera e fuggendo l’autunno e il freddo inverno. La sua vita è il caldo, il sole.

È finita qui la rossa estate – dice il poeta –, le rondini si radunano per partire e l’io poetico, a malincuore, grida il suo addio: i tre dunque indicano la fatica di rassegnarsi al commiato.

Del resto, l’autunno è metafora del tempo tardo della vita, la vecchiaia. E si fatica ad accomiatarsi dalla giovinezza (il rosaio qui non fa più rose). Le rondini invece andranno dove le rose continuano a fiorire, in luoghi esotici dai nomi evocativi (il Nilo, la Khala, l’Achilleion di Corfù).

L’io poetico qui introduce un nuovo motivo:

Oh! se, rondini rondini, anch’io…

Come a dire: se potessi anch’io… Che cosa? Partire? Vivere in mondi diversi? Vedremo che la frase sfocerà in ben altro desiderio.

Le rondini si radunano con gridi indecifrabili, in una lingua sconosciuta, barbara, nomade, zingara: si accordano forse per il percorso o forse danno gli ultimi consigli ai piccoli, inesperti ancora del lungo viaggio.

Certo, quando le rondini torneranno, non saranno più le stesse che hanno costruito i nidi nel marzo scorso; altre li ripareranno, rifacendone gli orli (le cimase); altre voleranno radente lungo il ruscello di Castelvecchio – che urlava, gonfio di piogge recenti, e ora è secco.

Però tutto sarà ancora come prima: i voli, i gridi, i nidi, la gioia del sole, l’amore per i piccoli.

Ed ecco che torna il motivo “Oh, seanch’io”; e questa volta il nodo viene sciolto:

io li avessi quattro rondinotti
dentro questo nido mio di sassi!
ch’io vegliassi nelle dolci notti,
che in un mesto giorno abbandonassi
alla libera serenità!

È il rimpianto della mancata paternità, vista come impossibilità di rivivere nella vita dei figli.

È la coscienza dolorosa di una cesura tra continuità della specie e limitatezza dell’uomo, una cesura fortissima nel mondo umano, ma quasi assente nel mondo animale.

Le anafore (ma saranno/quella) e le reiterazioni (stessi) della sesta strofa sono collegati proprio al tema della continuità della specie.

Ecco, allora, l’aspirazione a identificarsi con la condizione delle rondini, cui è dato di ripetere le stesse azioni di padre in figlio, senza soluzione di continuità.

L’ultima strofa sottolinea questa ripetizione continua, che dà senso alla vita: tutti i verbi si aprono in anafora col prefisso ri- (rivolando, ritrovando, rimurassi, ricantassi). Straordinario il primo verso:

rivolando su le vite loro

cioè: “tornando a volare portato dalle loro ali”, un gioco d’equilibrio perfetto per dire “rivivendo in loro”. In versi come questo si misura la grandezza di Pascoli.

METRICA.

La poesia è composta da otto strofe di decasillabi.

Il ritmo varia: nei primi 4 versi di ciascuna strofa troviamo il ritmo trocaico (accenti 1,3,5,7,9), mentre gli ultimi versi di ogni strofa e i ritornelli sono caratterizzati da un ritmo anapestico (accenti 3,6,9).

Nei primi quattro versi di ogni strofa lo schema delle rime è A-B-A-B (alternata), l’ultimo verso è tronco e rima a coppie con l’ultimo verso della strofa successiva (gru/Corfù, sa/va, più/fu, serenità/là).

NOTE

Testo consultato: GIOVANNI PASCOLI, Canti di Castelvecchio, cura di Giuseppe Nava, Rizzoli, 1994

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