PARMA, 22 maggio 2022

Oggi si va a Parma, c’è una mostra da vedere. Sui Farnese.

E noi ce li sentiamo un po’ parenti, i Farnese, dopo tutto quello che abbiamo visto di loro, a Napoli.

Parma mi sembra caotica, cerchiamo un parcheggio in via Mentana e lo troviamo. Manovre al limite del codice, ma ci siamo.

Alla Pilotta. Un paio di scolaresche davanti. Mi fanno entrare da un’altra porta, senza scalini. La Betta e la Fiore contrattano i biglietti: gratis – ça va sans dire – per me e un accompagnatore (la Cri), per loro due: sconto anziani, sconto coop, ecc. Un altro po’ e la bigliettaia glieli dava, lei, i soldi…

Pilotta, Ingresso alla Galleria Nazionale

MOSTRA: I FARNESE, Architettura, Arte, Potere

La mostra presenta alcuni dei preziosi quadri finiti a Capodimonte, dopo che Elisabetta, l’ultima della dinastia, sposata al re di Spagna, ne aveva fatto dono al secondogenito, Carlo di Borbone, divenuto re di Napoli. Difficile? Ma la storia delle dinastie italiane è così intrecciata che, solo studiandole, possiamo capire perché i tesori artistici di Urbino siano finiti a Firenze, e come la quadreria Farnese sia stata dirottata a Napoli. O come il papa Paolo III Farnese abbia determinato le sorti dei suoi discendenti, legandoli al ducato di Parma e Piacenza.

Tabellone con la genealogia dei Farnese

Nelle prime stanze ci sono soprattutto disegni e planimetrie (duecento disegni di architettura!!) delle due città principali del ducato, piante e disegni delle sedi del potere (la villa di Caprarola, palazzo Farnese a Roma, la Pilotta), roba da specialisti.

Al piano superiore si comincia a ragionare: una decina di quadri da Capodimonte, che è bello rivedere. E alcuni oggetti dal Museo Archeologico, il mitico indimenticabile MANN.

Correggio, Nozze mistiche di santa Caterina
Metto questo piccolo, incantevole quadro a indicare la raccolta farnesiana di Capodimonte.
Il sorriso del bambino, la tenerezza della Madonna, la leggerezza di Caterina, e tutt’e tre che sembrano giocare a uno scambio scherzoso, rendono quest’opera indimenticabile.
A. Carracci, Sposalizio mistico di S. Caterina
(non ci posso rinunciare, ho comprato anche il magnetino!
Tazza Farnese, I sec. a.C., in agata sardonica.
Il più grande cammeo del mondo, acquistato da Federico II (un pensiero alla sua tomba, nella cattedrale di Palermo), ha poi fatto il giro del mondo: Samarcanda, Napoli – alla corte degli Aragonesi –, Firenze, e poi ancora Napoli. È magnifico!
A Napoli non l’avevamo vista perché la sezione delle gemme era chiusa (causa Covid e stanza piccola). È bello vederla qui! I personaggi incisi formano una allegoria dell’Egitto: al centro la personificazione del fiume Nilo, la dea Iside e Trittolemo, il primo uomo a coltivare il grano.
Messa di san Gregorio, 1539, mosaico di piume di pappagallo, pigmenti e oro su legno.
Quest’opera fu eseguita da artigiani aztechi per papa Paolo III Farnese, per aver difeso, con l’enciclica Sublimis Deus, l’umanità e i diritti degli indigeni. Ma il dono non giunse mai al papa, probabilmente a causa dei pirati. È stato ritrovato in Francia e ora è in un museo francese.
Non credo sia l’originale (che doveva essere esposto pochi giorni, per evitare la eccessiva esposizione alla luce), ma la sua copia analogica.

E i Farnese? Almeno qualche immagine di loro devo metterla.

Il primo quadro, qui sotto, era in mostra; ma il secondo, il più significativo per la storia politica della famiglia, il direttore Bellenger non l’ha sganciato. L’ho messo lo stesso, se no non si capisce.

Raffaello, Ritratto di Alessandro Farnese (futuro papa Paolo III), 1510 c.
Tiziano, Ritratto di Paolo III coi nipoti Alessandro e Ottavio (1546), figli di suo figlio Pierluigi, iniziatore della dinastia regnante a Parma.
Il pontefice, al centro, è abbigliato con la veste rossa, come Alessandro, il nipote di sinistra, cardinale. Stesso rosso, leggermente più scuro, colora la grande tenda che cala dall’alto a destra. Sotto di essa, invece, il nipote Ottavio – successore nel ducato del padre Pierluigi – è rappresentato di profilo in abito nero.

GALLERIA NAZIONALE e TEATRO FARNESE

Poi si entra in Pinacoteca.

Ma, le fa da meraviglioso atrio, il Teatro Farnese, che è sempre una gioia per gli occhi, per chi lo conosce; e una vera, incantata sorpresa, per chi – come la Cri – lo vede per la prima volta.

Costruito nel 1617-1619, per volontà di Ranuccio Farnese, dall’architetto Gio. Battista Aleotti. Fu usato solo otto volte, anche per una naumachia. Fu ammiratissimo da tutti gli intellettuali stranieri del ‘700 e dell’800, che giungevano a Parma, apposta per vederlo. Non avendo uscite di sicurezza, anche ora è raro che vi sia allestito uno spettacolo.

Ho letto che sono tre i grandi teatri del tardo Rinascimento, capolavori ciascuno a suo modo, che rientrano a pieno titolo nella storia del teatro in Italia: l’Olimpico di Vicenza, quello All’antica di Sabbioneta, e questo. Li ho visti tutt’e tre. Nei primi due ho assistito anche a delle messinscene. Sono tutt’e tre magnifici. Qui c’è l’incanto del legno rossiccio-rosato, parte autentico, parte rifatto, dopo che le bombe del 1944 lo distrussero – maledette le guerre! E benedetti i restauratori! Ma le statue di stoppa, stracci e gesso dello stuccatore Reti, sono perdute…

In Pinacoteca c’è Correggio

Correggio, La Madonna della scala
Correggio, La Madonna di san Girolamo
Quanto bello è?! Quel bambino cosi vispo con quel musetto incantevole e i ricciolini tirabaci; quell’abito d’oro della Maddalena e i suoi capelli ondulati e dorati; la figura statuaria di san Girolamo e il leone che ci guarda, con una espressione partecipe e umana; l’alba sullo sfondo, un’armonia indicibile di giallo, rosa e blu…
Non per niente Francesco Algarotti[1] lo definì “forse il più bel dipinto che uscisse mai di mano d’uomo”

[1] Grande saggista e collezionista d’arte del Settecento; amico dei più grandi filosofi e artisti europei.

E il Parmigianino

Parmigianino, Ritratto di gentildonna (La schiava turca), 1532 c.
Celebre lo sguardo malizioso della giovane. Il titolo, errato, è legato al copricapo, la “capigliara”, ideata da Isabella d’Este. Di virtuosismo estremo è la resa delle piume del ventaglio. Genio del Parmigianino!
Parmigianino, Sposalizio mistico di santa Caterina. Che tenerezza in quei bambini che giocano a fare la Madonna, Gesù, Caterina! e gli angeli che s’infilano a forza per stare nell’inquadratura! I due santi adulti, a sinistra, sembrano incapaci di tenere l’ordine…

Leonardo, La scapigliata
È proprio bello il gioco di questo volto reclinato e ambiguamente sorridente, e il non-finito dei capelli che, a stento trattenuti da un nastro, si gonfiano intorno alla testa e ricadono serpentinati sulle spalle!
Filippo Mazzola, Cristo portacroce, 1505 c.
Bello questo quadro del Mazzola, che ha ripreso un modello ampiamente trattato dai pittori coevi: Cristo che porta la croce, la quale taglia in diagonale il dipinto. Cristo che veste una tunica rossa, listata d’oro al collo; e ci guarda direttamente e ci coinvolge.
Giuseppe Baldrighi, Autoritratto con la moglie, 1757

Il Baldrighi era pittore di corte per i Borbone.

Qui si autoritrae, vestito con una elegante zimarra in seta e una cuffia in cotone, mentre aiuta la moglie (Adelaide Nougot, americana) a mettersi in posa per il ritratto. Infatti, alle sue spalle, la tela è preparata con il disegno in biacca bianca. Notare il gatto in braccio alla donna: completamente indifferente a quanto sta avvenendo, punta con decisione al cardellino in gabbia. Il pittore amava i gatti, soprattutto d’angora, e li seminava nei suoi quadri.

Dedicato alla Betta e alla Fiore, fanatiche dei gatti.

Usciamo che sono passate le due. E del resto la mostra apriva alle 10.30! un orario folle, adatto per Palermo; ma – in questa città padana – che senso ha?

Pranziamo all’aperto in via Pisacane: tagliere di prosciutto e parmigiano. Si sta bene.

Poi cerchiamo di entrare al Museo Glauco Lombardi, ma l’addetta è nervosissima, dice che chiude fra mezz’ora. Ma che orari fanno i musei di Parma?! Una chiusura alle 4 del pomeriggio, non l’ho mai sentita.

Ci resta il Duomo, che è quel gioiello che è.

DUOMO

Saliamo subito al presbiterio – quant’è lunga la scalinata! per raggiungere il transetto destro.

Poi la Deposizione dell’Antelami ti fa dimenticare la fatica. Perché l’emozione è fortissima: una commozione tutte le volte. Resterei a guardarla per ore.

Benedetto Antelami, Deposizione, 1178.

È l’unico pannello sopravvissuto di un pontile che si trovava in cattedrale. Ed è un capolavoro della scultura gotica. Tutta la scena è contenuta in una cornice di viticci. Le scritte, sopra le figure, aiutano a riconoscere i personaggi.

Al centro, il corpo di Cristo viene calato dalla croce; è sorretto da Giuseppe d’Arimatea che gli bacia il costato. Un braccio è sorretto teneramente dalla madre (Sancta Maria), aiutata dall’arcangelo Gabriele; davanti a Maria c’è la personificazione della Ecclesia che ha in mano il calice col sangue di Cristo; dietro, san Giovanni e le tre Marie (Maria Maddalena, Maria di Giacomo, Maria Salomè; le ultime due hanno una mano aperta nel “gesto della testimonianza”: confermano che Gesù è il Messia).

Tutte le figure femminili hanno delle deliziose scarpine trapuntate!

da sinistra: le tre Marie e san Giovanni
da sinistra: la Madonna, l’Ecclesia, Giuseppe d’Arimatea sorregge il corpo di Gesù

Nella parte a destra, Nicodemo, sulla scala, toglie il secondo chiodo; poi si vede la Sinagoga (personificazione del mondo ebraico) costretta a chinare il capo dall’arcangelo Raffaele, e con gli occhi chiusi (perché non vede e non crede); poi c’è un centurione armato di spada e scudo rotondo; alla fine, un gruppo di soldati romani, alcuni dei quali (in primo piano) giocano a dadi la veste inconsutile di Gesù.

Alle due estremità superiori, la personificazione del sole e della luna (due teste umane inserite in ghirlande).

Solo il movimento di girare lo sguardo e c’è l’altro capolavoro: nella cupola, l’affresco con l’Assunzione della Vergine di Correggio. Folgorante!

la Vergine assunta fra un groviglio di angeli, nubi e santi

Correggio, Assunzione della Vergine

Un vortice di nubi, gambe e braccia, teste, vesti, verso l’oro, al centro. L’architettura è annullata, eliminati gli angoli, i personaggi – più che dipinti – sembrano librarsi in aria.

Dalla spirale di nubi che si attorciglia in un crescendo di luce, si distingue appena la nube su cui sale Maria, vestita di rosso e blu e spinta da angeli, alati e apteri, verso la sua glorificazione celeste.

Al centro, nell’abbacinante lume dorato, appare Gesù che ha spalancato i cieli e si fa incontro alla madre.

Nel groviglio paradisiaco ci sono santi, patriarchi e angeli. Alla destra di Maria, i personaggi maschili fondamentali della Bibbia: Adamo, in primis; dall’altro lato, le donne, e la prima è Eva.

Gli affreschi non risultano facilmente leggibili. È stata una scelta precisa del Correggio, che ha steso il colore in modo originalissimo, leggero e fluente, senza stacchi netti tra figura e figura.

L’affresco sconcertò i committenti, cioè i fabbricieri del duomo, che volevano far interrompere i lavori: del resto, l’opera era veramente troppo innovativa per i contemporanei. Solo il parere entusiasta del Tiziano li convinse a far proseguire l’opera.

E nessun’altra impresa pittorica del primo ‘500 costituì un modello altrettanto importante per il Barocco.

La discesa dal presbiterio è faticosissima. Non posso più avventurarmi fin lassù.

Usciamo dal duomo che sono quasi le cinque e il caldo si fa sentire – anche se la temperatura si è abbassata, rispetto ai giorni passati, siamo pur sempre sui 28 gradi, forse 30. Ci addentriamo fra vicoli e borghi, nella Parma più bella, e raggiungiamo l’auto. Qualche peripezia per uscire di città e la direzione è già Mantova.

In dialetto parmigiano, la felicità, non c'è: non si dice, in parmigiano, Sono stato felice, si dice «A ston stè ben», son stato bene, così come non si dice, in dialetto parmigiano, Ti amo, si dice «At voj ben», ti voglio bene. E io, ho pensato, io, a pensarci, la mia lingua, il pozzo delle mie emozioni, io l'ho scavato a Parma, e quando dovevo lavorare con loro, con le mie emozioni, dovevo usare le parole che ho sepolto a Parma, devo tornare a Parma e buttare giù il secchio in quel pozzo lì che ho scavato a Parma non potevo fare altrimenti. (Paolo Nori)

FINE

Grazie a Cristina, Elisabetta e Fiorenza per le fotografie.