
Con tutta semplicità devo dire che un tempo sembrava lontano il tempo in cui morire.
Ora non è più un pensiero strano. Ora è sempre lontano (almeno spero) ma posso già prefigurarmelo. Ho l'età
in cui dovrei fare ciò che volevo fare da grande e ancora non l'ho deciso. Faccio quello che faccio, altra scelta non ci sarà:
leggo di miei coetanei che muoiono all'improvviso.
Nella giovinezza, il tempo della morte è un futuro lontanissimo. Poi i tempi si accorciano. In età matura, il tempo della morte diventa un pensiero costante, quotidiano.
Con un tono di amara ironia, il poeta mette in versi questa riflessione; e dichiara la propria impotenza a decidere circa il proprio destino.
L’impotenza di prima, di allora (quando doveva decidere “ciò che volevo fare da grande”), e ancor più l’impotenza di ora (“altra scelta non ci sarà”). La morte è sempre più un evento concreto, constatato ogni giorno sui giornali (“leggo di miei coetanei che muoiono all’improvviso”).
In tutta la poesia traspare l’autocondanna dell’io che, senza averlo “deciso”, si è lasciato trascinare in una lunga grigia mediocrità.
Giovanni Giudici (1924-2011) è stato uno dei grandi poeti italiani del Novecento.
L’immagine è di Ferdinand Hodler, Sera d’autunno, 1893. L’ho scaricata da Google-Immagini
