Martedì, 22 settembre
Ore 8.30. Arrivato in anticipo l’autista che ci porterà a Reggio. La Cri è salita in casa a prendermi la valigia. L’autista (si chiama Maurizio) mi aiuta a salire sul pulmino. Sì, viaggiamo su un pulmino da otto posti, causa restrizioni Covid. La Betta e la Fiorenza sono già lì. Si parte.
Il treno Italo parte da Reggio Emilia, stazione Mediopadana.

Progettata dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava, inaugurata nel 2008. Non l’avevo mai vista. È suggestiva. La foto l’ho presa da Internet. Nessuna di noi aveva in mente di scattare foto prima dell’arrivo a destinazione. E la destinazione non è Reggio.
Ore 10.38: treno per Napoli in perfetto orario, carrozza 2, posto 7, si viaggia in prima classe. A causa del Covid, si viaggia distanziati: niente vicini di posto. Si sta bene qui! Ogni poco il personale porta stuzzichini e bevande. Meglio di così …

Alle 11.40: siamo già a Firenze Santa Maria Novella. C’è un sole pallido. Le previsione sul tempo sono pessime. Speriamo che siano tutte sbagliate.
Ore 12.52: ora c’è il sole e nubi bianche, prima abbiamo attraversato un acquazzone. Dovremmo essere vicini a Roma. Tanto percorso è in galleria. Poi si emerge tra queste colline dolci, di pini marittimi e vallette un po’ più ombrose.
Ore 13.10, Roma Tiburtina. Non viene voglia di scendere: che tristezza, qui. Sole e nuvole alte.
Alle 14.30: siamo ad Afragola, tempo scuro.
Ed è Napoli, finalmente!
Aspettavo Napoli da anni, da sempre. E adesso ci sono…
Ho ricevuto in treno la chiamata del driver (si è presentato così!! Ho pensato: questo è scemo! Driver a Napoli!). Ci aspetta appena fuori dalla stazione, davanti alla libreria Feltrinelli, con una … 500! No, dico io, a Mantova ci hanno mandato un pulmino da otto affinché potessimo mantenere la distanza stabilita per legge e qui … una Cinquecento: tre dietro e io davanti con l’autista, col driver, cioè.
B&B Super Otium, via Santa Teresa degli Scalzi. Vincenzo, il proprietario, ci aspettava. Stanza bella: due camere, due bagni, le finestre danno sul cortile. C’è un ascensore vecchissimo. Racconta la Fiore che qui gli ascensori li chiamano tramammuro! Questo mi piace, altroché driver!


Via Salvator Rosa è una delle vie più trafficate di Napoli, porta al Vomero.
Ore 16.45: il taxi–driver (sempre lui) ci porta a palazzo Zevallos-Stigliano. Si comincia a ragionare.
Palazzo Zevallos-Stigliano
Il Palazzo fa parte delle Gallerie d’Italia. Siamo nella centralissima via Toledo.
Eretto nel ‘600 – tempo di dominazione spagnola – da Cosimo Fanzago, per la famiglia degli Zevallos, nobili venuti dalla Spagna, che vollero un palazzo nobiliare almeno su questa via, non potendo costruirne uno nei vicini, ma già affollatissimi, Quartieri Spagnoli.
Il palazzo passò poi alla famiglia Colonna di Stigliano (ed ecco l’altro cognome). Infine, nell’800, fu sede della Banca Commerciale Italiana, che adeguò la struttura alla nuova destinazione d’uso, con la creazione del grande salone a pian terreno, al posto del cortile. Per fortuna, è rimasto il secentesco meraviglioso portale.
Al piano nobile del palazzo, dal 2007, c’è la Galleria d’arte.
E c’è l’ultimo Caravaggio – strepitoso; c’è Artemisia, in un quadro che è tutta lei, nei colori e nelle fisionomie. Ci sono i pittori dell’Ottocento: La terrazza del Morelli, dei Giacinto Gigante, un Toma, tutti entusiasmanti – se amate l’Ottocento in pittura.
E c’è Gemito! Quanto è straordinario Vincenzo Gemito! Le sculture e i disegni… (manca la Zingara, che conto di vedere dopodomani, nella mostra di Capodimonte, uno dei gioielli di questa galleria). Ma anche L’acquaiolo è un prodigio.
CARAVAGGIO, Martirio di sant’Orsola

La scena è rappresentata in un ambiente chiuso, permeato da luci ed ombre, soprattutto ombre, dense. Il personaggio a sinistra è Attila, in abiti secenteschi. Ha appena scagliato la freccia e ha sul viso una smorfia, quasi di perplessità. Poi c’è Orsola, trafitta dalla freccia, appena visibile sul seno: la santa piega la testa in avanti e, con le mani, spinge indietro il petto, come per vedere meglio lo strumento del martirio. Non sembra provare dolore, piuttosto rassegnazione o stupore, ma il volto e le mani bianchissime preludono alla morte. Tre barbari, anch’essi in abiti moderni (uno indossa un’armatura), stanno accorrendo a soccorrerla, quasi increduli del gesto del re. In quello alle spalle di Orsola, Caravaggio ha raffigurato sé stesso, con la bocca dischiusa e una espressione di dolore.
Commissionata dal banchiere genovese Marcantonio Doria (la cui famiglia aveva la santa come protettrice), eseguita con molta rapidità dal pittore, la tela non era perfettamente asciutta quando fu consegnata all’intermediario. Esposta al sole per asciugarla in fretta, il sole sciolse la vernice. Attribuita per anni a Mattia Preti, Mina Gregori la riconobbe come opera del Caravaggio nel 1973 (documenti d’archivio successivi avvalorano l’attribuzione in modo inoppugnabile).
Altri quadri:





Uscite da palazzo Zevallos, restando su via Toledo, siamo andate ad esplorare un negozio di saponi. Ce ne aveva parlato Vincenzo del B&B. La Betta ne ha fatto incetta, io ho comprato un pezzetto di sapone al miele.
Da via Toledo, su per via Pessina, poi giù per via Foria-Cavour (non abbiamo capito come si chiami, in realtà – solo che qui Cavour lo pronunciano Càvur). Arrancando, ma la strada l’ho fatta tutta. Cena alla Pizzeria ristorante Lombardi in via Foria. Di nuovo via Foria-Cavour. Ore 10: doccia e letto.
Ho scritto poche cose sul quadernino, poi sono crollata.
Mercoledì, 23 settembre
Oggi si sta in centro a vedere capolavori.
Ore 9.30: Cappella Sansevero. Perché – dicono – non si può venire a Napoli e non visitarla.
Anche se, nell’immaginario collettivo, il suo Cristo velato è diventato come la Gioconda: così famoso da provocare un moto di fastidio. C’è la coda, infatti – nonostante si entri scaglionati, e abbiamo pure prenotato. Non si può fotografare. Per cui le immagini sotto le ho scaricate tutte da internet.
Tre sono i pezzi celebri:

Francesco Queirolo, Il disinganno Dedicata, da Raimondo di Sangro, al padre Antonio, il quale, dopo aver perso l’amata giovanissima moglie (solo un anno dopo la nascita del figlio), condusse una vita disordinata e viziosa; salvo poi, da anziano, abbracciare le fede e dedicarsi a una vita sacerdotale. Lo scultore genovese immaginò un giovane genio o putto, simbolo dell'intelletto umano, che , con la mano destra indica il globo terrestre, simbolo della mondanità, e con l’altra aiuta una figura maschile nell’atto di liberarsi da una strepitosa! rete di marmo, la rete dell’inganno, del peccato e della menzogna. Questa rete mi sembra veramente una superba prova di maestria, degna del Bernini.

Antonio Corradini, La pudicizia Dedicata alla madre, Cecilia Gaetani. Lo scultore era famoso in tutta Europa per la rara capacità di lavorare il marmo. Qui la donna è avvolta da un bellissimo e aderentissimo velo che cela e enfatizza le forme del corpo. La lapide spezzata fa riferimento alla morte prematura della Gaetani; l’incensiere ai suoi piedi è un riferimento a quelli utilizzati durante le cerimonie massoniche; il ramo di quercia, che sembra fuoriuscire dal basamento, è un rimando all’albero della conoscenza o all’albero della vita.

Giuseppe Sanmartino, Cristo velato Cristo è sdraiato su un materasso, il capo sorretto da due cuscini e inclinato di lato. Il velo aderisce perfettamente al viso e al corpo, alla vena gonfia sulla fronte, alle trafitture dei chiodi sui piedi e sulle mani, al costato scavato, mettendo in luce – anziché nasconderle – le sofferenze. Di lato, gli strumenti della Passione: corona di spine, chiodi, tenaglia. Davvero un capo d'opera.
Ci sono due particolari, nel Cristo, che mi sembrano emozionanti: un pizzo preziosissimo che borda il sudario; e un chiodo ritorto che solleva un lembo del velo, come se vi si fosse impigliato. Particolari geniali che gli danno verità.



Nella volta: Francesco Maria Russo, La gloria del Paradiso È bellissima, con l’illusione delle sue false architetture, di squarci improvvisi, di angeli che convergono al centro dov’è la colomba dello Spirito Santo; la quale reca nel becco un triangolo, dai molteplici significati: nel Cristianesimo rappresenta la Trinità, nella Massoneria è distintivo del Maestro Venerabile, nel sistema dei Pitagorici è la lettera greca delta, simbolo della nascita cosmica. I colori sono ancora vivi e luminosi: inventati dal principe Raimondo, sono detti oloidrici, per la loro formula a base di olio e acqua. Il tempo non li ha offuscati.
Eppure c’è qualcosa in questo luogo che mi opprime: forse una drammaticità ostentata, cupa – cupa, ecco – senza speranza, senza redenzione. Persino il corpo del Cristo sembra che non potrà risorgere mai.
Non siamo andate a vedere le macchine anatomiche: nessuna di noi aveva voglia di scheletri. Abbiamo preferito lo shop.
Poi, fuori, verso piazza San Domenico e la Pasticceria Scaturchio: l’arte ci ha fatto venire fame e sete. La sfogliatella è da sogno.


A mezzogiorno, abbiamo appuntamento (ho comprato i biglietti on-line, perché l’ingresso ai monumenti è ancora contingentato, causa Covid) alla Cappella di San Gennaro, il capolavoro del Barocco napoletano.
Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro
Si entra in duomo, la cappella è sulla destra e … non appartiene al duomo. No. È della città. È uno spazio “civico”.
Infatti non fu costruita dai vescovi, ma da una Deputazione, organo collegiale nominato dalle autorità municipali. Fu l’adempimento di un voto a san Gennaro, fatto dalla città nel 1527, dopo che la peste aveva provocato oltre 250.000 morti; e la guerra e il Vesuvio avevano fatto il resto. Ancora oggi la Cappella non dipende dall’autorità religiosa, ma dal sindaco di Napoli.
Per questo lo spazio è fisicamente e giuridicamente separato da quello della Cattedrale. Per sottolineare la differenza di competenza, persino il pavimento è diverso.


E a Cosimo Fanzago, il grande architetto e scultore del Seicento – e “che sta alla Napoli barocca come Bernini sta a Roma” – si deve il grandioso cancello di ottone che separa lo spazio della Cattedrale da quello della Cappella, la sfera della chiesa da quella della città. Al centro del cancello, la mezza figura di Gennaro benedicente è presente due volte: all’interno e all’esterno. È un gioco concettuale tipicamente barocco, perché il nome del santo deriva da quello di Giano, il dio romano con due facce, il dio delle soglie e delle porte (ianua, in latino): in suo onore chiamiamo ancora “gennaio” il mese che è la porta dell’anno. [da T. Montanari]


La Cappella è di fatto un sacello votivo che custodisce le reliquie, e soprattutto il sangue, del patrono, San Gennaro. Entriamo e siamo circondate da un popolo di statue d’argento e di bronzo; da una serie senza fine di storie colorate che si snoda sulle pareti.
Questo di lato è il busto-reliquiario di San Gennaro, lavoro in argento dorato di tre artisti provenzali del ‘300. Racchiude il cranio del santo.
In genere è in cappella, ma oggi è stato trasferito sull’altare maggiore, sorvegliato dalla forza pubblica.
È che sono i giorni successivi alla ricorrenza del 19 settembre – dedicato a San Gennaro, anniversario della sua morte nel 305 – , giorno dello scioglimento del sangue e della processione. E, per una settimana, il reliquiario sta, appunto, in chiesa, sull’altare maggiore. Ci chiediamo l’un l’altra se quest’anno il sangue si sia sciolto. Non lo sappiamo. Meglio non manifestare la nostra completa ignoranza in materia.

Le lunette e i pennacchi della cupola furono dipinti dal Domenichino: che, in queste scene affollatissime, con le Storie di San Gennaro, raggiunge un’altissima intensità lirica. Alla di lui morte (1641), Giovanni Lanfranco fu incaricato di affrescare la cupola. Il risultato fu lo spettacolare Paradiso: una gran macchina rotante di nubi e santi. Archetipo di tutte le cupole del Barocco napoletano.
Le sei pale per gli altari furono invece dipinte non su tavole o tele, ma su lastre di rame incorniciate da pietre dure: quattro sono di Domenichino, una di Massimo Stanzione, una di Ribera.

Jusepe de Ribera, San Gennaro esce illeso dalla fornace
È meravigliosa! Davvero un capolavoro incredibile! Ha colori squillanti.
Sono indimenticabili l’azzurro del cielo e l’oro degli abiti del santo, che squarciano l’aria della cappella come squilli di tromba.
E poi c’è proprio lui, Gennaro: che esce senza una bruciatura – solo un po’ pallido, sudato, la mitria sulle ventitré – dalla fornace in cui l’avevano chiuso i soldati romani per cuocerlo a puntino.
Come quello di un pupazzo a molla, il suo salto spacca in due il quadro: sotto, più vicino a noi, ecco il terrore e lo stupore degli uomini (e di quel ragazzo vestito di rosso, che ci guarda negli occhi e spalanca la bocca, per il terrore). Sopra, verso il cielo della cupola, va in scena la danza serena degli angeli. (da T. Montanari)

Altare maggiore: su disegno di Francesco Solimena, ha un sontuoso paliotto con rilievo d’argento, raffigurante la Traslazione delle reliquie del Santo da Monte Vergine a Napoli, portate dal arcivescovo napoletano Alessandro Carafa nel 1497 (quello del Succorpo, per capirci). Dietro l’altare maggiore, in una cassaforte, è custodito il reliquiario con le ampolle col sangue di San Gennaro (lo dico sulla fiducia, mica si vede).
La cappella è adorna di diverse statue: al miglior allievo del Bernini, Giuliano Finelli, fu chiesta la statua in bronzo di San Gennaro in cattedra, oltre alle dodici statue dei compatroni della città.
Duomo
Percorriamo la navata del Duomo velocemente – la chiusura è vicina – e ci dirigiamo verso il presbiterio.
Vorrei tanto visitarlo, ma il presbiterio è presidiato dai vigili a causa del reliquiario di San Gennaro.
Poi la Betta parte, parla coi vigili, ci fa cenno di salire (santa Elisabetta delle cause impossibili!): possiamo vedere la cappella – solo esternamente, ma del resto è chiusa e buia… E invece, quando ci avviciniamo al cancello, si accendono le luci all’interno e possiamo ammirarla in tutto il suo splendore. Be’, quasi tutto il suo splendore, visto che il cancello è invece rimasto ostinatamente chiuso!
Cappella Minutolo


Monumento funebre del cardinale Arrigo Minutolo (+1412) con statua giacente del defunto e, sul sarcofago, Natività e santi. Il sepolcro e la cappella sono i monumenti meglio conservati della cattedrale in stile gotico napoletano. Da notare la bellezza e la leggiadria delle statue colorate e delle colonne tortili che reggono il baldacchino.
In questa cappella Boccaccio ha ambientato la parte finale della novella di Andreuccio da Perugia: “Quel giorno era morto un arcivescovo di Napoli chiamato Filippo Minutolo ed era stato messo nella tomba con molti ori e un rosso rubino al dito che costava più di cinquecento fiorini. E i due volevano andare proprio a prendere queste cose al morto… presero la via della chiesa maggiore e vi entrarono molto facilmente, poi raggiunsero la tomba, che era molto grande e di pietra e, con i loro ferri, alzarono il coperchio in modo che un uomo vi potesse entrare ”
Tornate nella navata, scopriamo che il Succorpo è chiuso: niente statua del cardinale Carafa inginocchiato. Ci avviamo per vedere almeno il battistero, ma è tardi, dobbiamo ritornare nel pomeriggio.
E allora, fuori, alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti – che la sfogliatella di Scaturchio ormai non funziona più.

Dopo pranzo, torniamo in Duomo. Dalla terza cappella a sinistra, si entra nell’antica chiesa di Santa Restituta, una delle cattedrali della Napoli paleocristiana, edificata nel IV secolo. Privata delle prime campate nel ‘300 per far posto alla nuova cattedrale, rimaneggiata nel ‘700 con stucchi e ori, resta poco della chiesa primitiva: affreschi frammentari nell’abside e alcuni plutei marmorei duecenteschi.
In fondo, a destra, si entra nel
Battistero di S. Giovanni in Fonte
Della seconda metà del IV secolo, fatto decorare dal vescovo Severo.
Incredibile, spiazzante: chi si immaginava un mosaico (un mosaico!?) in piena Napoli? E invece è lassù, luminosissimo – molte tessere sono cadute, le pareti intorno sono nude, ma lassù quell’oro è splendido. Questo mosaico è più antico degli antichissimi mosaici di Ravenna; sopravvissuto ai secoli, ai cambiamenti, ai bombardamenti e alle devastazioni. C’è lassù, nel disco blu stellato, la mano di Dio, che incorona la croce monogrammatica; intorno, gli apostoli, in candide toghe, si muovono in un giardino edenico, scintillante.


Scrive la guida: “i coevi, splendidi mosaici [sono] tra i più preziosi che si conoscano e di tale fattura che né Roma né Ravenna possono vantarne di uguali”.
Ore 15.30, appuntamento con Caravaggio.
Pio Monte di Misericordia
Non facciamo in tempo ad entrare, che fuori scroscia una pioggia decisa.
Ed eccolo qui, il Caravaggio tanto desiderato! Ne resto folgorata. Chi se lo aspettava, che fosse così straordinariamente intenso?
Ricordo l’effetto che mi fece La conversione di Matteo, tanti anni fa – be’, mi sta succedendo la stessa cosa: una sorta di incanto che lascia senza parole. Ti immergi nel tutto con tale intensità che rischiano di sfuggirti i particolari.

Caravaggio, Le sette opere di misericordia
Un tema astratto (le Sette opere di misericordia corporale) diventa, nelle mani di Caravaggio, una narrazione straordinariamente concentrata e compressa. Episodi del mito (Pero che allatta il padre Cimone attraverso le grate del carcere), della Bibbia (Sansone che beve con la mascella d’asino), o della agiografia (S. Martino che divide il suo mantello con un mendicante nudo), si fondono a scene riprese dalla realtà: un cadavere è portato fuori a braccia, illuminato dalla rossa luce di una torcia (com’è potente quella luce!), e viene condotto alla sepoltura; due pellegrini sono accolti da un oste; uno storpio (che quasi non si vede, nell’angolo basso a sinistra) chiede l’elemosina. Su tutto plana la Madonna, madre di misericordia, mentre gli angeli le stendono un manto che si confonde con i panni stesi ad asciugare nel vicolo. (liberamente da T. Montanari)
Mi piacciono tanto gli angeli che fanno la voltatella, con un volo “a ficchetto” da cui quello di sinistra sembra volersi proteggere protendendo le mani! E mi piace la luna riflessa sul mare, a dare un’altra piccola e necessaria fonte di luce… a risposta della luce frontale che – a chiazze – inonda particolari del primo piano.
Resta da dire che mai, mai Caravaggio aveva osato raccontare con tanta libertà la vita di strada per innalzarla sull’altare!
Ma Napoli permetteva libertà impensabili altrove. Qui La morte della Vergine sarebbe stata accettata ad occhi chiusi.
«La camera scura è trovata all'imbrunire, in un quadrivio napoletano sotto il volo degli angeli lazzari che fanno la "voltatella" all'altezza dei primi piani, nello sgocciolio delle lenzuola lavate alla peggio e sventolanti a festone sotto la finestra da cui ora si affaccia una "nostra donna col bambino", belli entrambi come un Raffaello "senza seggiola" perché ripresi dalla verità nuda di Forcella o di Pizzofalcone.» (Roberto Longhi)
Intorno al quadro, più tardi, ci ricostruirono la chiesa. Proprio così: un quadro così straordinario doveva essere al centro di uno spazio nuovo, degno di lui. E lo è.
Attorno ci sono altre tele, alcune veramente belle, ma come reggere il confronto con questa?
Siamo rimaste lì, ad ammirarla in tutti i particolari, per un tempo illimitato. Gli occhi non si stancavano mai…

Poi siamo andate su, nella sede del Pio Monte, a visitarne sale e pinacoteca. Colpisce il tavolino eptagonale ove sedevano e siedono i sette governatori del Pio Monte; ciascuno di loro è tuttora preposto a una opera di misericordia (che è scritta sul loro lato del tavolo). La carica è semestrale.
Per oggi, direi, ne abbiamo avuto abbastanza. Il cervello non reggerebbe una emozione in più.
La sera decidiamo di provare la pizzeria Starita a Materdei: meravigliosa, ottima Margherita!
Torniamo a piedi, stavolta la strada è in discesa. Da Materdei in via S. Teresa degli Scalzi. Passiamo – inconsapevoli, ahnoi! – fra le due case di Ricciardi e di Enrica (ce ne siamo accorte solo tempo dopo, già a casa, quando, dopo lo sceneggiato, sono fioriti gli itinerari di Ricciardi e abbiamo prestato più attenzione ai luoghi raccontati da De Giovanni).
Giovedì, 24 settembre
Arriva il driver, cioè l’autišta e ci porta su, a Capodimonte. Ci si arriva per una strada sola, più trafficata in senso contrario, da chi scende a lavorare in centro. Passiamo sul ponte della Sanità. Poco dopo ci siamo. Il cancello d’ingresso è senza storia, incassato com’è tra la via e le auto, ma – appena lo si varca – la musica cambia. Il palazzo è affascinante, con quell’intonaco rosso acceso, tipico di Napoli, e tutto quel parco intorno.
Palazzo e Museo di Capodimonte
UN PO’ DI STORIA
Nel 1734 si insediò a Napoli la nuova dinastia dei Borbone che dette il via a una straordinaria attività edilizia. Nel 1738 venne avviata la costruzione del Palazzo di Capodimonte, in collina, pensato per accogliere la straordinaria raccolta Farnese, ereditata dal re, Carlo di Borbone, dalla madre, Elisabetta Farnese, ultima della dinastia che aveva governato il ducato di Parma e Piacenza, e possedeva ancora il palazzo di Roma (Palazzo Farnese! – sulle note della Tosca…). Un palazzo nato, dunque, come forziere. Solo più tardi divenne anche residenza principesca. Come scrisse Philippe Daverio: “A Napoli spesso le cose vanno all’opposto di come procedono nel resto del mondo”. Nel resto del mondo, infatti, sono le ex residenze principesche a diventare museo. Ma, per fortuna, ora il palazzo di Capodimonte è di nuovo tornato ad essere solo museo. E che museo!

Intorno al palazzo fu progettato un enorme parco, organizzato intorno a un ventaglio di cinque lunghi viali, con zone in stile francese e zone in stile inglese.
Nel parco fu costruita la Reale Fabbrica di Porcellana – vanto tecnico ed artistico della dinastia e della città. Era stata la regina, Maria Amalia di Sassonia, a portare in dote il segreto di fabbricazione della porcellana di Meissen.
La foto è stata scattata dalla zona toilette del terzo piano. Nel parco non ci siamo avventurate. A parte la stanchezza, scoppiavano sporadici acquazzoni…
È stata, questa, l’unica occasione in cui abbiamo visto spicchi di mare.
Il Museo comprende: la collezione Farnese, l’appartamento reale, la sezione della pittura napoletana (con pale d’altare e dipinti provenienti da chiese e conventi di Napoli), la galleria dell’Ottocento e la collezione d’arte contemporanea.
Poiché la visita comincia dalla Sala Farnese, dove sono conservati diversi ritratti riguardanti famiglia e collezione, parliamo un po’ di loro.
I FARNESE E LA LORO COLLEZIONE
L’origine della raccolta è legata al cardinale Alessandro Farnese che, nel 1534, diventò papa col nome di Paolo III. Appassionato cultore d’arte, promosse scavi a Roma, riservandone i reperti solo alla sua famiglia, e costituì la più straordinaria collezione di sculture antiche del tempo. Nel 1545 creò, per il figlio Pier Luigi, il feudo di Parma e Piacenza, che separò – arbitrariamente – dallo Stato Pontificio. Il nipote Alessandro, anch’egli cardinale, ereditò dal nonno la passione per l’arte e la collezione Farnese fu ampliata e arricchita, con dipinti “moderni”. E così fu per tutti gli eredi Farnese, che trasferirono man mano le collezioni a Parma, dove la raccolta si ingrandì ulteriormente con confische e requisizioni. Fino ad arrivare ad Elisabetta che la lasciò al figlio, Carlo di Borbone.

Tiziano, Ritratto di Paolo III con i nipoti Alessandro e Ottavio Farnese Oltre a essere uno dei capolavori del Tiziano, il quadro è importante perché ci parla dei Farnese dell’inizio: vi è ritratto il papa Paolo III con i due nipoti, Alessandro e Ottavio, figli di suo figlio. Alessandro, il grande collezionista, indossa l’abito cardinalizio e volge lo sguardo verso di noi, estraneo al colloquio degli altri due, e afferra con una mano la sedia del papa, forse per dichiarare il desiderio di succedergli sul soglio pontificio. Il papa, seduto, è anziano e curvo, ma con gli occhi ancora vivi e attenti, e la mano ossuta che, con piglio volitivo, stringe il bracciolo della sedia. Ottavio gli si inchina davanti, con un atteggiamento che pare ambiguo e falsamente ossequioso, rivelando l’atteggiamento prudente del giovane duca, che fu accorto politico. Nel gioco di sguardi e gesti, Tiziano ci svela il complesso intreccio di ambizioni e intrighi esistenti fra i vari membri della famiglia Farnese. Il dipinto è giocato sulle tonalità del rosso: dal rosso acceso del panno del tavolo, al rosso più pacato delle vesti cardinalizie e della mantellina papale, al rosso scuro della giubba di Ottavio e del pesante tendaggio che inquadra la scena.
La Pinacoteca è sistemata secondo un criterio cronologico, e uno dei primi quadri riguarda la storia di Napoli: è il quadro di Simone Martini che ritrae San Ludovico da Tolosa e il fratello Roberto d’Angiò.
Per cui bisogna aprire un’altra parentesi.
GLI ANGIÒ E I FRANCESCANI
Gli Angioini ottennero il Regno di Napoli e dell’Italia meridionale nel 1266, dopo la sconfitta di Manfredi, figlio dell’imperatore Federico II Hohenzollern. A Carlo I successe Carlo II, il quale ebbe dalla moglie, Maria d’Ungheria, sette figli maschi. Il primogenito, Carlo (detto Carlo Martello) morì giovanissimo (fu cantato da Dante nel canto VIII del Paradiso). Successore al trono diventava il secondogenito Ludovico. Ma Ludovico si era avvicinato alla spiritualità francescana e aveva rinunciato ai suoi diritti: nonostante l’opposizione del padre, era entrato nell’ordine ed era stato nominato vescovo di Tolosa; qui aveva dimostrato la sua adesione all’ideale di S. Francesco in un rifiuto delle ricchezze e nella piena vicinanza ai poveri. Quando egli morì di stenti, a poco più di vent’anni, la casata angioina cercò di farlo proclamare santo; tentativo difficile, visto che, in quegli anni, era in atto un forte conflitto all’interno dei Francescani tra gli Spirituali, cui apparteneva appunto Ludovico, che predicavano una povertà assoluta, e i Conventuali, cioè la parte meno rigorista nei confronti dei beni mondani. La questione fu risolta nel 1317 con la sua canonizzazione.

Simone Martini, San Ludovico da Tolosa
Destinata alla chiesa francescana di S. Lorenzo Maggiore a Napoli, la pala d’altare celebrava la recente proclamazione a santo di Ludovico d’Angiò. Simone Martini fu incaricato di un compito difficile: celebrare Ludovico, sì, ma senza parlare troppo del suo dichiarato amore per la povertà e, piuttosto, spostare l’attenzione sulle sue nobili origini, sul ruolo di vescovo (evidenti nella mitria e nel manto che copre il saio francescano), sulla rinuncia alla corona in favore del fratello Roberto (inginocchiato davanti a lui). I gigli di Francia sulla cornice, il fondo d’oro, la preziosità del pastorale e delle vesti, del pavimento stesso: tutto parla della nobiltà e del potere, ben poco della povertà così cara a Ludovico. Solo nella terza scena della predella, c’è un riferimento francescano: il santo dà da mangiare ai poveri di Tolosa. [da T. Montanari]
Qui di seguito, solo alcuni fra gli straordinari dipinti del museo. La scelta è assolutamente arbitraria: dipende dalle foto scattate; e anche gli scatti dipendono da un sacco di fattori: la luce, il riflesso, l’emozione, la voglia, l’attenzione, la fretta, la distrazione e tutto il resto – e poi, mica potevo metterle tutte!!

Parmigianino, Ritratto di giovane donna (Antea)
Opera meravigliosa! Bisognerebbe venire qui anche solo per lei. Cent’anni dopo l’esecuzione del quadro, la giovane donna fu identificata con Antea, una cortigiana romana – cosa assurda – ma il nome le è rimasto. In realtà, si tratta di una giovane nobile, probabilmente parmense, con i capelli raccolti in una elaborata acconciatura e ricche vesti. Ha orecchini con pendenti di perle, un anello, una catena d’oro lungo la scollatura, guanti, ermellino che le scende dalla spalla (per raccogliere le pulci, segno di distinzione per le dame di quel tempo). Il grembiule, finemente ricamato, era un indumento indossato dalle nobildonne dell’Italia settentrionale. La giovane donna porta una mano al petto, come a contenere l’intensità di una emozione che traspare anche dallo sguardo fisso e intenso, dritto e deciso che ti guarda senza timore, come per una decisione già presa e non negoziabile.

Botticelli, Madonna col bambino e angeli
Il quadro riprende la Madonna col Bambino di Filippo Lippi (agli Uffizi), presso la cui scuola Botticelli si era formato. La Madonna china il volto e guarda pensosa il figlio che, sorretto da due angeli, protende verso di lei le braccia per essere preso in collo. La scena è come compressa all’interno di un recinto marmoreo che delimita l’hortus conclusus, chiara allusione alla verginità di Maria. Al di là della balaustra, si vedono costoni rocciosi e cipressi.


Colantonio, San Gerolamo nello studio, 1445 c.
Abbiamo scoperto Colantonio, un grandissimo pittore napoletano (Antonello da Messina è stato suo allievo). Il quadro si trovava in S. Lorenzo Maggiore, insieme all’altro qui sotto, ed era destinato alla celebrazione del pensiero francescano di cui S. Girolamo era stato ispiratore. Il Santo è nello studio, mentre toglie la spina dalla zampa del leone, che gli si era avvicinato nel deserto. L’espressione di quel leone mi fa davvero ridere: sembra dire “ ’tento-a-te! Ridi un altro po’ che – appena questo qui mi libera, ti do un’unghiata…”. A causa della destinazione francescana del quadro, il santo veste un semplice saio e, del suo abito cardinalizio, resta solo il cappello rosso, abbandonato su uno sgabello. Intorno a lui, la splendida natura morta dei libri e degli appunti sparsi (a testimoniare i lunghi studi che lo avevano portato a tradurre la Bibbia in latino). Straordinaria la precisione minuziosa (fiamminga, direi) con cui sono descritte le diverse qualità delle carte, dei legni e dei vetri.


Caravaggio, Cristo alla colonna o Flagellazione, 1607
Quanta emozione! Un grande quadro. Caravaggio cancella sempre tutti gli altri, concentra tutto lo sguardo. Si trovava nella chiesa di S. Domenico Maggiore fino al 1972, poi hanno pensato bene di metterlo al sicuro qui. Cristo è raffigurato al centro, legato alla colonna, con un panno avvolto attorno ai fianchi e la corona di spine in testa. Il momento è quello che precede la flagellazione. Il suo corpo si torce, ma la testa è reclinata, in atto di rassegnazione. Intorno sono disposti i due aguzzini: uno lo afferra per i capelli, l’altro lo colpisce con un calcio; il terzo è accucciato in primo piano a preparare nuove verghe. Sui torturatori si addensano ombre profonde, mentre il corpo di Cristo è investito da una luce accecante. Ed è proprio il forte contrasto fra luci e ombre a sottolineare la drammaticità del fatto narrato.

Sebastiano del Piombo, Ritratto di papa Clemente VII
Questo ritratto mi ha sempre affascinata. Lo trovo di una intensità incredibile. Papa Clemente siede sul suo seggio di tre quarti e volge lo sguardo severo da un lato, come se un evento improvviso lo avesse disturbato. All’epoca del dipinto, egli aveva quasi 50 anni e il suo volto, con il mento e la mascella pronunciati, le labbra serrate, lo sguardo fiero, mostra i segni di un carattere deciso. La potente volumetria del corpo, accentuata dalla visione scorciata, la tavolozza giocata su tre soli colori, che si accendono di bagliori improvvisi o sprofondano in ombre scure, ma che restano freddi, persino il rosso, con effetti antinaturalistici. Il ritratto è precedente al Sacco di Roma del 1527, quando Clemente fece voto di farsi crescere la barba, in cambio della salvezza dalla furia dei lanzichenecchi. Si salvò, ma dovette pagare un riscatto e incoronare Carlo V. In un altro ritratto, sempre di Sebastiano e esposto accanto a questo, Clemente compare con la barba e sensibilmente invecchiato.

Correggio, Matrimonio mistico di S. Caterina
È un piccolo quadretto devozionale, tenero e commovente. Era appartenuto a Barbara Sanseverino e fu confiscato con altre opere dal duca Ranuccio Farnese, dopo la scoperta della Congiura dei Baroni (1612). Nella stretta inquadratura, sullo sfondo di un sintetico paesaggio, Maria è inginocchiata e offre alla principessa Caterina d’Alessandria il piccolo Gesù che le cinge la mano e le mette al dito l’anello, simbolo di unione mistica. Gesti e sguardi si intrecciano fra i tre con grande naturalezza familiare. Le due donne-ragazze si inclinano verso il centro e sui volti c’è una freschezza d’adolescenza; come tenerissimo è il bambino che si volge verso la madre divertito.








MOSTRA: VINCENZO GEMITO – dalla scultura al disegno
E c’è questa mostra meravigliosa su Vincenzo Gemito, uno dei più grandi artisti di Napoli e d’Italia dell’Ottocento.
Vincenzo Gemito (Napoli 1852-1929) fu scultore e disegnatore. Si formò sulle sculture del Museo Archeologico e trasse ispirazione, per i suoi modelli, dai vicoli del centro storico. Attivissimo negli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento, ebbe poi una grave sofferenza mentale e si segregò dal mondo per 18 anni. Riprese la vita pubblica solo nel 1909. Ma le sue ultime opere, quanto a freschezza, originalità e invenzione, non valgono quanto le prime: solo la grande tecnica non era perduta e gli straordinari disegni ne sono testimonianza.






Sono esposti disegni, sculture in terracotta (le sue opere più belle), qualche marmo. Per la maggior parte ritraggono bambini napoletani, soprattutto gli scugnizzi, i monelli da strada, spesso trovatelli. Straordinari sono il Pescatorello, l’Acquaiolo, la Zingara.



Una sezione è dedicata ad Anna Cutolo, detta Nannina, che Gemito sposò e da cui ebbe una figlia (i ritratti, i busti di Anna, persino quel terribile disegno di lei malata, col corpo deforme, sono fra le cose più belle in mostra).



Ci muoviamo fra le opere, incantate: ieri avevamo avuto un assaggio di Gemito a Palazzo Zevallos, ma chi si immaginava tutta questa palpitante umanità in terracotta e matita, tanta freschezza fisica in questi ragazzini da strada? o tanta vitalità in questi busti di uomini, spesso artisti, nel guizzo del movimento, degli occhi? tanta bellezza e sensualità nelle sue zingare, o popolane, ritratte con una gestualità e vivacità quasi pittorica?
Una mostra davvero notevole e affascinante.
Mostra: Napoli Napoli. Di lava, porcellana, musica.

Voluta e curata dal direttore di Capodimente, Sylvain Bellenger, è una installazione scenografica – trascrivo – “dell’artista francese Hubert Le Gall, in cui rivivere le 19 sale dell’appartamento reale in una commistione di arti: dalla rappresentazione teatrale alle musiche, dalle porcellane ai costumi del teatro San Carlo”. I costumi sono per la maggior parte di Odette Nicoletti.
Detesto le installazioni in genere e i manichini in particolare. Di questa mostra, tanto celebrata, potevo tranquillamente fare a meno.
Ma, nel percorso, c’è
Il salotto di porcellana, un prezioso boudoir settecentesco, voluto da Carlo di Borbone per la moglie, la regina Maria Amalia di Sassonia. Peccato che si possa guardare solo da fuori – magari è giusto, ma è un peccato lo stesso. È un “giocattolo” affascinante! Credo che qui si possa solo giocare: non studiare, non pensare, no, nessuna attività intellettuale – ma bere un buon tè parlando di niente, sì, questo si potrebbe fare…
Il salottino è decorato con oltre tremila pezzi di fine ceramica, modellati con figure nello stile rococò della “chinoiserie” ed è opera straordinaria della Real Fabbrica, nonché apice della cineseria italiana.
La stanza è piccola (poco più di 7x5x5), le pareti sono coperte da sottili lastre di porcellana di un bianco smagliante, sulle quali sono avvitate le parti decorative: rami, foglie, frutti, fiori di loto, trofei musicali con strumenti napoletani e orientali, quadretti di scene di vita cinese e cartigli con ideogrammi, alcuni veri – con versi che esaltano le virtù del re –, altri fantasiosi. Ci sono anche due coppie di specchi che dilatano lo spazio e riflettono le pareti.



Visto che le poche foto scattate erano tutte fuori fuoco, ho scaricato queste da internet.
Non so più a che punto, del percorso nel museo, abbiamo deciso che avevamo fame. Mi pare dopo il primo piano e la mostra di Gemito. Fatto sta che siamo scese e alla caffetteria erano rimaste poche cose. Abbiamo dovuto farcele bastare. Sedute all’aperto – aveva smesso di piovigginare – abbiamo pranzato con torta salata alla ricotta, spinaci e uova. Io ho bevuto del tè.
Un altro tè ce lo siamo prese alla fine di tutta la visita: erano quasi le sei e noi abbastanza distrutte – nonostante gli occhi fossero paghi di meraviglie. L’ideale sarebbe poter tornare, almeno per vedere meglio le opere del secondo piano: tutto quel barocco napoletano appena sfiorato… perché, non solo le gambe o la schiena, ma proprio il cervello non ce la faceva più.
Poi, alla ricerca di un taxi al telefono – quando sentivano che eravamo in quattro, ci dicevano di aspettare… Abbiamo aspettato, ma, dopo un po’, abbiamo approfittato di un taxi vuoto il cui autista non ha avuto problemi a caricarci tutte: à la guerre comme à la guerre!
La sera abbiamo cenato al ristorante La Campagnola, in via dei Tribunali. E finalmente ho potuto ordinare pasta e patate – era da un po’ che volevo provare ed era molto buona; le mie compagne hanno spazzolato diversi antipasti (ricordo peperoni ripieni, parmigiana di melanzane e altri tre o quattro antipasti).
Venerdì, 25 settembre
Stamattina, appuntamento sotto casa. Il B &B guarda dentro un cortile del Museo Archeologico!
Quindi: MANN! Cioè: Museo Archeologico Nazionale Napoli. Perché sia ben chiaro, sin dalla sigla, in che città si trova questa meraviglia. Leggo: “per ricchezza e qualità delle opere, è uno dei musei più importanti del mondo”.
MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE
L’imponente palazzo, ancora impalcato dalla parte di S. Teresa degli Scalzi, fu voluto da Ferdinando IV di Borbone, che raccolse qui l’enorme collezione paterna e – via via – i reperti che arrivavano, sempre più numerosi, dalle aree vesuviane, dopo l’inizio degli scavi nel Settecento.
Mostra: FUGA DAL MUSEO
Poco oltre l’ingresso, ci imbattiamo in una curiosa mostra di fotografie, dove sculture del museo sono state abbinate a scene di vita quotidiana, creando immagini divertenti e suggestive.
Gli scatti sono di Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla, che – ricopio – “attraverso la tecnica del fotomontaggio hanno dato vita a un universo parallelo in cui le statue antiche custodite al Museo Archeologico Nazionale, stanche di stare in posa, si staccano dai propri piedistalli per girare a piede libero nella città di Napoli, ritratta attraverso i suoi luoghi iconici”.
La mostra è stata anche portata, nei mesi scorsi, mesi di pandemia, fra le vie e i negozi della città: ora è di nuovo al MANN.
È bella, vivace, originale. Divertente. Un modo “diverso” di vedere le statue antiche.





Collezione Farnese.
Ed eccoci al piano terra, fra le statue della collezione Farnese, quelle che il papa Paolo III – durante gli scavi nel sottosuolo romano – aveva con un decreto riservato solo a sé e alla propria famiglia. La collezione stupisce per la straordinaria concentrazione di capolavori.
Riguardo alle foto, valgono le stesse cose dette per Capodimonte: voglia, luce, angolazione, ecc.; e in più il fatto che le statue sono difficili da rendere nella loro tridimensionalità, nel loro gioco di luce e ombre.

Toro Farnese (copia romana III sec. d.C.) Chiamato la Montagna di marmo, perché è stato scolpito in un unico blocco di marmo (del peso di 24 tonnellate). A oggi è il più grande gruppo marmoreo romano che si conosca. È davvero imponente; viene dalle Terme di Caracalla. Rappresenta il supplizio di Dirce, regina di Beozia, legata a un toro inferocito dai suoi figliastri, Anfione e Zeto, come punizione per i maltrattamenti che aveva inflitto alla loro madre, Antiope, amante di Giove.


Ercole Farnese Statua colossale del semidio, proviene dalle Terme di Caracalla. Ercole è rappresentato in riposo dopo l’ultima fatica nel giardino delle Esperidi, di cui tiene, nella mano dietro la schiena, i pomi rubati. Il braccio sinistro è appoggiato alla clava, sulla quale è riversa la pelle del leone di Nemea. L’eroe è ritratto nudo e la possente muscolatura del corpo è particolarmente accentuata. Ha una folta barba e i capelli ricci; un’espressione pensosa e quasi malinconica, che contrasta con le rappresentazioni tradizionali, che mostravano l’eroe sempre trionfante.
Le statue della collezione Farnese “dialogano” con quelle ritrovate negli scavi dell’area campana.

Gruppo di quattro guerrieri caduti (Amazzone morta, Gigante morto, Persiano morto, Galata ferito) Sono commoventi. Mi ricordano l’emozione di fronte al Galata morente dei Musei Capitolini.



Da Ercolano. Il più bell’esempio fra i busti rinvenuti con lo stesso soggetto. La testa di un uomo che sembra il riassunto di quella espressività che supera ogni stilema classico. Verrà ripresa da Vincenzo Gemito quando modellerà il suo napoletanissimo Filosofo.
A un certo punto del percorso, quando ci eravamo appena infilate le soprascarpe per entrare nella sezione dei mosaici pavimentali, fuori è scoppiato un gran temporale. La pioggia, penetrata dagli infissi, ha allagato in gran parte il pavimento – e a noi andava bene perché rendeva i mosaici più luminosi – ma brontolavamo perché “guarda lì, che finestre scadenti che, per un po’ di pioggia, qui si allaga tutto, e non è possibile ecc. ecc.”
Solo più tardi, una volta tornate in albergo, siamo state raggiunte da una raffica di telefonate allarmate – che al TG avevano detto che a Napoli c’era stata una bomba d’acqua, una tromba d’aria e non so che altro, e c’era scappato il morto – e noi, pacifiche, a brontolare sugli infissi… La verità è che, dentro un museo, perdi il contatto col mondo esterno – sei in un mondo “altro”, fuori dal tempo.
Al primo piano ci sono le collezioni pompeiane e dell’area vesuviana: mosaici e affreschi, avori, ceramiche, bronzi, argenti e vetri. Sono circa 16 mila i reperti esposti. Alcuni davvero meravigliosi.

Uccelli su un bacile. Al centro c’è un grande vaso bi-ansato, contenente acqua, appoggiato su un basamento di forma cubica. Sul bordo sono appoggiati tre uccelli: sulla destra un pappagallo dal piumaggio verde, con una lunga coda, che si volge indietro, con l’occhio vigile; sulla sinistra un altro pappagallo, dal piumaggio più screziato di rosso; tra i due una colomba che si abbassa per abbeverarsi. Alla base del piedistallo, un gatto dal mantello maculato osserva furtivo gli uccelli e si prepara ad aggredirli con le unghie sfoderate. In primo piano c’è un ramoscello di melograno: uno dei frutti è intero, l’altro è aperto e mostra i semi all’interno. È un mosaico veramente notevole, con grande varietà cromatica, in particolare nel piumaggio; e con particolare attenzione nella resa del chiaroscuro del basamento.

DIOSKOURIDES DI SAMO, Musici ambulanti Il mosaico è firmato dall’autore, in alto a sinistra. È raffigurata una compagnia di musici ambulanti con maschere teatrali, che suona per le vie di una città, muovendosi sul marciapiede, verso un’abitazione la cui porta d’ingresso si intravede nell’angolo destro. A destra un musicista suona il timpano, al centro un suonatore di cembali sembra cantare, una donna li accompagna col doppio flauto. Un bambino senza maschera, scalzo e coi capelli arruffati, li segue da vicino recando in mano un corno. È una scena piena di vivacità. E magistrale è l’uso delle tessere nella realizzazione del chiaroscuro, delle sfumature e nella resa delle ombre sul muro e sul marciapiede. Da notare che la scena è delimitata da una cornice e da una fascia bianca e nera a creare un quadro vero e proprio.



Mosaico della battaglia di Isso. (cm 317x555) Il celebre mosaico, dalle dimensioni eccezionali, decorava il pavimento della casa del Fauno a Pompei. È composto da circa un milione di tessere, con una densità di 15-30 per cmq: il risultato è di una finezza estrema nella resa delle sfumature e dei particolari, come i riflessi e la lucentezza delle armature o l’espressività dei personaggi. La scena rappresentata è quella culminante della battaglia di Isso, combattuta nel 333 a.C. tra Alessandro Magno e Dario, re di Persia, e che segnerà la sconfitta definitiva del re dei re. Si vedono Dario che fugge, mentre Alessandro cerca di raggiungerlo per lo scontro finale. Nella foto in alto a sin., il re Dario, rappresentato in piedi sul carro, con la testa coperta da un copricapo, si volge indietro, per incitare i suoi soldati. Nello sfondo una fitta selva di lance. Di lato, si vedono i cavalli incitati dall’auriga e terrorizzati. In alto, spicca la figura di Alessandro, in sella a Bucefalo, nello splendore della sua giovinezza e magnificenza. Le resa dei particolari è accurata nei lineamenti del volto, nella testa di Medusa al centro della corazza, nei lacci di cuoio che legano le varie parti dell’armatura. È davvero un capolavoro! Questi cavalli sono di una tale bellezza, di un tale slancio! Difficile trovarne di simili, anche in opere di tempi successivi.

Ritratto di Terenzio Neo e della moglie. L’uomo è vestito con la toga, a suggerire una dignità da magistrato, e reca in mano un rotolo. Al suo fianco la moglie è raffigurata con lo stilo e le tavolette cerate, in posa da letterata. I capelli della donna sono curati e raccolti, divisi da una scriminatura centrale, con piccoli ricci che cadono sulla fronte, secondo la moda del tempo; indossa un mantello rosso e porta orecchini di perle. L’uomo ha grandi occhi scuri, naso largo e schiacciato, baffi e corta barba.

Ritratto della cosiddetta Saffo. È uno dei dipinti più celebri conservati nel museo. Il busto è racchiuso all’interno di uno spazio circolare che incornicia il volto e le mani della ragazza. Anche se viene denominato “ritratto di Saffo”, in realtà raffigura genericamente la docta puella, cioè la fanciulla che ha ricevuto un’educazione letteraria, per sottolineare la sua appartenenza a una famiglia colta e facoltosa. Ella compie il consueto gesto di portare alle labbra lo stilo, in un atteggiamento meditativo, mentre nell’altra mano tiene le tavolette cerate. Gli occhi sono grandi e dolci, le labbra ben disegnate; una reticella d’oro raccoglie i capelli, ma ne lascia sfuggire morbidi ricci sulla fronte e ai lati delle tempie. D’oro sono anche i grandi orecchini ad anello.

Vaso blu La didascalia esatta sarebbe: Anforisco con scena di vendemmia. Realizzato con la tecnica del vetro-cammeo: lo strato di vetro superiore, di colore bianco opaco, sovrapposto a quello inferiore di colore blu cobalto, è stato asportato seguendo un disegno, come avviene con la tecnica dei cammei. La decorazione rappresenta una vendemmia, con alcuni eroti impegnati nella pigiatura dell’uva, in attività musicali e stesi su un triclinio. La natura si presenta abbondante e florida così come descritta nell’Egloga IV delle Bucoliche, la terra offre spontaneamente i propri frutti, la vita è libera dagli affanni e scandita dal ritmo della musica.
Anforisco: anfora di piccole dimensioni con piede a punta usata per la conservazione degli oli profumati. Probabilmente qui era un’anforetta vinaria.
Alcune altre opere che abbiamo fotografato:












Quando siamo scese alla caffetteria del museo per pranzare – non ricordo più a che punto del percorso, so che erano più o meno le due – be’, alla caffetteria non era rimasto niente. Ma niente!
Ci siamo divise una (dico una) fetta di torta al limone; io ho bevuto una tazza di latte… Non è che quando siamo tornate al secondo piano, avessimo recuperato granché in attenzione.
Nel tardo pomeriggio, abbiamo raggiunto via S. Gregorio Armeno per le statuine del presepe: io ho comprato lo zampognaro, la Cri un presepietto con Madonna-Giuseppe-bambinello.
Alle ore 19 eravamo in pizzeria da Sorbillo, in via dei Tribunali: non c’era ancora la calca che abbiamo visto ieri sera. Ho preso una splendida marinara, che ho divorato. Del resto, dopo il lauto pranzo delle due…
Sabato, 26 settembre 2020
Ultimo giorno, da festeggiare alla grande, per non farci travolgere dalla malinconia. Napoli ti ammalia e non vorresti più andartene.
Sediamo nella veranda esterna del Gambrinus, il caffè del commissario Ricciardi. Essendo tutt’e quattro divoratrici dei libri di De Giovanni, potevamo non venire?




In questo caffè, leggenda vuole che D’Annunzio abbia scritto il testo di A Vucchella, poi musicata magistralmente da Tosti, una delle più belle canzoni napoletane. Correva l’anno 1892.
Sì comm’a ‘nu sciurillo,
Tu tiene ‘na vucchella,
‘Nu poco pucurillo,
Appassuliatella.
Meh, dammillo, dammillo,
È comm’a ‘na rusella!
Dammillo, ‘nu vasillo,
Dammillo, Cannetella!
Dammillo e pigliatillo,
‘Nu vaso piccerillo,
‘Nu vaso piccerillo
Comm’a chesta vucchella
Che pare ‘na rusella
‘Nu poco pucurillo
Appassuliatella.[1]
[1] Traduzione: Sei come un fiorellino, hai una boccuccia un poco pochino appassita. Dammelo, dammelo, è come una rosellina! Dammelo, un bacino, dammelo, Cannetella! Dammelo e prenditelo, un bacio piccolino, come questa boccuccia che sembra una rosellina un poco pochino appassita. Come si vede, non è che il vate si sia sprecato sul testo, però con la musica funziona, eccome!
[Ne consiglio l’ascolto su YouTube, cantata da Rosa Ponselle]
Poi andiamo verso piazza del Plebiscito: nel Cortile d’Onore di Palazzo Reale è esposta la casa di Rosa Parks. Siamo incuriosite. Rosa Parks (1913-2005) è l’attivista afroamericana che, nel 1955, rifiutò di abbandonare il suo posto – riservato ai bianchi – in un autobus di Montgomery; da qui prese poi l’avvio il boicottaggio dei mezzi di trasporto da parte degli afroamericani, e Rosa è diventata un simbolo della lotta per i loro diritti civili.


L’installazione – la chiamano così – fa parte del progetto “Almost Home – The Rosa Parks House Project” dell’artista Ryan Mendoza.
È una casetta piccola e fatiscente, di legno, bianca e nera, dalla facciata anonima e su due piani, come ce ne sono tante in America, che misura circa m 7x6x8; qui Rosa visse col fratello e la famiglia di lui: in tutto 16 persone. Colpisce la superficie del legno, la sua struttura: scrostata e vissuta, violenta nella sua degradazione.
La casa, abbandonata da tempo, rientrava in un piano di demolizione del quartiere della città, un tempo abitato solo da popolazione di colore.
A salvarla dalla demolizione è stato Ryan Mendoza, che nel 2016 decise di comprarla, smontarla e rimontarla nel giardino della propria casa. Da allora l’ha reinstallata in altri luoghi e ora anche qui.
Il progetto si intitola Almost Home, quasi a casa: l’obiettivo resta quello di riportarla nel luogo d’origine.
Perché la casa in genere, e questa in particolare, è simbolo forte del rapporto complesso tra storia e memoria collettiva.


Poi il nostro gruppo si è separato. La Cri e io siamo andate in Santa Chiara, a vedere il chiostro maiolicato: come si fa a tornare a casa, senza essere passate in uno dei luoghi più celebri e affascinanti della città?
La Betta e la Fiore – che hanno già visto S. Chiara in anni passati – si sono dirette a fare shopping e a visitare la mostra di Palazzo Zevallos.
Non si può nominare il monastero di Santa Chiara senza pensare alla canzone.
Dimane?…Ma vurría partí stasera!
Luntano, no… nun ce resisto cchiù!
Dice che c’è rimasto sulo ‘o mare,
Che è ‘o stesso ‘e primma… chillu mare blu!…
Munasterio ‘e Santa Chiara…
‘Nchiuse dint’a quatto mura,
Quanta femmene sincere,
Si perdévano ll’ammore,
Se spusavano a Gesù!
E la canzone ci rimanda a quel tremendo bombardamento del 4 agosto 1943, in seguito al quale la chiesa bruciò per quattro giorni: l’intera fabbrica e gran parte dell’arredo furono consumati fino all’osso: gli stucchi, i marmi, i legni intagliati, gli affreschi, le tele, tutto andò in fumo o si sbriciolò.
Ma il chiostro, no, il chiostro si è salvato.
CHIOSTRO DI SANTA CHIARA
Quante volte ho pensato a questo paradiso! Credo che – se c’è un Paradiso – debba avere questa leggiadria e questi colori, quest’aria d’incanto.






Il chiostro fu rifatto nella prima metà del ‘700, su progetto di Domenico Antonio Vaccaro. Due viali, che si riuniscono al centro, delimitano quattro spazi destinati a orti e giardini, con altri vialetti, tanti pilastri ottagonali e sedili. L’impressione di scenografia teatrale, la grande sensazione di pace, il verde rigoglioso, gli alberi di agrumi gialli e arancio e quella sinfonia di colori lucenti, decori festosi e scenette dell’eccezionale rivestimento di riggiole (realizzato dai napoletani Donato e Giuseppe Massa), ci incanta e commuove. I verdi, gli azzurri, i bianchi, i gialli, gli arancio si trasformano in grappoli, festoni e riquadri con scene agresti, marinare, mitologiche.
Un incanto da cui fatichiamo a separarci.

Torniamo al B&B intorno alle due, e poi in stazione. Il treno parte alle 15.20.
E non abbiamo visto il mare! Forse solo uno spicchio, accanto a un angolo di Castel Nuovo, dal taxi del driver tornando verso la stazione, ma è stato un lampo…
Ci poniamo il problema, citando dal titolo della Ortese: ma il mare la bagna, Napoli? Resta il dubbio. Lo risolveremo la prossima volta.
Canticchio fra me e me: “Addio mia bella Napoli, addio, addio”… e poi Lucio Dalla attacca Caruso.
Mi sembra la colonna sonora perfetta.
Ringrazio per le fotografie Fiorenza Gazzoni, Elisabetta Melchiori e Cristina Caretta, mie meravigliose compagne di viaggio.
NOTE
Testi consultati e citati: S.SETTIS – T. MONTANARI, Arte. Una storia naturale e civile, Einaudi scuola; T. MONTANARI, L’ora d’arte, Einaudi; P.DAVERIO, Grand Tour d’Italia a piccoli passi, Rizzoli; Museo di Capodimonte, a cura di P. Daverio, Corriere della Sera; Museo Archeologico Napoli, a cura di P. Daverio, Corriere della Sera
Ho preso altre notizie dal web, soprattutto da wikipedia.it
Ho scaricato le immagini che mi mancavano da Google-Immagini
