MANTOVA, Basilica di Sant’Andrea

Opera di Leon Battista Alberti, è uno dei massimi esempi di architettura rinascimentale e cristiana d’Italia.

STORIA

L’origine della basilica è strettamente collegata alla reliquia del Sangue di Cristo. Secondo la tradizione, il centurione Longino, colui che aveva trafitto il costato di Cristo, si era subito convertito ed aveva raccolto la terra imbevuta del sangue divino e la spugna usata per dissetare Gesù morente. Longino nascose le reliquie in una cassettina di piombo e se ne venne a Mantova. Qui, prima di subire il martirio, seppellì la cassetta in un terreno fuori dalle mura cittadine. Passati alcuni secoli, della reliquia si persero le tracce e persino la memoria.

Il primo ritrovamento avvenne nell’804; per dire più precisamente, a quell’anno risale (come dice don Brunelli) l’inventio della reliquia: il termine latino ha il significato di ritrovare, scoprire, ma anche inventare. Quindi è fortemente ambiguo: fa supporre che la reliquia sia stata non ritrovata, ma creata (come, del resto, tante altre in quell’epoca). Comunque fosse, i tempi erano pericolosi, a causa delle invasioni degli Ungari. Per timore che la reliquia fosse dispersa, fu divisa in due parti che furono seppellite separatamente. Era l’anno 899.

E di nuovo se ne perse la memoria.

Fino a quando, 150 anni dopo, nel 1048, un uomo semicieco e devoto, Adalberto di Mantova, ebbe la visione di sant’Andrea che gli additava il nascondiglio. Le autorità cittadine vennero avvisate e la preziosa reliquia ritrovata. La notizia si diffuse ovunque e cominciò un grande pellegrinaggio di principi e di popolo. Nel 1053, giunse persino papa Leone IX, con l’intenzione di portare a Roma la reliquia, ma la reazione ostile del popolo glielo impedì. Il papa decise allora di porre nella città un vescovo: nacque la diocesi di Mantova. E ciò significò, per il minuscolo abitato fra le paludi, decaduto con l’Impero romano, una nuova importanza e una veloce crescita.

Rinaldo Mantovano, Ritrovamento della reliquia (cappella di San Longino)

Nel 1046, Beatrice di Lotaringia (madre di Matilde di Canossa, signora di Mantova) volle che, nel luogo del ritrovamento, si costruisse una chiesa, dedicata a Sant’Andrea. L’edificio era molto ampio per accogliere i tanti fedeli che venivano da ogni dove. Nella cripta, in un tabernacolo marmoreo, era custodita la reliquia.

L’edificio sorse sulle rovine dell’Ospedale di Sant’Andrea ed era contiguo al monastero, edificato dal vescovo Itolfo nel 1037. Di quella chiesa preromanica, si sono conservati oggi solo il campanile gotico, e un lato del chiostro, che dà su piazza Alberti.

IL CAMPANILE

Il campanile è del 1414. Costruito in stile gotico, a pianta quadrata, termina con un corpo in forma ottagonale. Su questo si innesta una guglia conica.

Sulle facciate si aprono finestroni gotici, di disegno diverso a seconda dei piani. Ogni piano è ornato da eleganti e differenti cornici in cotto.

Guardando attentamente il perimetro della facciata, che scorre lungo il campanile, vediamo che, all’altezza della finestra del primo piano, essa fa una leggera rientranza, per permettere alla luce di entrare.

In compenso, al piano superiore, la punta del timpano entra prepotentemente nella finestra del campanile; in una sorta di do ut des che coinvolge (o sconvolge) entrambi gli elementi architettonici.

IL CAPOLAVORO DI LEON BATTISTA ALBERTI

La chiesa venne ristrutturata completamente a partire dal 1472, su progetto di Leon Battista Alberti, grandissimo architetto e teorico del ritorno all’architettura antica; l’incarico fu del marchese di Mantova, Ludovico II Gonzaga, come simbolo del potere e del prestigio della casata.

La direzione dei lavori fu affidata a Luca Fancelli; si cominciò dalla facciata (e non dall’abside, com’era d’uso) e si proseguì per un ventennio senza interruzioni, demolendo via via la vecchia chiesa. I lavori si fermarono prima del transetto, con una parete provvisoria; ripresero poi, ad intervalli, per concludersi, decorazione compresa, solo agli inizi dell’Ottocento.

FACCIATA

Alla base di una lesena, poco sotto la cornice in cotto, compare la salamandra, emblema di Federico II Gonzaga.

La facciata è concepita sullo schema di un arco trionfale a un solo fornice tra setti murari, ispirato a modelli della Roma antica.

La facciata è inscrivibile in un quadrato e la struttura, escluso il timpano, si ripete come un modulo, nelle partizioni e persino nelle dimensioni, lungo tutte le pareti interne della navata. Il modulo dell’interno è: una parete + un arco + una parete + un arco ecc.

È la ragione per cui la facciata è più piccola della sezione trasversale della basilica. Lo si nota guardando, nella parte destra (la parte sinistra è coperta dal campanile), il corpo arretrato della gran fabbrica.

Se la facciata fosse stata della stessa ampiezza della basilica, sarebbe risultata troppo grande, e avrebbe infranto il senso dell’armonia albertiano; ma sarebbe stata troppa, anche in rapporto al piccolo spazio della piazza antistante.

Torniamo alla osservazione. L’ampio arco centrale è inquadrato da paraste corinzie.

[parasta: pilastro contenuto in una parete e parzialmente sporgente dal filo di questa].

Sui setti murari si trovano un portale trabeato e due nicchie sovrapposte (la più alta finestrata) tra lesene corinzie. Le lesene sono incorniciate da decorazioni in cotto.

La facciata è completata da un timpano, anch’esso incorniciato in cotto, con un motivo di serafini sulla trabeazione.

Sopra il timpano si trova un secondo arco, arretrato rispetto all’avancorpo della facciata: è un elemento architettonico chiamato “ombrellone“. In realtà, è un tratto di volta a botte che segna l’altezza della navata e che ha una finestra circolare posta al sommo della controfacciata. L’ombrellone impedisce alla luce di penetrare in modo diretto all’interno, creando nella basilica una sorta di penombra.

Lo schema dell’arco di trionfo forma un avancorpo avanzato, rispetto al resto della chiesa: è l’atrio, ampio filtro tra interno ed esterno.

ATRIO

Le tre aperture della facciata immettono in un atrio, anch’esso di chiara ispirazione classica (pensiamo al Pantheon).

Per la sua forma, l’atrio di Sant’Andrea, con le sue volte a botte, prepara alla solennità della navata. Così come i decori: il sontuoso portale centrale e tre tondi – ora vuoti – già affrescati dal Mantegna (gli affreschi, strappati, sono conservati al Museo Diocesano).

Il portale fu realizzato probabilmente dai fratelli Mola, a fine Quattrocento. Il fondo, da cui sbalzano le parti scolpite, era dorato; i rilievi sono costituiti da eleganti racemi, con figurine di animali.

INTERNO

L’interno è immenso, a croce latina, con navata unica coperta a botte e cappelle laterali. Nonostante la sovrabbondanza delle decorazioni pittoriche e la discontinuità luminosa creata dalla cupola di Juvara, la maestosità e la solennità dell’ambiente hanno la voce dell’Alberti.

Le cappelle laterali si distinguono in maggiori e minori, seguendo lo schema della facciata:

  • Le maggiori hanno ingressi con arco a tutto sesto, che riprende quello della facciata, e volte a botte, perpendicolari a quella della navata;
  • le minori, alternate alle prime, sono ricavate nel setto murario dei pilastri, hanno ingressi trabeati e sono coperte da basse cupolette.
Una parete laterale
Controfacciata

La fitta decorazione interna della volta, della controfacciata e delle lesene, risale al 1780-1790, è opera di Felice Campi e di altri artisti dell’Accademia mantovana di Belle Arti, che lavorarono sotto la direzione dell’architetto Paolo Pozzo.

Al tempo la decorazione – che risponde a un vero e proprio horror vacui – provocò la rivolta dei puristi, che avrebbero voluto lasciare l’interno della basilica alla sua sobrietà, così come era stata concepita. Ma i puristi persero la causa.

Sarà opportuno ricordare che, a quel tempo, Mantova si trovava sotto il dominio dell’Austria e che il rococò opulento d’Oltralpe ha probabilmente influenzato gli artisti mantovani.

Nei riquadri sono dipinte 22 grandi affreschi, per lo più di Felice Campi, con scene sacre legate ai Vangeli (Battesimo di Gesù, Cristo e la Samaritana, la Trasfigurazione, l’Ascensione, ecc.), inquadrati da esuberanti candelabre. Nella parte superiore corrono 17 scene a monocromo con episodi degli Atti degli Apostoli.

Volta della navata principale, decorata a finti cassettoni

CAPPELLE A SINISTRA

1° CAPPELLA FUNERARIA DEL MANTEGNA

Dedicata a san Giovanni Battista, ospita la tomba di Andrea Mantegna, della moglie Nicolosia Bellini e dei figli. Mantegna morì il 2 ottobre 1506.

L’ambiente è una sorta di scrigno di affreschi a monocromo. Fu decorato in buona parte dal giovane Correggio, forse su disegni dello stesso Mantegna.

Nella cupoletta sono dipinti fronde e frutti intrecciati che convergono verso il centro dov’è lo stemma della famiglia. Purtroppo, l’azzurro del cielo è caduto, quindi lo sfondo appare nero.

Di Mantegna rimangono i quadri

  • il Battesimo di Cristo, a dx, in buona parte completato dal figlio Francesco; il dipinto non è in buone condizioni (ha perso colore in molte aree). Gesù, al centro, riceve il battesimo dal Battista; in alto appare la colomba dello Spirito Santo. Lo sfondo è composto da colline, e due alberi di agrumi: arance a destra e limoni a sinistra.
  • la Sacra Famiglia e la famiglia del Battista, sull’altare. Il dipinto è composto secondo regole simmetriche e i personaggi sono allineati in orizzontale, senza che ne sia suggerita alcuna gerarchia: a sin., san Giuseppe e Maria col Bambino; a dx, san Giovannino, santa Elisabetta e san Zaccaria, che tiene in mano una ampolla decorata, forse un incensiere. Lo sfondo è una vivace siepe di agrumi. Le due figure ai lati sono annerite a causa di un maldestro restauro dell’Ottocento.

Sulla parete sinistra, entrando, si trova il busto in bronzo del pittore, entro un tondo di porfido: Mantegna vi si è autoritratto in età senile. Un’opera bellissima: in origine, la corona d’alloro era dorata e nelle pupille erano incastonati due diamanti.

2° CAPPELLA, DI SAN SILVESTRO

Lorenzo Costa, Madonna col Bambino e santi
Fabrizio Perla, Resurrezione

Sull’altare, di Lorenzo Costa il Vecchio, è la pala Madonna col Bambino e santi (1525).

I santi sono da sin., Sebastiano, Silvestro papa inginocchiato; dietro, Girolamo, col libro della sua Bibbia tradotta in latino; dall’altro lato della Madonna, Rocco, col bordone da pellegrino, Elisabetta inginocchiata col piccolo Giovanni, infine Paolo, in primo piano, speculare con san Sebastiano.

La pareti laterali della cappella sono affrescate da Fabrizio Perla (pittore mantovano, attivo a Mantova dopo Giulio Romano):

  • a dx, Resurrezione: Cristo, col suo vessillo, si accampa al centro della scena; sullo sfondo, si vedono rovine;
  • a sin., nella Discesa al Limbo, compaiono i progenitori e i giusti liberati da Cristo.

3° CAPPELLA, DELL’ADDOLORATA

Chiamata così per una scultura che raffigura una drammatica Pietà.

Alle pareti, una tela di bottega mantegnesca, Deposizione di Gesù nel sepolcro. Sul lato opposto, pregevole monumento sepolcrale della famiglia Boccamaggiore, datato 1558.

In sintonia col tono della cappella, accanto alla lesena esterna di dx, si trova un dignitoso affresco: Pietà con san Giovanni.

4° CAPPELLA, DELL’IMMACOLATA

La Vergine annunciata
Paliotto d’altare

La cappella è dominata dalla grandiosa ancona lignea, progettata e composta da Antonio Maria Viani, fra il 1616 e il 1619.

L’ancona, scolpita e dorata, ha nicchie, colonne, trabeazioni, edicole e statue. Da notare la magnifica serliana sopra l’altare. Nel primo ordine vediamo:

  • La Vergine annunciata a sin.,
  • l’arcangelo Gabriele a dx; due magnifici dipinti dal Viani;
  • al centro, nella nicchia, la statua ottocentesca della Immacolata, fiancheggiata dalle statue di san Carlo Borromeo e san Tommaso.

Nel secondo ordine:

  • al centro dell’edicola, l’Eterno Padre e l’emblema dei Sacri Vasi;
  • ai lati, i santi Andrea e Longino;
  • alle estremità, angioletti che fiancheggiano due tempietti, denominati dai cartigli Turris davidica e Turris eburnea, due titoli celebrativi della Vergine nelle litanie lauretane.

Da ammirare, nell’altare, il bel paliotto di scagliola, al cui centro è raffigurata la Madonna regina col Bambino.

parete destra, L’adorazione dei pastori
parete sinistra, L’adorazione dei Magi

Nelle parete laterali campeggiano due affreschi del 1570 (un po’ ammalorati) di Lorenzo Costa il giovane, il più prestigioso pittore operante sotto il duca Guglielmo. I soggetti degli affreschi, databili al 1570, sono:

  • a dx, l’Adorazione dei pastori;
  • a sin. Adorazione dei Magi, entrambi con colori teneri alla Barocci.

Ambedue i dipinti presentano scene complesse, ma in parallelo: sia i pastori che i Magi stanno in primo piano; più arretrata la grotta della Sacra Famiglia; accanto, un profondo paesaggio; in alto si aprono i Cieli e appaiono figure celesti.

Entrambi gli affreschi sono incorniciati da elegantissime fasce dipinte a grottesche, con l’inserzione di piccole scene dei Misteri del Rosario.

Quando, nel 1608, il duca Vincenzo istituì l’Ordine cavalleresco del Redentore o del Preziosissimo Sangue, questa cappella fu scelta come sede dell’Ordine, insieme con la retrostante “sagrestia dei Cavalieri”, cui si accede dalle porte ai lati dell’altare.

PULPITO

Lungo la navata, dopo la cappella della Immacolata, si trova il pulpito pensile, che quasi si perde in mezzo alle fitte decorazioni. La costruzione è ottocentesca, ma la fronte ha il linguaggio del ‘500: bassorilievi con animali, festoni e maschere, elementi vegetali. Il rilievo è attribuito ai fratelli Mola, gli stessi autori del portale maggiore.

5° CAPPELLA, DI SAN FRANCESCO

La cappellina, che si apre subito dopo il pulpito, ha decori modesti. La pala e il paliotto riguardano san Francesco; due tele raffigurano l’Adorazione dei pastori e la Flagellazione. Unico elemento degno di nota è l’antico stendardo processionale, “Sant’Andrea e san Lorenzo in adorazione del Preziosissimo Sangue” di Giuseppe Razzetti; sullo sfondo vi si vede la città di Mantova oltre i laghi.

6° CAPPELLA, DEL CROCIFISSO

Fermo Ghisoni, Crocifisso

La cappella era sotto il giuspatronato della famiglia Nuvoloni e viene chiamata anche cappella Nuvoloni.

Vi domina la solenne ancona neoclassica con la grande pala d’altare di Fermo Ghisoni, che raffigura il Crocifisso. Il possente Cristo crocifisso sul Calvario, ma immensamente solo, nel momento della morte, quando “si fece buio su tutta la terra”: intorno, una nube nera grava su Gerusalemme, lasciando in piena luce lui, “Luce del mondo”.

parete destra

Essendo la cappella funeraria della famiglia, tutta la parte dipinta vuole essere una meditazione sul tema della morte e della resurrezione attraverso Cristo.

Infatti, sulle pareti laterali – probabile opera dello stesso Ghisoni -, sono affrescati a monocromo prospetti di sepolcri, inquadrati da architetture classiche:

  • a sin., è dipinto un sarcofago sigillato, sormontato da un’anfora e una croce; ovvia allusione alla morte che attende ogni uomo;
  • a dx, sormontato dal Cristo risorgente che alza un vessillo, il sepolcro si dischiude e ne escono un angelo, che regge la croce, e un uomo risorto: è il beneficio della redenzione. La scritta dice “Tolle crucem tuam et sequere Christum” (Prendi la tua croce e segui Cristo).

TRANSETTI

transetto sinistro
genuflessorio

La seconda campagna dei lavori (1597-1600), su direzione dell’architetto Antonio Maria Viani, portò alla creazione dei transetti e del presbiterio. Probabile che il progetto dell’Alberti non intendesse questo ampliamento della chiesa.

In ogni transetto si fronteggiano due cappelle.

Torniamo ai transetti, dove coppie di lesene sono addossate ai pilastri, dai quali si dipartono gli archivolti, destinati a sorreggere la cupola. Essi facevano parte del progetto albertiano, a dimostrazione che una cupola era stata prevista fin dai primi progetti.

Nella crociera, in linea con la cupola e con la cripta sottostante, c’è un genuflessorio ottagonale. Lo si deve al rinnovamento settecentesco di Paolo Pozzo. All’interno dell’ottagono, sul pavimento, sono scolpite 8 medaglie con teste di cherubini, alternate a strumenti della Passione.

Nella testata del transetto sinistro si apre l’ingresso laterale che sfocia in un atrio il quale, benché incompiuto, è in tutto identico a quello della facciata. Dà su piazza Leon Battista Alberti.

TRANSETTO, LATO SINISTRO

7° CAPPELLA, DI SANTO STEFANO

Viene detta anche cappella Petrozzani da Tullo Petrozzani (1538-1609), ministro del duca Guglielmo e poi primicerio della basilica. La cappella è ricca di pitture e raccoglie importanti monumenti funebri.

Nella parete a destra, mausoleo di Pietro Strozzi, progettato da Giulio Romano, con quattro cariatidi di marmo che sostengono un architrave splendidamente decorato; sopra vi è un sarcofago di marmo nero con la statua giacente del defunto.

Nella parete di fondo si trova il monumento funebre degli Andreasi-Gonzaga. Due pilastri sostengono un arco trionfale, decorato con putti alati e stemmi; sopra è il sarcofago: un’arca a zampe di leone sostiene la figura di Girolamo Andreasi, semi-coricato sul gomito sinistro. L’opera risale al primo ventennio del ‘500.

Addossato alla parete sinistra, il monumento funebre di Tullo Petrozzani, che fu promotore del rifacimento della cripta. Il monumento è composto da una nicchia ovale, in cui si trova il busto del defunto, all’interno di una struttura architettonica; ai lati sono adagiati due angioletti.

Sulla stessa parete è la lapide dell’architetto cinquecentesco Battista Covo (successore di Giulio Romano in qualità di prefetto della fabbriche ducali). La targa si compone di un archetto decorato a fogliame e rosette; in alto un mascherone che ride. Sotto l’arco, compare uno stemma e gli strumenti utilizzati da Battista Covo nella sua professione. Ma l’elemento più curioso riguarda l’iscrizione, incisa in modo da dare l’impressione del testo di una lettera piegata in più parti.

Passiamo ai dipinti, dedicati a santo Stefano, destinatario della cappella e santo protettore del Petrozzani.

Al centro, la bella pala Crocifisso fra la Madonna e santo Stefano, di Anton Maria Viani.

parete sinistra, Disputa di santo Stefano davanti al Sinedrio

Negli affreschi laterali: la Disputa e il Martirio del santo.

Nella Disputa davanti al sinedrio (attribuito a Domenico Fetti), santo Stefano, accusato di aver bestemmiato Dio e Mosè, pronuncia la propria autodifesa.

Nel Martirio, attribuito a Giulio Romano, il santo è inginocchiato al centro, il capo circondato da una luce dorata, mentre subisce la lapidazione.

8° CAPPELLA DI SAN CARLO BORROMEO

Era sotto il giuspatronato della famiglia Arrigoni.

Nella pala d’altare si vedono San Carlo Borromeo e san Francesco implorare la Madonna e favore degli appestati. Il dipinto è attribuito al bolognese Giovanni Battista Caccioli.

Alle pareti laterali vi sono affreschi di Giuseppe Bottani:

  • San Carlo soccorre la città di Mantova colpita dalla peste;
  • Miracolo di un santo francescano che muta l’acqua in vino.

PRESBITERIO

Fu eretto nel periodo 1697-1710, sotto la direzione dell’architetto bolognese Giuseppe Antonio Torri, insieme all’abside semicilindrica e rimaneggiato da Paolo Pozzo nel 1803-1804.

L’altare maggiore è adornato con bronzi di Giovanni Bellavite.

L’organo risale al 1846 e fu ornato da Bartolomeo Bosio nel 1853.

Sopra la cantoria vi è il dipinto Santa Cecilia di Felice Campi.

CATINO ABSIDALE

Affrescato da Giorgio Anselmi con il Martirio di sant’Andrea, attorno al 1782.

Il gruppo del martire è al centro della depressione del catino; al di sopra un gruppo di angeli sfiora l’arco superiore. Il braccio della croce indica l’asse centrale della composizione, intorno al quale ruotano i vari elementi, sia di paesaggio che di gruppi umani. Il colore si adegua alla tragicità dell’evento, con una gamma livida e opaca in cui dominano i toni grigi di zinco e di lavagna.

CUPOLA

Il progetto albertiano prevedeva una cupola, probabilmente una semisfera con basso tamburo e senza lanterna.

Filippo Juvara, nel ‘700, volle invece innalzare una cupola importante, in pieno stile settecentesco e che superasse ogni torre mantovana.

Vista dall’interno, la cupola presenta, all’altezza del tamburo, uno spesso cornicione con una balconata. Il tamburo è diviso in 16 lesene. In corrispondenza dei contrafforti, ci sono quattro nicchie con statue. Sopra si incurva la calotta.

Affrescata da Giorgio Anselmi fra il 1777 e il 1782, con la Gloria del Paradiso, vi sono rappresentati la Trinità, la Madonna, la personificazione della Città di Mantova, come una donna dal capo cinto da mura turrite, i vasi del Preziosissimo Sangue, san Longino, Patriarchi, profeti, Santi, Padri della Chiesa, martiri e angeli.

Nelle vele che reggono la cupola, l’Anselmi dipinse i quattro evangelisti.

TRANSETTO, LATO DESTRO

Sulla parete di fondo, si trova il monumento sepolcrale di Giorgio Andreasi, letterato, vescovo di Reggio Emilia; costruito nel 1549, il monumento proviene dalla distrutta Santa Maria del Carmine.

Il sarcofago è sorretto da arpie, e davanti sta un cigno ad ali spiegate (presente nello stemma della famiglia Andreasi); il busto è fiancheggiato da due virtù: la Mansuetudine, con la colomba, e la Carità, con un pellicano.

Il transetto ospita due cappelle:

  • la Cappella del SS. Sacramento a sin.,
  • la Cappella Cantelma a dx.

CAPPELLA DEL SANTISSIMO SACRAMENTO

L’altare settecentesco proviene dalla chiesa dei Filippini. Sull’altare, la pala “I santi Andrea e Longino additano il Sacro Cuore di Gesù”, opera di Luigi Niccolini, sacerdote di Sant’Andrea e modesto pittore.

I dipinti delle pareti laterali risalgono al 1804 e sono opera di Felice Campi: la Chiamata al convito e la Caduta di Gerico. Il crocifisso, in bronzo dorato, opera raffinata di Giovanni Bellavite, scultore veronese, è di fine ‘700. Dello stesso periodo è la bella balaustra di Luigi Zanni.

10° CAPPELLA CANTELMA

Il nome le deriva dal monumento funerario della famiglia Cantelmi, qui portato a fine ‘700 dalla distrutta chiesa di Santa Maria della Presentazione.

Il monumento ha un prospetto architettonico a due ordini: nel primo vi sono le epigrafi, nel secondo i busti di Ercole e Francesco Cantelmi, che fiancheggiano una zona centrale con un sarcofago, coronato da timpano. Le linee del monumento sono sobrie, il decoro dei marmi di nastri e ghirlande è armonico – lontano dall’esuberanza di Giulio Romano.

Nella parte inferiore, un dipinto di anonimo, “Ritrovamento del Preziosissimo Sangue”.

Nella parete a dx è invece il monumento funebre a Marcello Donati, medico, letterato e consigliere del duca Vincenzo. Il monumento ha un prospetto architettonico inquadrato da due colonne, dal fusto levigato, che racchiudono una nicchia con urna. La trabeazione è sormontata da due anfore. Varie epigrafi ricordano la moglie, la madre, il padre e i fratelli di Marcello Donati.

Sulla parete sin., c’è il monumento a Pietro Pomponazzi, celebre filosofo mantovano, proveniente dalla chiesa di san Francesco. Il monumento è datato 1534. Il busto restituisce, con un certo realismo, la fisionomia del defunto.

La lapide di Alfonso Capilupi, morto a 19 anni nel 1529, definito nell’epigrafe letterato e guerriero, è molto particolare: nello spazio senza profondità sono sospesi, in una rarefazione metafisica, gli emblemi della sua personalità: una colonna spezzata – simbolo di morte – libri abbandonati, armi inerti.

Quando ho visitato e fotografato la cappella (luglio 2023), vi erano accatastati alla bell’e meglio pezzi d’arredi, serviti per qualche cerimonia. Se ne vede chiaramente un pezzo davanti alla lapide di Capilupi.

TRANSETTO DESTRO

11° CAPPELLA DI SAN LONGINO

La cappella di San Longino è nota anche come cappella Boschetti. Essa assume particolare importanza, perché i suoi arredi si rifanno alla origine della costruzione della basilica di Sant’Andrea: cioè il ritrovamento della reliquia del Preziosissimo Sangue di Cristo.

Una delle due arche pensili racchiude i presunti resti di san Longino; sotto la mensa dell’altare quelli del beato Adalberto, il vecchio semicieco che si narra abbia indicato dove scavare per trovare la reliquia.

Sopra l’altare si trova una copia della originale pala di Giulio Romano (ora al Louvre): La Madonna, san Giuseppe, san Giovanni e san Longino.

Sulle due pareti laterali è narrata la vicenda. gli affreschi sono di Rinaldo Mantovano, allievo di Giulio Romano.

A destra, la drammatica Crocifissione. Alla destra di Gesù morente è il “buon ladrone“, dietro al quale un soldato romano alza il vessillo dell’autorità; alla sinistra è l’altro “ladrone“, quello non pentito e perciò condannato a una sorta di damnatio memoriae; infatti, viene ritratto da dietro e col volto coperto dai capelli, mentre un soldato sta per spezzargli le gambe con un bastone. I corpi contratti dei due fanno risaltare, per contrasto, la nobile figura di Cristo, circondata da una nube chiara, che lo allontana da cielo cupo. Nella nube gli angeli raccolgono il suo Sangue. Longino, ai piedi della Croce, fa il medesimo gesto. Accanto alla Croce sono riuniti i familiari di Gesù, addolorati e composti, fra una folla esagitata. La scena è incorniciata dai simboli della Passione.

Sulla parete a sinistra, il Rinvenimento del Sangue di Cristo del 1048. Sullo sfondo di una Mantova immaginaria, tra una folla curiosa, gli scavatori sollevano il reperto sacro. Sotto il baldacchino si allineano il vescovo, Marciano degli Allegri, il veggente Adalberto (con gli occhi chiusi e le braccia incrociate sul petto) e la marchesa Beatrice di Canossa, inginocchiata su un cuscino, con un mantello a strascico sollevato da una ancella. In alto, tra le nuvole, l’apostolo Andrea guarda la scena che, con le sue rivelazioni, ha reso possibile.

12° CAPPELLA DI SAN LUIGI

Qui trova la sua celebrazione il santo di casa Gonzaga: san Luigi Gonzaga, del ramo di Castiglione.

Nella pala d’altare, opera settecentesca del pavese Antonio Brunetti, vediamo san Luigi in adorazione del Bambino in braccio alla Madre. La tela fu realizzata in occasione della canonizzazione di Luigi (1746) e della sua proclamazione a patrono universale della gioventù.

13° CAPPELLA CATTANEA

Così detta perché conteneva i sepolcri dei Cattanei.

Vi troneggia, al centro, una ancona lignea, finemente intagliata, che ha

  • al centro, la statua della Madonna col Bambino;
  • nella lunetta sopra, il dipinto di Dio Padre;
  • ai lati, fra due preziose colonne, i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista;
  • nel paliotto, una bella e ariosa Annunciazione.

Al sommo dell’ancona, una croce adorna del volto di Cristo; ai lati sono due statue lignee, che rappresentano il beato Pietro Cattani (uno dei primi seguaci di san Francesco e che la famiglia riteneva proprio parente) e san Sempliciano. Sullo sfondo, un tendaggio affrescato.

Alle pareti laterali, due affreschi ripercorrono la vita di Maria Vergine:

  • a sin. la Natività di Maria: dall’alto, due angeli col turibolo e la navicella incensano la neonata Maria che sta per essere lavata e fasciata, mentre due donne danno da mangiare alla puerpera Anna, e altre due introducono nella stanza Gioacchino;
  • a dx, Assunzione e Incoronazione della Vergine: in basso, gli apostoli constatano il sepolcro vuoto della Vergine; in alto, Maria in cielo viene incoronata dalla Trinità fra angeli musicanti; un angelo cala dal cielo la cintura per l’incredulità di Tommaso.

Tutto l’apparato decorativo della cappella, realizzato in varie fasi nel ‘500, è di grande qualità.

14° CAPPELLA DI SAN SEBASTIANO

È la più decorata e i dipinti risalgono al ‘500.

Nei pennacchi, tre angeli reggono palme, corone, ghirlande e una figura femminile svolge un nastro (forse allusione alle bende di Irene, colei che curò le ferite del santo).

Il basso tamburo è decorato da cherubini in cotto; la calotta ha una graziosa pergola, con aperture, da cui si affacciano angioletti: uno strappa le fronde, uno versa acqua, uno fa pipì. Forse si tratta di implicazioni alchemiche: l’urina del bambino corrisponde all’acqua mercuriale.

Al centro della calotta, è dipinto lo stemma della famiglia Giorgi, “un’aquila nera in campo d’oro con scacchiera”. Al culmine dell’arco della controfacciata è scritta la data, 1534.

L’altare ha un paliotto a scagliola: al centro è disegnato un cigno con una spada nel becco, simbolo araldico della famiglia Ruggeri.

I due affreschi laterali, opera di Rinaldo Mantovano, narrano due episodi relativi alla morte di san Sebastiano, Il santo condotto al supplizio e Il martirio. Qui l’allievo di Giulio Romano ha portato al parossismo le sperimentate deformazioni del maestro, soprattutto nella Camera dei Giganti, alla cui realizzazione egli stesso collaborò.

La scena e divisa in due: a dx il santo, martirizzato da una freccia, che volge lo sguardo al cielo; di fronte una folla esagitata e scomposta con l’arciere che ha scagliato la freccia e, per punizione, si è trovato l’arco spezzato.

Diversa in quanto a sensibilità, è la piccola tela ottagonale a olio, posta sopra la pala d’altare, dello Schivenoglia (Francesco Maria Raineri, vissuto nel ‘700, contemporaneo del Bazzani), che rappresenta a sua volta il Martirio di San Sebastiano: con morbidezza di toni, il pittore ha raffigurato il torso del santo (quasi tutta la testa si perde nell’ombra), inclinato all’indietro, con un angelo che, delicatamente, gli toglie una freccia dal petto.

La pala Madonna col bambino, san Girolamo che offre il modello della chiesa della Vittoria, santa Elisabetta e san Giovannino“, merita una diversa attenzione, perché è la testimonianza di un episodio deprecabile. Nel 1495 il ricco ebreo Daniele Norsa aveva ottenuto dall’autorità ecclesiastica l’autorizzazione a rimuovere un’immagine della Madonna in una sua casa appena acquistata; ma ciò sollevò una protesta popolare. Francesco II Gonzaga, tornato vincitore dalla battaglia di Fornovo, ritenne di potere sciogliere il voto, fatto prima della partenza, approfittando della protesta. Costrinse il Norsa ad abbattere la casa, costruire al suo posto una chiesa e pagare la pala della Madonna della Vittoria, dipinta dal Mantegna, da porre sull’altare. Questa pala di anonimo ricorda l’evento: sotto la Madonna e i santi, vi sono i componenti della famiglia Norsa, umiliati, contrassegnati col cerchietto giallo sugli abiti, e – in alto – viene issata da due angeli la tabella con la scritta “Debellata habraeorum temeritate” (sconfitta la temerarietà degli ebrei).

Resta un quadro imbarazzante.

15° CAPPELLA DI SANT’ANTONIO

La cappella prende il nome dalla mediocre pala d’altare che raffigura “Sant’Antonio da Padova mentre rimprovera il tiranno Ezzelino da Romano“, datata 1846, opera del mantovano Giulio Cesare Arrivabene.

Le pareti laterali sono state affrescate da Benedetto Pagni, allievo di Giulio Romano. Avrebbero bisogno di un buon restauro per essere lette correttamente e, forse, per essere apprezzate.

Alla parete dx, l’Inferno: pervasi da una cupa atmosfera, i gironi sono costituiti da grossi massi, su ciascuno dei quali è scritta una categoria di peccati. Sull’architrave le parole dantesche: “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Gruppi di dannati e diavoli, con diverse citazioni michelangiolesche, affollano il dipinto.

Nella parete opposta, Purgatorio e Paradiso, l’uno in basso, l’altro in alto. Anche qui tornano citazioni michelangiolesche: nel Purgatorio, le anime pregano fra le fiamme; quelle che hanno concluso la purificazione, sono portate dagli angeli in Paradiso, tra santi e profeti. In alto, la Trinità con angeli che stringono gli strumenti della Passione.

È un’iconografia precisa, voluta dal Concilio di Trento, che aveva enfatizzato l’importanza della preghiera per salvare le anime del Purgatorio.

All’interno della cappella è esposta la croce originale della cupola di Sant’Andrea, realizzata nel 1758 dagli argentieri Giovanni e Girolamo Bellavite, e ora, all’esterno, sostituita da una copia.

16° BATTISTERO

La prima cappellina a dx, entrando, doveva essere adibita, secondo consuetudine, a battistero. Oggi non è più in uso.

La cappella è senza alcuna decorazione pittorica. Ciò ci permette di immaginare l’intera basilica come l’aveva pensata l’Alberti, con la potenza della architettura, appena sottolineata da semplici e brevi decorazioni in cotto.

Il cotto era per Mantova, ciò che la pietra serena era per Firenze: un modo di sottolineare e adornare le architetture, che fossero colonne, cornici o costoloni; qui il colore è rossiccio, là grigio.

CRIPTA

Fu il duca Vincenzo I a far trasformare il piccolo vano originario in un mausoleo di famiglia. Antonio Maria Viani ideò una struttura che, per ampiezza e per forma, si staccava dalle altre cripte. Innanzitutto, fu scavata sotto la chiesa già esistente; in secondo luogo, si trova completamente sotto il pavimento e non la si vede. Persino le scale di accesso sono nascoste entro i pilastri che reggono la cupola.

L’ampia cripta è una vera e propria seconda chiesa: a croce greca, ciascuno dei bracci è diviso in tre navate su colonne e concluso da un’abside rettangolare e da tre absidiole semicircolari. La sua elegante spazialità è stata mortificata nell’Ottocento, quando i quattro bracci sono stati separati da un tempietto costruito sul loro incrocio. Il tempietto aveva il compito di proteggere l’altare della reliquia, racchiudendolo con balaustre e cancellate fino al soffitto.

Sopra l’altare, il tabernacolo è al centro, sormontato da un crocifisso e da due copie dei Sacri vasi. Le due statue in marmo, la Fede e la Speranza, furono ideate da Antonio Canova.

La parte posteriore del tabernacolo è chiusa da un rilievo dorato, “Gesù e il Cireneo“, preziosa opera di Giovanni Bellavite. Dello stesso autore sono anche gli Angeli con festoni che adornano il paliotto.

I Sacri Vasi, contenenti la reliquia, sono protetti in una elaborata cassaforte, celata dietro il pannello di Gesù e il Cireneo.

LA CUPOLA

Per ammirare la cupola in tutta la sua magnificenza, occorre uscire: o su piazza Erbe o su piazza Leon Battista Alberti, che sono i punti più vicini. Tuttavia, la si può vedere da tante parti della città.

Opera dello Juvara, la cupola poggia su un alto tamburo, ritmato da lesene, con 12 grandi finestre arcuate; fra tamburo e calotta c’è una corona nella quale si aprono 4 oculi. La calotta, segnata da fascioni in corrispondenza dei contrafforti, è sormontata da una slanciata lanterna con 8 finestrelle e una copertura a bulbo.

11 agosto 2023, l’allegra brigata

Bibliografia.

PAOLO CARPEGGIANI, CHIARA TELLINI PERINA, Sant’Andrea in Mantova. Un tempio per la città del Principe, Publi Paolini ed., 1987;

RICCARDO BRAGLIA, La Basilica di Sant’Andrea in Mantova, Mantova 2010;

ROBERTO BRUNELLI, Una chiesa una città. Sant’Andrea in Mantova, Tre Lune edizioni 2017

STEFANO SCANSANI, Omnia Mantova, Tre Lune ediz. 2008