
Morire, a un gatto non si fa. Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto? Arrampicarsi sulle pareti. Strofinarsi tra i mobili. Qui niente sembra cambiato, eppure tutto è mutato. Niente sembra spostato, eppure tutto è fuori posto. E la sera la lampada non brilla più. Si sentono passi sulle scale, ma non sono quelli. Anche la mano che mette il pesce nel piattino non è quella di prima. Qualcosa qui non comincia alla sua solita ora. Qualcosa qui non accade come dovrebbe. Qui c'era qualcuno, c'era, e poi d'un tratto è scomparso, e si ostina a non esserci. In ogni armadio si è guardato. Sui ripiani si è corso. Sotto il tappeto si è controllato. Si è perfino infranto il divieto di sparpagliare le carte. Cos'altro si può fare? Aspettare e dormire. Che provi solo a tornare, che si faccia vedere. Imparerà allora che con un gatto così non si fa. Gli si andrà incontro come se proprio non se ne avesse voglia, pian pianino, su zampe molto offese. E all'inizio niente salti né fusa né niente.
Difficile affrontare il tema della morte di una persona cara: il dolore è esacerbante.
Ma lo sguardo laterale della Szymborska ci dà un modo per parlarne. Non in una prima persona, che può essere solo afona o straziante; ma attraverso un terzo che non sa e non capisce: un gatto.
Anzi “il” gatto; il gatto di un qualcuno che è morto e che non tornerà. Ma il gatto non lo sa: per lui una partenza presuppone un ritorno.
Qui c’era qualcuno, c’era,
e poi d’un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci.
Una cosa balzana come la morte, il gatto non la capisce. Non può che meditare la sua piccola vendetta: fare l’offeso, niente fusa, perché impari “quello là” a stare lontano, così, senza tornare.
E alla fine questa ostinata, inutile attesa, ci strazia: perché ci svela tutta la nostra repulsione per la morte, in generale, e per la morte di chi amiamo, in particolare. Non accettiamo l’abbandono.
Vorremmo fare come il gatto: prepararci le nostre piccole vendette per quando “quello” tornerà. Perché fa parte della vita ritornare…
Una poesia che lascia un gran magone.
La poesia è tratta da WISLAWA SZYMBORSKA, Vista con granello di sabbia, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi 1998.
La fotografia è stata scattata da Elisabetta Melchiori.
