Pierluigi Cappello, Il caffè

Henri Fantin-Latour, Tazza bianca e cucchiaino, 1864

Il caffè può essere un caffè

qualsiasi, l’ordinazione anche

ma quando attendo

stretto dall’ansia di chi attende

faccio delle mie dita tempesta

agitando gli spiccioli che ho in tasca;

di sicuro laggiù

nel buio di cotone dei calzoni

puoi ascoltare teste e croci

sovvertirsi e rincorrersi,

nell’affollato tintinnio

di metallo

avvertire l’attrito

di ciò che prima era verso

ricomporsi in recto

e mentre ansia, burrasca

diradano in bonaccia al passo

della cameriera che appare

sospettare tu

– il miliardesimo eletto –

di avere ritenuto in tasca

la direzione e il senso

dell’universo intero.

Pierluigi Cappello era un poeta geniale e non ne piangeremo mai abbastanza la prematura scomparsa.

Sapeva trovare in gesti piccolissimi, quotidiani, banali, il senso della vita.

Qui racconta di un momento al bar, in attesa del caffè, mentre fa sobbalzare in tasca degli spiccioli. Un gesto che ciascuno di noi fa, se ha delle monete in tasca. È bello giocarci, sentire il lieve rumore dei metalli, gli uni contro gli altri.

E pensare poi che quel rotolare e cozzare delle monete di dritto e rovescio, di testa e croce, possa contenere il senso dell’universo.

Regalatevi il libro di Pierluigi Cappello, Un prato in pendio. Ci troverete tante cose, ricordi, promesse inevase, un passato ingrato, i morti e i vivi; ma sempre trattati con un tono leggero, nel pianto e nel riso.