GIORGIO CAPRONI, Tutto

Hanno bruciato tutto.
La chiesa. La scuola.
Il municipio.

Tutto.

Anche l’erba.

Anche,
col camposanto, il fumo
tenero della ciminiera
della fornace.

Illesa,
albeggia sola la rena
e l’acqua: l’acqua che trema
alla mia voce, e specchia
lo squallore d’un grido
senza sorgente.

La gente
non sai più dove sia.

Bruciata anche l’osteria.
Anche la corriera.

Tutto.

Non resta nemmeno il lutto,
nel grigio, ad aspettar la sola
(inesistente) parola.

La poesia sembra risolversi nella prima strofa: “Loro” – gli innominati – hanno bruciato, distrutto, martoriato “tutto”. Ma, chi sono “loro”? E cos’è “tutto”?

Il “Loro” resta indefinito, perciò lo conosciamo: i nemici, senza pietà come tutti i nemici. Non importa il nome: inglesi, tedeschi, sovietici, giamaicani, israeliani, congolesi. “Loro”, i diversi, l’altra tribù.

Che cosa sia il tutto, invece, il poeta lo esemplifica in tre edifici principali: la chiesa, la scuola, il municipio, i cardini della vita comunitaria:

  • la chiesa, nel suo aspetto di fede, amore, pietà; ma anche ricovero ultimo nell’orrore (come fu a Sant’Anna di Stazzema, a Casaglia di Monte Sole, a Civitella);
  • la scuola, il luogo dei bambini in gruppo, con i giochi e la spensieratezza – e la costruzione degli adulti che saranno;
  • il municipio, la sede dove le persone diventano cittadini, con regole e leggi.

Hanno bruciato un intero paese, col suo presente, col suo passato (il cimitero) e col suo lavoro (la fornace), col suo svago (l’osteria) e col suo andare (la corriera). Tutto ciò che essenza e vita vera.

Nemmeno la gente c’è più, oppure – e forse è peggio –

non sai più dove sia.

È la diaspora di ciò che, prima, trasformava un agglomerato di case in un paese.

Hanno bruciato anche “l’erba”, che era giardini, prati, campi coltivati.

Sono rimaste solo la sterile sabbia e l’acqua (di mare, di fiumi, di canali), l’acqua che non si può “bruciare”, l’acqua che è vita e che sembra “tremare” al grido dell’io che “vede”; l’acqua che

specchia
lo squallore d’un grido
senza sorgente.

Persino il lutto manca, perché il lutto presume ricordo, amore, senso di mancanza, vuoto. Manca qualcuno che sperimenti, che provi il lutto.

E non c’è nemmeno la parola: per definire, raccontare, dare un senso a tutto quel Tutto. La parola che spiega, precisa, distilla, è essenza. Senza la parola esatta – che è inesistente, dice il poeta – è solo smarrimento e buio. Muto guardare.

NOTE: La fotografia rappresenta la casa della Vaccareccia, di Sant’Anna di Stazzema, distrutta durante la strage nazista del 12 agosto 1944. Ho scaricato l’immagine da Google-Immagini.