1580 – 1645

Girolamo è uno dei personaggi più interessanti all’interno della storia della famiglia Mignoli.
È istruito, sa leggere e scrivere, e scrive con una scrittura ordinata , corretta e sicura. Nel tempo, assumerà vari incarichi di responsabilità all’interno della comunità in cui vive. E ha una vita lunga, intensa e tribolata, e lascerà dietro di sé vari figli ad ramificare la sua discendenza.
È Girolamo quasi un personaggio epico, che vive in tempi fuori dell’ordinario, quelli dei peggiori momenti della storia mantovana: la successione del Ducato al ramo dei Gonzaga-Nevers, con la conseguente occupazione del territorio da parte dei Lanzichenecchi, il lungo assedio e la resa della città di Mantova; e la peste – devastante – del 1629-30.
Nato il 25 febbraio 1580 (1579 ab Incarnatione), quasi sicuramente a Buzzoletto, terzogenito di Battista Mignoli e Domenica Ruberti, viene battezzato nella chiesa di San Pietro di Viadana. Suoi padrini sono Carlo Isacchi e Francesca Moranti; il parroco che ne registra i dati è don Pietro Spanei.

Ha solo 8 anni quando resta orfano e unico erede maschio del padre. Sotto la temporanea tutela della madre, agli inizi del 1589 diventa erede effettivo dei beni di famiglia, dopo la divisione con lo zio paterno, Francesco Mignoli (ne ho parlato nel capitolo dedicato a Battista).
La necessità di dividere i beni non si era resa necessaria quando i tre fratelli (Domenico, Battista e Francesco) vivevano insieme (anche se nella dote della sorella Maria – come si è visto – si erano comportati come se fossero separati: Domenico e Battista da una parte, Francesco dall’altra).
Ora, invece, è indispensabile. Francesco confermerà negli anni la sua separatezza, il disaccordo con i fratelli prima, con la madre e col nipote Girolamo poi.
O, per precisione, questa è la lettura che ne ho data io. Può anche darsi che Francesco si sia separato semplicemente per alleggerire una famiglia già numerosa e io legga nei documenti, con occhi d’oggi, una mentalità assai diversa.
SOTTO LA TUTELA DELLO ZIO FRANCESCO
Due anni dopo la morte del padre, la madre passa in seconde nozze con Paolo Nani, e – come prevedeva l’uso – Girolamo e le due sorelle, Giovanna e Susanna (di 6 e 2 anni), restano nella casa paterna sotto la tutela dello stesso zio Francesco quale parente più prossimo.
Qui i bambini vivono e crescono.
Nel 1598, quando Girolamo ha 18 anni, avviene una nuova divisione di beni fra zio e nipote. Lo hanno “convenuto amichevolmente” (così dice il documento), tuttavia con la mediazione di persone amiche: ad indicare una situazione che rischiava di sfociare in una lite furiosa, a suon di carte bollate – come diremmo ora.
Il curatore di Girolamo è ora Pietro Francesco Grazi. I due, Girolamo e Francesco Mignoli, si dividono le proprietà. È il 6 febbraio 1598. Vediamo di nuovo il documento.
In tribunale, alla presenza del luogotenente del governatore, dopo aver preso atto della perizia dell’agrimensore Paolo Zucchello, viene disposto che Francesco Mignoli consegni al nipote
“una pezza di terra casamentiva, arativa, vitata e oppiata con casa sopra murata, coppata, solerata, intravata, con cantina, portico con porta da carri, pozzo; sita in Buzzoletto presso la via comune, le ragioni di Girolamo e altre ragioni di Francesco, l’argine grosso del Po, Pietro Francesco Grazi”; la terra misura pertiche 2, tavole 14, piedi 2, la casa non viene stimata”.
Lo stesso Francesco si tiene un pezzo di muraglia dietro la corte, un porteghetto, il forno, una pioppa verso l’argine; in più tutti i raccolti delle terre sue e di Girolamo per tutto il 1598, e potrà godere anche l’entrata dei frutti della terra vitata per tutto il 1599.
Girolamo deve consegnare in cambio allo zio “una pezza di terra casamentiva aradora vitata e oppiata e alberata di pertiche 2, tavole 14, piedi 2, con sopra una casa con cantina, pozzo e una porta da carri; murata coppata solerata e intravata,et minaccia rovina di cascare, posta in Bozzoletto presso la via comune e mastro Francesco suo barba da tre lati.
Si noti come Francesco si tenga tutto il raccolto, sia delle sue terre che di quelle di Girolamo, sia dell’anno in corso sia di quello successivo. Egli le avrà anche lavorate e fatte fruttare, ma sarà stato aiutato dal nipote, già da un pezzo in età lavorativa. Eppure il tribunale ha approvato. Forse c’è qualche particolare o qualche dinamica che non mi è chiara.
RINUNCIA DELLA TUTELA DA PARTE DI FRANCESCO
La risposta sembra darla un atto notarile del 16 novembre 1599, dopo che Girolamo e le sorelle passano sotto la tutela del patrigno, Paolo Nani. Girolamo ha diciannove anni.
Francesco Mignoli lamenta esplicitamente di essersi sobbarcato la cura dei nipoti per dieci lunghi anni, di aver amministrato i loro beni, di aver continuato a mantenerli nella propria casa alimentandoli e sustentandoli. Ha percepito, sì, i frutti dei loro beni immobili, tuttavia “di modico valore e in modica quantità”, la qual quantità non è mai bastata al loro sostentamento. Ragion per cui egli restituisce i beni di Girolamo, descritti nell’inventario, e rinuncia alla tutela dei nipoti.
A ribadire il concetto, il giorno dopo, davanti al pretore ducale, Francesco e Girolamo – coadiuvato dal nuovo tutore – si rincontrano per dirimere la questione.
Francesco ribadisce di essersi assunto l’onere della tutela e del mantenimento dei tre nipoti in casa propria “coi frutti oltremodo scarsi dei loro beni immobili di scarso valore e quantità”, ricavando dai beni stessi ogni anno una “cifra ben lontana dal minimo sufficiente”. Per cui, non solo rinuncia alla tutela, ma pretende da Girolamo il pagamento di una “non modica somma riguardo agli alimenti”, oltre ai soldi anticipati per la restituzione della dote a Domenica Ruberti. Quindi restituisce al nipote i beni mobili “descritti nell’inventario” (che però manca fra i documenti) “nonostante la vetustà e l’uso quotidiano li abbiano corrosi e consumati” e pretende da Girolamo 3 ducatoni, entro la festa di San Giacomo del luglio successivo, per gli anni del mantenimento suo e delle sorelle.
UNA TRAVAGLIATA GIOVINEZZA?
Girolamo e le sorelle vivono quindi soli nella casa paterna, confinanti ma separati dallo zio.
Se Girolamo ha quasi 20 anni, e quindi il senno e la capacità di mantenere e amministrare la piccola famiglia, Giovanna di anni ne ha 16 e Susanna appena dieci.
Nell’anno 1600 egli si fidanza con Catarina Bottacini; e deve essere considerato un bravo giovane e un buon partito, se il padre di Catarina, Giovanni Maria, gli promette la figlia quindicenne, convenientemente dotata.
Poi succede qualcosa di brutto e inspiegato: nel gennaio 1602 Girolamo viene accusato di un non meglio precisato furto e rinchiuso nelle carceri viadanesi. Segue un processo che lo condanna “alla perdita di un occhio e alla pubblica fustigazione”, una pena grave, come si vede, che le leggi viadanesi comminavano in caso di furto aggravato, credo.
Tuttavia, essendo la cifra, che deve risarcire, “modica” e in considerazione anche della sua “giovane età”, gli viene lasciata, in “remissione della pena”, la possibilità di rifonderla. Cosa che Girolamo fa, vendendo una parte di casa (la cantina, per precisione) allo zio Francesco Mignoli.
Ciò non gli risparmia, tuttavia, di ricevere “un tratto di corda” (come riporta l’unico documento trovato nel Fondo della Pretura di Viadana); forse per fargli capire meglio la lezione, ma non viene specificato: a me sembra una punizione discrezionale dell’uomo di legge e gratuita.
Un caso analogo viene registrato negli stessi anni presso la stessa Pretura di Viadana. Una giovane donna, Isabella Buzzi, serva in casa di Luca Vertova, ruba “un diamante, un collo di granate e altre cose di valore”. Scoperta, denunciata, incarcerata, viene condannata ad essere frustata e alla perdita di un occhio (proprio come Girolamo), ma, in considerazione della giovane età e della conseguente impossibilità a trovare poi un marito, viene perdonata con la sola condizione di restituire il maltolto.
Tornando a Girolamo, egli, tre anni dopo, il 5 gennaio 1605, ricompra la cantina, pagando allo zio 245 lire e rotti (7 denari e 8 soldi) in monete d’oro e d’argento.
IL MATRIMONIO CON CATARINA BOTTACINI
Fra il 1602 e il 1603, Girolamo sposa la giovane fidanzata, Catarina Bottacini: lui ha sui 23 anni, lei 18. Erano già promessi e il padre di Catarina, il defunto Giovanni Maria, aveva deciso di dotare la figlia di 400 lire, fra beni mobili e denari. Ma poi, morto il suocero, gli eredi non ne avevano rispettato gli impegni: infatti, nel novembre 1603, davanti al Tribunale a cui si è perorato, Girolamo dichiara di avere ricevuto dagli eredi Bottacini solo 307 lire ed è qui per reclamare il saldo della dote.
Nella contesa gli sposi, entrambi minorenni, hanno dei tutori che trattano e garantiscono per loro: per Girolamo è ancora lo zio Francesco Mignoli, per Catarina il tutore è Francesco Cotti.
Dal matrimonio di Girolamo e Catarina nascono almeno sette figli. Nei registri di battesimo di San Pietro, parrocchia di riferimento fino al 1614, alcuni di questi non sono registrati, ma la loro presenza è documentata dagli atti notarili. I figli noti sono i seguenti:
- Battista, nato forse nel 1603, probabilmente primogenito poiché rinnova il nome del nonno;
- Domenica, del 1605 circa;
- Paolo, registrato a S. Pietro, nato l’8 dicembre 1608 e morto assai presto, comunque prima del 1612 (nella parrocchia di San Pietro mancano per il periodo i registri dei defunti);
- Un altro Paolo, nato il 2 giugno 1612 e deceduto entro il settembre 1616;
- Un terzo Paolo, registrato nella parrocchia di Buzzoletto, nato il 29 settembre 1616;
- Giovanni, nato il 26 dicembre 1619;
- infine Maddalena, il 17 ottobre 1622.
Dopo la nascita di Maddalena, in data imprecisata, Catarina Bottacini muore.


Gli anni della prima parte della vita di Girolamo
Gerolamo vive in anni complessi. Oltre alle varie, vien da dire “ordinarie”, rotte del Po, che periodicamente mettono a repentaglio la vita degli uomini e minacciano bestiami, case e cose; in quegli anni il territorio subisce una lunga dolorosa invasione legata, nell’ambito della guerra europea dei Trent’anni, alla guerra di successione del ducato di Mantova.
Partiamo dal Po. Una rotta importante avvenne nel 1612 e coinvolse tutto il territorio, da Pomponesco a Casalmaggiore: terreni sott’acqua, devastazione e perdita di biade e animali.
Nel gennaio 1614, invece, il Po ghiacciò, bloccando la navigazione – fondamentale in quei tempi di strade rare e disagevoli – tanto che lo si attraversava a piedi. Ma i mulini erano bloccati e non potevano più macinare.
Nel 1616 una nuova rotta fra Guastalla e Luzzara e sopra Casalmaggiore: ci si muoveva con le barche nei campi fino alle case.
Nel 1619 (quando Gerolamo ha quarant’anni) un tumulto popolare scosse il territorio: l’annata era stata delle più abbondanti, ma i produttori non mandavano i grani al mercato per evitare il calmiere; i fornai compravano altrove a caro prezzo e i prezzi al consumo aumentavano senza sosta. Dovette intervenire il duca di Mantova: con un rescritto ducale egli obbligò i proprietari a fornire il mercato di grani. I tumulti cessarono.
Per il Viadanese, in quegli anni, continuò la prosperità: forte di una popolazione di 14.000 abitanti, per gran parte piccoli proprietari, fiorenti vi erano le seterie, così come la produzione di grano e di vino, prodotti tanto richiesti non solo dalla provincia, ma anche dall’estero (con ciò che si intendeva allora come estero), dove i viadanesi ottennero il permesso ducale di esportarli.
Né ci si dimenticò delle classi più povere: per venire in loro aiuto, nel 1604 in Viadana fu aperto il Pio Ospizio per fanciulli poveri.
La dinastia dei Gonzaga
Negli anni di cui stiamo parlando, duca di Mantova era Vincenzo Gonzaga.
Durante il suo principato, cominciato nel 1587, Mantova conobbe un periodo di splendore economico e culturale, che fu il canto del cigno della dinastia. Morto Vincenzo nel 1612, gli successe il primogenito Francesco il quale tuttavia morì pochi mesi dopo, lasciando una figlia, Maria. Il fratello Ferdinando, per diventare principe, abbandonò il cardinalato, si sposò, ma morì senza eredi nel 1626. A Ferdinando seguì Vincenzo II, terzo figlio maschio del primo Vincenzo, pure sposato, ma privo di eredi.
Si pose quindi il problema della successione. Il parente più prossimo – maschio – era Carlo Gonzaga di Nevers, un francese, figlio di quel Ludovico Gonzaga che, un secolo prima, si era trasferito in Francia dove aveva sposato Enrichetta di Clèves. Vincenzo II, per blindare la successione, fece sposare la nipote, principessa Maria – unica erede legittima se, nel territorio dell’impero, alle donne fosse stato concesso il governo dello Stato – fece sposare, dicevo, la nipote al figlio di Carlo di Nevers.
Forse, se la successione avesse riguardato solo Mantova, le cose sarebbero andate diversamente, ma c’era il Monferrato, la spina nel fianco dei Savoia, da una parte, e degli spagnoli, occupanti della Lombardia, dall’altro. Il Monferrato era già stato occupato dal Savoia nel 1613, poi restituito a Ferdinando nel 1617. Ma la situazione aveva tutta l’aria di essere provvisoria per i continui tentativi del re sabaudo di appropriarsi del territorio.
La tragedia, che ne seguirà, ha occupato tanti libri di storia e, fra i romanzi, I promessi sposi. Ne parlerò fra poco.
L’agiatezza economica e il prestigio sociale
Girolamo, da buon proprietario e contadino, segue le orme degli ascendenti nel perseguire l’ampliamento delle sue proprietà. Il suo primo atto autonomo (almeno quello di cui si ha notizia), dopo gli anni giovanili e le tutele, e dopo il matrimonio con Catarina e il raggiungimento della maggiore età, è il rogito con cui ricompra la cantina, quale parte della propria casa, dallo zio Francesco Mignoli. E segna anche la conclusione dei rapporti fra nipote e zio.
Certo, le loro case sono confinanti, i contatti frequenti, costanti i rapporti coi cugini, le loro mogli e i loro figli – possiamo immaginare che i bambini giocassero insieme nello stesso cortile e nella stessa strada, che le donne usassero lo stesso pozzo e lo stesso forno – ma le due famiglie (quella di Girolamo e quella di Francesco) finiranno col dividersi sempre di più.
Girolamo acquisisce sempre maggior prestigio all’interno della comunità di Buzzoletto: è, ad esempio, fideiussore in atti notarili di terzi e, in un documento del 24 aprile 1612, risulta fra i firmatari per la fondazione della chiesa di Buzzoletto.
A questa riunione, importante poiché si trattavano i problemi economici relativi alla fondazione di una nuova parrocchia (non solo la costruzione della chiesa, ma anche i vari benefici di cui dotarla) partecipano i capifamiglia di alcune fra le principali famiglie del paese. La firma di Girolamo è ben distinta – anche lontana visivamente – da quella dello zio Francesco. Se i capofamiglia dei Grazzi, ad esempio, sono ben cinque e i Malacarne quattro, i Mignoli sono due, rappresentanti di due diverse famiglie.
Attraverso altri documenti, riusciamo a seguire i movimenti economici del nostro:
- Nel 1614 il nostro riceve da Giuseppe Nani, suo fratello per parte materna (“uterino”, lo definisce il documento), 212 lire lasciategli in eredità dalla madre defunta. Con quelli e con altri risparmi, nel marzo 1619 compra da Francesco Scutellari due pertiche di terra arativa, vineata, piantata con opuli novelli, sita in Buzzoletto al prezzo di 417 lire.
- Il 4 agosto del 1619 vende una biolca di una sua terra arativa, vineata e opulata, sita in Buzzoletto, a Francesco Ruberti (forse parente della madre) per il prezzo di 705 lire imperiali. La vendita consente a Girolamo l’acquisto dal fratello, Giuseppe Nani, per il prezzo di 247 ducati, di 43 tavole di terreno, appartenuta al nonno, Nicolò Ploja Ruberti (forse era parte della dote della madre), e confinante con un’altra sua proprietà.
- A ciò è probabilmente spinto anche da un’altra occasione: il 27 novembre 1619 (stesso giorno dell’acquisto) il tribunale di Viadana dà ragione a lui e al fratello Giuseppe Nani, circa una loro petizione contro il cognato, Giacomo Antonio Berzoni, che si era rifiutato, fino ad allora, di restituir loro la somma di 132 lire imperiali, ricevute in deposito da Domenica Ruberti.
- Nel 1621 riceve un incarico dalla Società del SS. Corpo di Cristo della parrocchia di Buzzoletto, di cui fa parte: deve comprare da Nicolò Grazi per la Società un piccolo appezzamento di terra con casa sopra “murata, coppata, solerata e intravata”, sita in Buzzoletto. Cosa che Girolamo fa con rogito del 22 dicembre 1621 e la spesa di 200 lire imperiali.
- Nel febbraio del ’23 deve risolvere un problema ereditario con la zia Catarina Ruberti, sorella della madre defunta. L’eredità contestata è quella di Nicolò Ruberti, nonno materno di Girolamo e padre di Domenica e Catarina. Catarina e, per lei, suo marito Francesco Araldi, reclama la quinta parte di 8.699 lire imperiali, lasciate in beni mobili dal padre Nicolò. Si rivolge a Girolamo in quanto “eius consubrini”. Forse la faccenda si risolve in fretta perché non ne ho più trovato notizia.
- Nell’agosto del 1624, Girolamo compra poco più di due pertiche di terra arativa, vineata e oppulata”, sita in Sant’Agata di Buzzoletto, da Giovanni Caleffi della Gardinala, per il prezzo di 459 lire.
- Due anni dopo, nel dicembre 1626, egli vende ai fratelli Buzzi due pertiche di una sua pezza di terra, sita in Buzzoletto presso il Dugale, per poco più di 630 lire.
- A fine marzo del 1627, compra due biolche di terra dai cugini Giovanni e Domenico Mignoli, figli di Francesco. La terra è a S. Agata, il prezzo è piuttosto alto, 1.282 lire, metà delle quali già versate e la seconda metà saldata ora. Questo acquisto mi sembra una sorta di rivendicazione di Girolamo nei confronti dello zio, anche se già defunto. Era una terra già dei Mignoli? Toccata a Francesco durante la divisione?
IL MATRIMONIO CON LAURA PICINOTTI
Nel 1626, rimasto vedovo, Girolamo sposa Laura Picinotti, orfana di Matteo Picinotti, conterranea. Del matrimonio – mancando i relativi registri parrocchiali – resta traccia solo nel documento dotale, datato 3 febbraio 1627, da cui risulta che gli sponsali si sono svolti l’anno precedente.
Laura Picinotti riceve la dote dal fratello Pietro ed è un appannaggio molto ricco: 1.100 lire imperiali di cui 400 circa in beni mobili, quasi 600 lire in denari dati a Girolamo, e altre 100 lire che lo stesso Girolamo dona “pro dono sponsi”.
Girolamo ha 46 anni, la sposa è, con ogni probabilità, molto più giovane.
Non si sa se i due abbiano avuto figli, mancando i registri dei battezzati del periodo e non esistendo alcun altro documento al riguardo. Credo di sì, poiché la dote in beni mobili di Laura Picinotti, facilmente riconoscibile, si ritrova nell’inventario dei beni di Girolamo, stilato dopo la morte di lui. E la presenza di almeno un figlio garantiva al vedovo in mantenimento della dote per l’erede.
Comunque sia, Laura muore in un giorno e anno imprecisato, prima del 1631.
La data ci parla di guerra e di peste, ci parla di una moria incredibilmente alta, che forse ha travolto, più che la giovane Laura – già morta – i suoi figli. Ne dirò fra breve.
LO SPOSALIZIO DEL FIGLIO BATTISTA
Il figlio di Girolamo e Catarina Bottacini, Battista, sposa nel 1628 Lucrezia Malacarne. I Malacarne sono un’antica famiglia di Buzzoletto, coautori della fondazione della chiesa del borgo.

Lucrezia è orfana, con tre sorelle, ed è posta sotto la tutela dello zio paterno, Nicola Malacarne. Una volta sposata, passa sotto la tutela del suocero: era la consuetudine. Lucrezia ha una ricca dote di 1400 lire, comprensiva sia dei beni paterni che materni.
Anche le sue sorelle passano sotto la tutela di Girolamo e le loro doti, fino a quel momento, erano state custodite da don Agostino Bonati, prevosto di Buzzoletto; ora sono nelle mani di Girolamo.
Cosa sia stato di questo matrimonio, altro non si sa. Di Battista e Lucrezia sparisce ogni notizia. Li immagino travolti dagli eventi che mi accingo a raccontare.
1629-1630: GLI ANNI TERRIBILI
Mentre la popolazione viadanese e mantovana viveva la solita vita scandita da nascite, matrimoni, funerali, riti, ricorrenze, feste patronali, compravendite; le campagne davano frutti più o meno scarsi; i fiumi scorrevano e spesso straripavano e occorreva riparare argini e case; nel 1626 moriva, senza discendenti, Vincenzo II, l’ultimo duca Gonzaga. Gli succedeva Carlo di Gonzaga-Nevers, il parente più prossimo, come ho già detto, dei signori di Mantova.
Ma gli spagnoli, che occupavano il Milanese fino a Casalmaggiore, non lo volevano lì, perché troppo legato al re di Francia. E non ce lo voleva l’imperatore, per le stesse ragioni.
L’Europa era nel pieno della Guerra dei Trent’Anni, scoppiata nel 1618 e che finirà solo nel 1648: non erano ammessi cambi di casacca. Ne andava di quel che restava dell’equilibrio continentale.
Nei Promessi sposi, Manzoni lo spiega nel migliore dei modi:
“Il lettore sa che in quell’anno [1628] si combatteva per la successione al ducato di Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, che non aveva lasciata prole legittima, era entrato in possesso il duca di Nevers, suo parente più prossimo. Luigi XIII, ossia il cardinale di Richelieu, sosteneva quel principe, suo ben affetto, e naturalizzato francese: Filippo IV, ossia il conte di Olivares, comunemente chiamato il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse ragioni; e gli aveva mosso guerra. Siccome poi quel ducato era feudo dell’impero, così le due parti si adoperavano, con pratiche, con istanze, con minacce, presso l’imperator Ferdinando II, la prima perché accordasse l’investitura al nuovo duca; la seconda perché gliela negasse, anzi aiutasse a cacciarlo da quello stato”.Fatto è che l’imperatore aveva deciso di appoggiare la candidatura alla successione di Ferrante Gonzaga di Guastalla, anch’egli discendente della casata mantovana, ma gradito alla Spagna cui era a servizio come militare. Di fronte al rifiuto di Nevers di rinunciare ai diritti su Mantova, dove si era già insediato, l’imperatore, la Spagna e il regno dei Savoia gli dichiararono guerra.
E l’imperatore inviò alla conquista del ducato i lanzichenecchi, quelli stessi che, nel romanzo manzoniano, attraversano la Valsassina e il territorio di Lecco seminandovi terrore, rovina e la peste.
Ripercorriamo quelle pagine epiche del capitolo XXVIII dei Promessi sposi:
“Eran vent’otto mila fanti, e sette mila cavalli; e, scendendo dalla Valtellina per portarsi nel mantovano, dovevan seguire tutto il corso che fa l’Adda per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in Po, e dopo avevano un buon tratto di questo da costeggiare: in tutto otto giornate nel ducato di Milano”.E, più avanti, al capitolo XXX, così si racconta l’allontanamento dei lanzichenecchi dal territorio lecchese:
E, ancora: “Quando la prima squadra arrivava al paese della fermata, si spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li metteva a sacco addirittura: ciò che c’era da godere o da portar via, spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse, delle ferite, degli stupri”.
E, più oltre, sempre riguardo ai Lanzichenecchi: “Finalmente se n’andavano; erano andati; si sentiva da lontano morire il suono de’ tamburi o delle trombe; succedevano alcune ore d’una quiete spaventata; e poi un nuovo maledetto batter di cassa, un nuovo maledetto suon di trombe, annunziava un’altra squadra. Questi, non trovando più da far preda, con tanto più furore facevano sperpero del resto, bruciavan le botti votate da quelli, gli usci delle stanze dove non c’era più nulla, davan fuoco anche alle case; e con tanta più rabbia, s’intende, maltrattavan le persone; e così di peggio in peggio, per venti giorni: ché in tante squadre era diviso l’esercito”.
“Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l’ultimo”.Ecco, questi fanti e cavalli, col loro carico di orrore, proseguendo lungo l’Adda e poi, alla confluenza di questo, lungo il Po, arrivarono in territorio mantovano.
Qui, fin dall’anno precedente, Viadana era stata fortificata, così come Canneto e Gazzuolo. Nel Viadanese, a difesa del territorio, si acquartierarono cavalieri e fanti del duca Carlo, a presidio del Castello; piccole galee armate furono messe in Po per evitare il sopraggiungere dei nemici via fiume (cosa che invece puntualmente accadde); dagli argini, fortini di terra proteggevano i militi. Da Cicognara a Torre d’Oglio. Ma fu tutto inutile.
Il 19 ottobre diecimila lanzichenecchi discesero dal Cremonese verso Viadana che fu conquistata tre giorni dopo, il 22 ottobre 1629.
Gli imperiali (o alemanni, come si diceva allora) si diedero a saccheggiare tutto il territorio. Ma i contadini avevano già messo in salvo il bestiame e le migliori masserizie nel parmigiano e modenese. Per tre anni, tremila lanzichenecchi rimasero stanziati nel viadanese, e le spese della comunità per le vettovaglie, le biade e tutto quanto prevedeva un acquartieramento così lungo, superarono ogni più funesta previsione. Essi portavano la peste e la peste si diffuse in tutto il mantovano e in alcune terre circonvicine.
Significativo il ricordo del parroco di San Pietro:
“Memoria come nell’anno 1629 li 19 ottobre fu preso Viadana dall’esercito imperiale degli alemanni quali poco dopo posero l’assedio a Mantova qual durò un anno poco più … e nell’istesso tempo fu la peste qual dopo aver cominciato sul mantovano infettò anco tutta la Lombardia co’ grandissimi morti e la Parrocchia nostra di San Pietro quale faceva tre mila anime avanti restò dopo la detta peste co’ 400 poco più anime[1]”. (Potremmo ora correggere il parroco: la peste giunse nel nostro territorio quando già si era estesa in Lombardia).In effetti, il numero dei morti per peste fu altissimo: riguardò più di due terzi della popolazione mantovana.
[1] Memoria da San Pietro di Viadana (battesimi 1621-1651)
Nel comune di Viadana, a Cogozzo, dal febbraio 1630 ai primi di maggio, morirono di peste 336 persone: il 6 aprile i morti furono 16, il 13 ben 18 (si sta parlando di realtà molto piccole, borghi che spesso non arrivavano alle 500 persone). A Cicognara, dal 1 maggio al 5 giugno 1630, morirono 112 persone. Nessuna notizia dalle altre frazioni viadanesi né da Buzzoletto (dove tra l’altro morì il parroco), poiché mancano i registri dei morti.
Riguardo ai territori confinanti, a Sabbioneta 2924 abitanti su 4200 morirono di peste; a Pomponesco morirono 800 persone, il che costituiva quasi il totale della popolazione; a Dosolo morirono in 900, fra cui ben 18 persone solo il 10 giugno. A Correggioverde, dove prima morivano in media 10 persone all’anno, per peste ne morirono 247.
Solo nell’agosto 1630 il morbo diminuì d’intensità. Ma, per tre anni, le campagne mantovane rimasero desolate per la mancanza di manodopera. Quindi crebbe la carestia, crebbero la fame e la miseria. In più, a Viadana – come in altri borghi – chiuso il Monte di Pietà, chiuso il Pio Ospizio, chiuse le chiese e i luoghi caritatevoli, il territorio si riempì di miserabili (“prostitute e accattoni”, dice il Parazzi) senza che una qualche autorità potesse intervenire.
Nel 1631, la Pace di Ratisbona e il Capitolato di Cherasco decisero che i ducati di Mantova e Monferrato spettassero a Carlo Gonzaga di Nevers; come dire: una guerra e migliaia di morti per niente.
Tuttavia, a Cesare Gonzaga, duca di Guastalla, toccarono Luzzara, Dosolo, Reggiolo e Solara, che avevano, fino ad allora, fatto parte del ducato mantovano.
IL MATRIMONIO CON MARIA GRAZI
Passata la buriana, troviamo Girolamo quasi solo: scomparsa la moglie, scomparsi il figlio Battista con la nuora, scomparsi forse altri bambini piccoli, figli o nipoti. Gli è rimasta solo la figlia Domenica, che ha circa 25 anni, e che si sposa sul finire del 1630 con Santo Berzoni.
Anche Girolamo si risposa – il dopoguerra e il dopo-peste era questo: matrimoni uno via l’altro, c’era una voglia tremenda di ricominciare a vivere.
La sposa è Maria Grazi, dei Grazi di Buzzoletto, una delle famiglie che aveva contribuito alla fondazione della parrocchia di S. Spirito.
Non abbiamo l’atto della dote di Maria, ma due rogiti del 1633 ci parlano di lei, per una questione ereditaria con Grazio Grazi circa la dote della comune ava Caterina Savazzi, moglie del nonno paterno, Grazio senior. Dopo il secondo atto, datato 18 ottobre 1633, Maria Grazi muore.
Dal matrimonio erano nate due femmine: Catarina Maddalena il 21 novembre 1631 e Domenica il 1° giugno 1633. Domenica muore ancora piccola prima del settembre 1635. Nella registrazione dei battesimi, entrambe vengono dette figlie “di Hieronimo (o Jeronimo) e della Maria sua consorte”, senza specificarne il cognome.
IL MATRIMONIO CON MARIA BOTTESINI
Trascorrono solo alcune settimane dalla morte di Maria Grazi e già Girolamo convola a nuove nozze con Maria Bottesini, parente, per parte di madre, di Maria Grazi. Matrimonio in famiglia, per così dire.
La fretta di Girolamo – che non lascia passare nemmeno il tempo canonico della vedovanza – è forse giustificato dalla presenza di due bambine piccole (una di due anni, l’altra di pochi mesi) da accudire e crescere. Inoltre, in quel periodo del dopo-peste, in cui la popolazione era rimasta più che dimezzata, con intere famiglie cancellate, in una società ancora tutta da ricostruire, era possibile che il tempo sembrasse troppo prezioso per essere sprecato.
Maria Bottesini, figlia dei defunti Antonio Bottesini e Antonia Grazi, è giovane, ventenne appena.
Ed è lei, con l’aiuto del marito, a concludere la questione ereditaria con Grazio Grazi circa l’eredità del defunto Matteo Grazi, parente di entrambi. Dei beni stabili di quest’ultimo, vengono fatte due parti uguali e corrispondenti a 2.107 lire: Maria eredita in totale 6 biolche di terra (arativa, vineata e opulata) divisa in due appezzamenti, l’uno in località Bugno, l’altro in località Ranzale, entrambe in terra di Buzzoletto; al Ranzale eredita anche 2 biolche di terra “arativa e moriva”. Concludono l’eredità 21 lire in denari liquidi.
Non ci è rimasto il documento della dote di Maria Bottesini, ma certo questa eredità così sostanziosa compensava qualsiasi lacuna.
Dal matrimonio fra Girolamo e Maria Bottesini nascono quattro figli:
- Giovanni Battista, il 23 agosto 1634 (che muore bambino, entro il 1637);
- Domenica, il 14 settembre 1635 (che rinnova nel nome la figlia che Girolamo aveva avuto da Catarina Bottacini, che si era sposata nel 1630 ed era morta poco dopo, forse di parto);
- Giovanni Battista, nato il 6 novembre 1637;
- Giovanni Paolo, il 20 agosto 1639.
Due mesi dopo la nascita dell’ultimo figlio, il 21 ottobre 1639, Maria Bottesini muore: è giovanissima, ha solo 27 anni.
Girolamo, a quasi 60 anni, è di nuovo vedovo, con quattro bambini piccoli da crescere (Catarina – avuta da Maria Grazi – di 8 anni, Domenica di 4, Giovanni Battista di 2 e Giovanni Paolo di appena 2 mesi), ma non si risposa più.

DOPO IL 1630
Gli anni che segnano il passaggio dalla fine della guerra fino alla morte di Girolamo, nel 1645, sono particolarmente intensi.
Le distruzioni, le devastazioni, l’alta mortalità avevano svuotato il Viadanese, impoverito le terre – abbandonate e non più coltivate per almeno due anni –, ucciso il bestiame, distrutti i magri raccolti, svuotati magazzini, granai e fienili. Molti proprietari erano morti, intere famiglie si erano estinte; a volte erano rimasti dei minori, da sottoporre a tutela per garantirne i diritti, amministrarne e dividerne i beni, curarne la dote o gli interessi.
A Girolamo vengono affidate varie tutele e curatele, quasi tutte in un periodo compreso fra il 1633 e il 1635.
- Nel 1633 dei fratelli Malacarne (Catelina di 18 anni, Cristoforo di 16 e Antonia di 8), orfani del fu Francesco, con restituzione di dote ad Agnese Matia, vedova di un altro Malacarne, Giovanni; fra il 1634 e il 1635 darà il contributo della propria esperienza alla divisione dei beni fra i fratelli e alla investitura di una terra di Cristoforo. Assisterà altri Malacarne, parenti dei primi; ad esempio, Francesca, orfana di Bartolomeo, per la divisione dei beni con la sorellastra e la restituzione della dote alla madre; e, ad esempio, Domenica del fu Lazzarino, per una investitura di terra ottenuta dal Collegio Monte Alto di Bologna.
- Altre assunzioni di responsabilità e di tutela legano Girolamo, nel 1633, ai fratelli Ruberti, orfani di Cristoforo e suoi parenti per parte di madre (Domenica di 20 anni, Antonio di 14, Giovanna di 10), riguardo all’eredità del loro zio materno Pietro Baruffaldi, con la liquidazione della vedova, Lucrezia Ruberti.
- Nel 1634 la tutela riguarda Stefano Prevedini, orfano di Antonio, nella divisione dei beni dello zio paterno Giovanni; e i fratelli Giovanni e Carlo Cavalli con restituzione di dote alla matrigna e copertura dei debiti; in più, affiancherà Francesca Goboli, orfana di Antonio, nella vendita di un terreno con casa e nel successivo acquisto di un appezzamento di terra.
- Le curatele continuano negli anni successivi, ma forse perdendo quel carattere di urgenza del primo dopoguerra. La più impegnativa è probabilmente quella di Maddalena Ruberti, orfana di Battista, nel 1642: Girolamo stende l’inventario dei beni per presentarlo al Tribunale, assiste Maddalena nella restituzione della dote alla vedova, Elisabetta Barozzi, e nella divisione dei beni col cugino, Francesco Ruberti, delle proprietà che i loro padri avevano in comune.
- Nello stesso anno 1642 segue Cecilia Berzoni nella controversia con lo zio paterno, Francesco Berzoni, circa l’eredità del fratello di Cecilia, Francesco junior, annegato qualche giorno prima: lo zio pretendeva anche parte della dote della di lei madre (quella che avrebbe dovuto essere assegnata al fratello), ma Girolamo riesce a farle ottenere dal Tribunale la restituzione dell’intera dote materna.
- L’ultima tutela di cui abbiamo notizia riguarda Domenica, orfana di Nicolò Grazi, di 16 anni, per la restituzione della dote alla madre.
Negli anni 1636-1640 Girolamo è nominato perito estimatore di terreni e case, in occasione di vertenze e divisioni: da Maria Savazzi nel 1636 e da Battista Pilastrina nel 1640.
Sempre nel 1640 deve condurre in porto un compromesso amichevole fra i fratelli Magnani, provenienti dal Parmense, e Giovanni Francesco Vaccari, per una contesa riguardante una proprietà.
Incarichi di fiducia, come si vede, a sottolineare il prestigio di cui Girolamo godeva all’interno della comunità di Buzzoletto.
INCARICHI CIVILI
E incarichi prestigiosi ebbe Girolamo in quegli anni faticosi, in cui il Mantovano e, nella fattispecie il Viadanese, cercavano di risollevarsi dai terribili avvenimenti del 1629-1630: fu console più volte della villa di Buzzoletto. Erano anni in cui il territorio era tutto da ricostruire, a cominciare dagli argini del Po, e si cercavano prestiti fra le persone abbienti, vista la chiusura del Monte di Pietà.
Il consolato del 1637 lo si deduce da un documento notarile, di quell’anno, che specifica: “Girolamo Mignoli come console, Girolamo Malacarne come deputato, e i maggiorenti di Buzzoletto delle famiglie Scutellari, Grazi, Berzoni, Ruberti e Malacarne”, siaa nome proprio che del borgo, dichiarano di aver contratto un debito con i fratelli Bonanoni di 167 ducatoni, che la comunità ripagherà in tre rate.

Girolamo è console ancora nel 1641 e nel 1644. Si è conservato un suo autografo del 1641 in cui si firma “Hieronimo Mignoli consuli di detti villi” e dove sono elencati i maggiorenti di Buzzoletto e di villa Scazza.
Un documento del 28 giugno 1643 vede Girolamo con Pino Berzoni, Antonio Maria Ruberti, un Grazi, in qualità di abitanti di Buzzoletto, promettere “sotto l’obbligazione dei loro beni”, la restituzione di 2.342 lire a un don Ferrante il cui cognome è illeggibile.
Ed è console anche l’anno dopo: lo si evince dall’Inventario dei suoi beni (di cui parlerò più avanti), redatto dopo la sua morte.
RAPPORTI CON LA SOCIETÀ DEL SS. SACRAMENTO
Dell’attività di Girolamo in seno alla Confraternita (o Società del SS. Sacramento), cui certamente apparteneva fin dalla fondazione della chiesa di S. Spirito di Buzzoletto, abbiamo pochi riscontri (ma consideriamo che tanti documenti del periodo sono andati perduti).
Nel 1636, tuttavia, egli riceve una procura dai “Confratelli della Venerabile Società ecc.” per vendere e alienare tre case, donate alla parrocchia del paese “nel tempo del contagio”. Il parroco, don Maffeo Taffurelli, vorrebbe almeno permutarle con “terreno fruttifero”. Cosa che Girolamo riesce a fare negli anni successivi (con rogiti del 1639 e 1644).
Forse, nel 1644 Girolamo, oltre che procuratore, è priore della Confraternita, ma la notizia è poco chiara.
ANNI 1632-1644
La vita nel territorio viadanese, lentamente e faticosamente, ricominciò. Vari testamenti a loro favore, permisero di riaprire chiese, luoghi pii di carità e assistenza, conventi e monasteri. Venne ripresa la coltura dei campi, ricominciò il commercio, venne assicurata la navigazione sul Po.
Nel 1633 venne aperto in Viadana l’oratorio dei Battuti Bianchi che organizzava un corso d’istruzione per tutti i bambini; e l’istituzione si estese a tutte le parrocchie del distretto.
Non tutto, però, è semplice. Nel 1635 il governatore di Viadana scriveva al duca di Mantova che i possidenti non trovavano famigli, “non ostante le grida e ordini”, ed erano costretti a vendere le terre a bassissimo prezzo ai forestieri oppure farle andare in rovina.
Poi nel 1636 ricominciarono a sentirsi venti di guerra: non importava ormai quale guerra, solo che tornarono ad acquartierarsi nel viadanese truppe ducali e, subito dopo, truppe spagnole. Il che volle dire due anni di saccheggi, ruberie, angherie. Fino a quando il duca Carlo II Gonzaga-Nevers, succeduto al nonno e sotto la tutela della madre Maria Gonzaga, non decise di uscire dalla lega antispagnola.
Inutili suppliche furono mandate dal viadanese al duca per chiedere di abbassare tasse che, persino i più abbienti, non riuscivano a pagare.
E si aggiunsero gli eventi naturali: il gelo delle viti; l’inondazione della Ceriana, nell’ottobre del 1640, quando, ingoiati gli argini, il canale inondò le terre basse, e a Cavallara l’acqua nella casa parrocchiale era alta sei braccia; o il caldo del luglio 1644 quando – secondo il parroco di S. Pietro – “fu un caldo così eccessivo che molti viandanti e altri che lavoravano alla campagna restarono morti”.
LA MORTE DI GIROLAMO, SUA EREDITÀ
Girolamo Mignoli muore il 6 febbraio 1645. Non ci è pervenuto il suo testamento.
Lascia una figlia adolescente (Caterina di 14 anni) e tre figli ancora bambini: Domenica di 10, Battista di 8 e Giovanni di 6. La tutela dei figli e l’amministrazione dei loro beni viene affidata al loro zio, Giuseppe Nani.

Analisi di un documento: l’inventario dei beni di Girolamo
E, come succedeva in tali casi, lo stesso Giuseppe Nani compilò e rese pubblico l’Inventario dei beni “mobili e stabili, debiti et crediti” di Girolamo, che doveva poi costituire il patrimonio dei figli. Il documento è datato 3 aprile 1645.
È un documento di grande interesse poiché finalmente – anche se i beni non vengono valutati – abbiamo una idea dell’entità e delle caratteristiche delle proprietà di un Mignoli; e di come gli erano giunte, di quanto vi avesse aggiunto con le doti delle moglie, gli acquisti, le compravendite, forse la speculazione.
A partire dai beni immobili, c’erano due case – murate, coppate, solerate (secondo la formula): una, quella di Buzzoletto, d’abitazione della famiglia da almeno cento anni; l’altra, sita in territorio della parrocchia di S. Pietro, data in affitto.
E c’erano 15 biolche di terra, divise in sette appezzamenti: sei appezzamenti di terra arativa, vidata e oppiata, dislocati fra Buzzoletto, località S. Agata, Villa S. Pietro; e uno di terra saliciva, fuori dall’argine del Po, in territorio di Banzolo (l’odierna Banzuolo).
La maggior parte delle voci dell’Inventario riguarda i beni contenuti nella casa di abitazione, la casa avita: mobili, suppellettili, vestiti, biancheria, attrezzi, generi alimentari. Dalla descrizione particolareggiata, emerge anche la struttura e la disposizione degli ambienti.
La casa sorgeva in Buzzoletto. Da una parte confinava con l’argine del Po, dall’altra col “viazzolo comune” (cioè il sentiero pubblico); dalla terza parte con la casa di Francesco Mignoli, dalla quarta con la proprietà della famiglia Grazi.
Era una casa in muratura, con coppi sul tetto, travi e solaio, dislocata su due piani: al pianterreno l’andito, una camera “a man destra dell’entrar” e, dietro questa, un’altra camera che dava probabilmente sul cortile; in fondo all’andito, le scale che portavano al piano superiore. Qui, un’altra camera, probabilmente molto grande, visto che sorgeva sulle due inferiori. La casa comprendeva anche – all’esterno – un pozzo, un forno, una barchessa, una stalla e una cantina.
Percorriamo le stanze, così come ha fatto Giuseppe Nani, col fine di descriverle.
Nell’andito c’erano una credenza di noce, uno scanno, un treppiede, due “stagnade” di rame e un “caterino” pure di rame; oltre a qualche attrezzo.
Nella prima camera a destra c’era un grande letto a colonnine e tendaggi, fornito di materassi in piuma d’oca, lenzuola, cuscini, coperta e scendiletto. C’era un camino, perché sono descritti gli attrezzi del focolare; e attrezzi da cucina di rame e ferro, e pentole di rame.
C’era un tavolo di noce con uno scanno. C’erano stoppa e lino filati, e altra stoppa e lino grezzi, da filare: il che i parla di donne all’aspo e al fuso. C’era una cassa di noce che conteneva “scritture e istrumenti di Girolamo”: molte scritture, credo, visto che ci sono rimasti una sessantina di atti notarili che lo riguardano (e diverse carte mancano!). Nella stessa cassa anche panni da uomo.
Alle pareti era appeso un quadro della “Beata Vergine di Reggio”. E c’era un “lavello da acqua santa” in ottone, forse anche questo appeso.
La seconda camera terrena era molto ben arredata: un altro letto con “colonnette” e tutto il necessario; un “tavolotto” di noce con due cassettini, tre sedie e uno scanno; un altro “tavolotto” senza cassetti; attrezzi da focolare che sottintendono un altro camino; due casse di noce; una credenza, pure di noce, con “restello” che conteneva sei piatti di maiolica, più altri dieci “pezzi grandi” (non meglio specificati) pure di maiolica, e quattro candelieri d’ottone. La maiolica era certo quella della vicina Portiolo, magnifica e famosa.
Una delle due casse conteneva biancheria, lenzuola, vestiti da donna e da uomo. L’altra cassa, invece, trentatré “pezzi di peltro” (boccali, piatti o cos’altro?), bacili di ottone, due “pelizzette” da bambino e oggetti preziosi, da donna: un pettine e due croci d’argento, 64 coralli grossi e 50 coralli piccoli. Eredità di una moglie o di tutt’e quattro le mogli di Girolamo.
Nella camera c’erano (ma senza specificare se dentro la credenza o meno) anche generi alimentari: tre “formagge nostrane” (forme di grana), due lardi da 40 libbre, due sacchi di noci e altri due sacchi forse di ceci.
Fuori contesto, due paia di scarpe, uno di vacchetta e un paio, specificato “da uomo” di cordovano (che è una varietà di marocchino). Preziose, certo, se Giuseppe Nani si è preso la briga di parlarne a parte – anche perché, quasi sempre, ad esempio negli inventari delle doti, di scarpe non si parla affatto.
Alle pareti della seconda stanza c’erano un crocefisso di legno, un quadretto di legno della Beata Vergine di Loreto, e due tele dipinte di argomento sacro: nella prima, una Madonna non meglio specificata; nella seconda un San Francesco. In più, molto più profano, uno specchio.
La camera superiore sembra più spartana. C’era un altro letto, sì, ma ridotto a un “piumazzo” con due cuscini. C’era una cassa di noce contenente della stoppa filata, alcuni abiti da donna “di color nero” (che ci dicono di giorni di lutto), ma anche “giuponi” e busti gialli, verdi e turchini; grembiali con pizzi; e indumenti da neonato: fasce, cuffiette, “pannicelli da cuna”. Certo, i bambini nella casa non erano mai mancati.
C’erano poi alimenti, forse in sacchi (non si parla di madie o altro): fagioli, farina mista e farina di frumento; e salami, certo appesi.
C’erano altri beni negli edifici fuori-casa. Nella cantina (la famosa cantina venduta a Francesco Mignoli nel periodo buio del carcere e in seguito riscattata), nella cantina – dicevo – oltre a carriole e “soglie da bugada” (i grandi mastelli del bucato), ad assi di legno e attrezzi da falegnameria, al secchio e a un mastello da latte, a una cavagna da somenar (un cavagno, cesto grande per la semina) primeggiavano tre-quattro botti, e tinelli, vaselli, barili di misure diverse, contenenti soprattutto vino rosso “bono”, ma anche vino bianco e aceto.
Sotto alla barchessa c’erano un carro a quattro ruote, un aratro piò, dei tini grandi e vuoti e altri strumenti per il vino, assi lunghe da sei o sette braccia, e – inspiegabili almeno per me – quindici “pale da molino di braccia 9 l’una”.
Nella stalla, infine, c’erano un paio di vacche “di pelamo rosso d’età d’anni 10 inc.”, due manzuoli d’un anno, “uno di pelame nero e l’altro brognolo”, “una manzola negra d’un anno” e infine un’asina di sei anni.
Ecco. L’inventario si conclude con l’elenco dei crediti e dei debiti: di contro a un credito con Cristoforo Malacarne cui aveva anticipato 24 ducatoni al tempo della curatela; doveva 80 lire “per robba di botega” a Jona Pesaro, mercante; per la stessa ragione, ne doveva 45 a Biagio Sorini, altro mercante; doveva 32 lire allo speziale e 29 lire a Giovanni Antonio (manca il cognome), suo famiglio. Un debito di 15 ducatoni con la Compagnia del SS. Sacramento che gli aveva anticipato la cifra. In ultimo, gli eredi del Barzoni, reclamavano per la nipote Maria Barzoni, figlia della defunta Domenica Mignoli, le 900 lire della dote materna che, forse, non era mai stata versata.
A Giuseppe Nani il compito di pareggiare i conti.
Note:
- Per la storia generale, PARAZZI Antonio, Storia di Viadana e del suo distretto, cit.
- Per la fondazione della chiesa di Buzzoletto, AP. Buzzoletto, busta 9, “Carta di separazione e smembramento della Chiesa di S. Spirito di Buzzoletto dalla Chiesa prepositurale di S. Pietro di Viadana”, 24 marzo 1612.
- Per gli eventi narrati dal parroco di S. Pietro, AP San Pietro di Viadana, Battesimi 1621-1651, appunti, passim.
- Per i nati: AP San Pietro di Viadana, Battezzati 1564-1598 e Battesimi 1607-1620; AP. Buzzoletto, battesimi 1615-1645.
- Riguardo ai matrimoni: secondo don Guido Tassoni, il matrimonio fra Girolamo e Catarina Bottacini è avvenuto nel 1605 (Viadana, Biblioteca Comunale, fondo Tassoni); invece il 2 novembre 1603 Girolamo e Catarina Bottacini risultano già sposati (AS.Mn. Not., not. Francesco Verdi). Inoltre, don Tassoni ipotizza il matrimonio con Maria Bottesini nel 1632, ma ciò contraddice quanto emerge dal rogito notarile dell’ottobre 1633 in cui Maria Grazi risulta ancora viva.
- Per i documenti penali: AS. MN. Pretura di Viadana 1454-1852, b. 11 (miscellanea 1600-1603).
- Per i rogiti notarili, si rimanda a AS. MN. NOT., i seguenti notai: Girolamo Borsella, Anselmo Verdi, Francesco Verdi, Angelo Mori, Giuseppe Somenzari, Vertua Giovanni, Ludovico Bonini, Giovanni Milii o Migli, Sebastiano Scutellari, Girolamo Noliani, Benedetto Viani, Gio. Maria Perini, Sebastiano Tragnoli, Andrea Cottoni, Bartolomeo Avigni.
- Alcuni rogiti si trovano in copia in AS. MN. R.N.V. libri 35, 39, 42, 44, 55, 57, 59, 62, 64, 66, 67, 68, 76.
DOMENICA I
1605 c. – 1632 c.
Figlia di Girolamo Mignoli e Cattarina Bottaccini, nasce intorno al 1605.
Unica figlia sopravvissuta di Girolamo, appena dopo l’emergenza di guerra e peste, sposa sul finire del 1630, “secondo il Sacro Concilio Tridentino”, Santo Barzoni (o Berzoni), compaesano.
La dote che le dà il padre è sostanziosa: fra beni mobili e jocalibus (complessive lire 571), una cassa di noce (lire 46) e denari, la dote ammonta a 1000 lire. Probabilmente comprendeva anche la dote della madre, di cui era rimasta l’unica erede.
Dal matrimonio nasce una bambina, Maria Barzoni, nel 1631 o 1632. Ma poco dopo Domenica muore.
La data precisa – mancando i registri – non si sa, ma il suo nome viene rinnovato in una sorellina, figlia del padre e di Maria Grazi, che nasce il 1 giugno 1633.
La piccola Maria Barzoni cresce col padre, ma anche questo muore quando Maria è ancora bambina. La sua tutela passa allora al nonno Girolamo: è il 4 giugno 1642.
Nel 1645, dopo la morte di Girolamo, gli zii paterni rivendicano per lei una parte di eredità, cioè la dote della madre che – stando al documento – Girolamo non aveva terminato di versare alla figlia Domenica.
Sarà Giuseppe Nani, in quanto tutore dei figli di Girolamo, a risolvere la questione. Da quel momento, di Maria Barzoni ho perso le tracce.
Note:
- Tutte le notizie in AS. MN. NOT. notai Sebastiano Tragnoli, Andrea Cottoni.
- Per le rivendicazioni di Maria Barzoni, si veda precedentemente l’inventario di Giuseppe Nani
CATARINA MADDALENA
1631 – post 1693

Nata a Buzzoletto il 19 novembre 1631, figlia di Girolamo Mignoli e Maria Grazi, Catarina (con questo solo nome chiamata nei documenti e forse nell’ambito familiare) resta orfana di madre a nemmeno un anno. L’unica madre che conosce è Maria Bottesini, gli unici fratelli – dopo la morte della sorella Domenica – i figli di lei.
Passata sotto la tutela di Giuseppe Nani, nel 1652, lo sarà fino al matrimonio quando suo tutore diventa il suocero, Michele Silveri.
Nel 1652, a 21 anni, Catarina sposa infatti – nella chiesa di S. Spirito di Buzzoletto – Giuseppe Silveri, abitante a Pomponesco. E a Pomponesco si trasferisce dopo il matrimonio. Fra il 1654 e il 1671, le nasceranno sette figli: tre maschi (Giovanni, Michele, Francesco Antonio) e quattro femmine (Anna Maria, Maria Angela, Angela, Maria).
Fatte le divisioni dei beni coi fratelli, nel novembre 1655 vende – con la sorella Domenica, coerede – l’appezzamento di terra con casa sopra (murata coppata solerata e intravata), dotata di pozzo e forno e altre comodità, sita sotto la parrocchia di S. Pietro di Viadana e stimata poco più di 2.400 lire. Il compratore è Taddeo Bottesini, abitante a Villa S. Pietro. A conclusione della vendita, a Caterina vanno 1067 lire, a Domenica 738, forse per la diversa porzione del resto dell’eredità (mobili, denari, ecc.).
Nel 1656 Catarina vende altre 3 pertiche di un terreno, che possiede a S. Agata di Buzzoletto, per 400 lire.
Nel 1660, conclusa definitivamente la divisione delle eredità fra i figli di Girolamo, riceve due pertiche di terra arativa e vineata del valore di 337 lire, più 572 lire in mobili riguardo alla eredità paterna; dalla eredità dello zio Giuseppe Nani un’altra biolca di terra. In tutto, considerata la terra casamentiva già venduta, per un totale di circa 2300 lire.
Nel 1662 Catarina vende le suddette due pertiche di terra al fratello Giovanni per 250 lire (un prezzo nettamente inferiore, come si vede, rispetto al valore iniziale); ma ammonta a 250 lire il debito che ella ha con Tarquinio Cantoni cui avrà probabilmente chiesto un prestito.
Vent’anni dopo, in seguito a una vendita di terra – sempre facente parte dell’eredità – da parte dei fratelli, riceve ulteriori 59 lire.
Catarina resta vedova il 19 ottobre 1693. Nessuna notizia, invece, circa la data della sua morte: potrebbe non essere stata registrata (il registro dei defunti della fine del XVII secolo è piuttosto lacunoso) oppure essere avvenuta nel periodo 1704-1734 di cui, nell’archivio parrocchiale di Pomponesco, mancano i registri.
I suoi figli avranno lunga vita da benestanti, come dimostrano vari documenti notarili a loro nome.
Note:
- Riguardo alla sua nascita e al matrimonio, AP. Buzzoletto.
- Riguardo alle nascite dei figli: AP. Pomponesco, Nati vol. 4: Giovanni Silveri nasce nel 1654, Michele nel 1656, Anna Maria nel 1659, Francesco Antonio nel 1661, Maria Angela nel 1664, Angela Maria nel 1666, Maria nel 1671.
- Riguardo alla morte del marito: AP. Pomponesco, Morti 1605-1704
- I docc. notarili cui si fa riferimento in AS. MN. NOT, notai Perini bb. 7032, 7032 bis, 7032 ter; Nichesola b. 6324; Noliani b. 6369 bis
DOMENICA II
1635 – post 1656

Figlia di Girolamo e Maria Bottesini, Domenica nasce a Buzzoletto il 14 giugno 1635.
Ha meno di 19 anni quando sposa Alessandro Ruberti, compaesano, il 9 febbraio 1654. Dal matrimonio nascerà una figlia, Margarita.
Nello stesso anno, nel corso di una prima divisione di beni coi fratelli, diventa suo curatore speciale Andrea Cottoni. Coerede con la sorella Catterina, vende la terra ereditata dal padre e ne ricava 1802 lire: il suocero, Simone Ruberti, glieli fa investire in tre biolche di un terreno arativo, vineato e opulato, situato in Buzzoletto.
Nei documenti notarili che la riguardano, Domenica risulta ancora viva nel dicembre del 1656: ma entro il 1660 muore. Giovane ancora, ha fra i 22 e i 25 anni.
Nel dicembre 1660, quando i fratelli decidono di dividere ulteriormente i beni, è Alessandro Ruberti che la rappresenta nella salvaguardia dei diritti della figlia Margarita: l’eredità di Domenica ammonta a più di 2 biolche di terra a S. Agata di Buzzoletto e beni mobili stimati in 572 lire, riguardo all’eredità paterna e materna; e altre due biolche di terra, sempre a S. Agata, riguardo all’eredità dello zio Giuseppe Nani.
Però le cose non dovevano essere così definitive se, il 2 maggio 1681 Margarita Ruberti, sposata con Antonio Prevedini, avanzava ancora delle pretese circa l’eredità materna dagli zii Battista e Giovanni Mignoli.
Note
- Riguardo alla sua nascita e al matrimonio, AP. Buzzoletto.
- I docc. Notarili cui si fa riferimento in AS. MN. NOT, notai Perini bb. 7032, 7032 bis, 7032 ter, 7034; Cottoni in RNV 76; Ruberti b. 8304
GIOVANNI PAOLO
1639 – post 1691

Figlio di Girolamo e Maria Bottesini, Giovanni Paolo (così battezzato, ma in seguito chiamato solo col primo nome) nasce a Buzzoletto il 20 agosto 1639. Ha solo due mesi quando resta orfano di madre; e 6 anni quando gli muore il padre. Cresce coi fratelli sotto tutela e segue passo passo la vita del fratello Battista, maggiore di due anni.
Il 24 aprile 1659, a vent’anni, sposa a Buzzoletto Domenica Malacarne che gli porta una dote generosa di circa 950 lire, più due appezzamenti di terra.
Dal matrimonio nasceranno sei figli – quelli di cui si trova una qualche registrazione notarile, essendo perduti i registri di battesimo del periodo. Le date di nascita sono approssimative:
- Girolamo 1660 c.
- Maria 1663 c.
- (Francesco? 1667 c.; ma la nascita di questo figlio non è sicura)
- Giuseppe 1670 c.
- Vincenzo 1675 c.
- Battista 1676 (fine settembre o primi di ottobre), che muore il 9 febbraio 1677 a 5 mesi.
Per il seguito della vita di Giovanni Paolo e sulla sua discendenza, si veda la linea n. 3, nelle Linee laterali dei Mignoli.
NOTE: Tutti i dati qui sopra in AP. Buzzoletto
