
È vero che mi chiusero nel freddo – Ma avevan caldo, loro, e non potevano Sapere cosa fosse – » (E. Dickinson)
Lo so che la mia vita
è una citazione letteraria
dove la forma si è scontrata
– sempre – con la sostanza –
ho cercato – cocciutamente –
l’endecasillabo perfetto e la rima
ma avrei dovuto accontentarmi
– credo – dell’assonanza –
Mi invecchiarono lentamente
costringendomi negli specchi
d’una vita non mia –
inventata –
un’antica sera di aforismi
e laconiche tazze di caffè –
Mi coprirono di libertà
pesanti come macigni –
delegandomi certe incertezze di granito
di cui volevano disfarsi – sì –
ma salvandosi la faccia –
Svanita – così – senza voci né sguardi
di me – poi – che n’è stato?
Sono stata sempre il singolare –
il numero dispari –
che importa se terza o quinta
o milleduecentoventunesima –
isolata in false libertà –
il mio istrionismo ribelle
piegavo alle circostanze –
mi barricavo in ironie estrose e irate –
eppure – nel silenzio –
grida – soffocate –
nemmeno un sogno
è rimasto –
questa – dunque –
la solitudine che paventavo –
ma se ha da essere silenzio –
ebbene –
che silenzio sia –
In bicicletta lungo il viale
un ventaglio – lentissimo – di foglie
dirada la stanca serenità dei miei pensieri –
ogni anno mi disabituo troppo presto
all’inverno –
È stata l’ansia – continua – di dio
a farmi incontrare gli uomini –
da allora la mia anima s’è divisa
tra il dubbio e la certezza –
ma i carismi son gli stessi
come le forme di venerazione –
donandomi completamente
mi sono persa
fra il filantropismo e la bigotteria –
Si alzano improvvisi i temporali
e le piene devastanti dei fiumi –
solo ieri erano azzurri
i contorni degli affetti
e oggi è buio tempesta dubbio –
questa guerra mi ha sfibrata –
un nemico – invisibile – mi attacca di soppiatto
da ogni lato – sconfitte le mie linee Maginot
non meno delle mie trincee sommerse –
gli altri non sono che gli altri
difficile trovarvi latitudini e confini –
se fossi una nube – altissima –
come lontana starei dagli uomini
e dalla meschinità –
come lontana sarei da questa idiozia
di me stessa altalenata e schernita –
impossibile imparare a vivere – per me –
compiti più gravosi mi sono meglio riusciti
ma questo non è grammatica o latino –
Mentire a sé stessi – talvolta –
che utile esercizio sarebbe
per l’anima –
L’unica ombra assegnata a noi
la solitudine –
non ci sono parenti amici
o compagni di lotta –
all’ora dei conti
– sola – ci accompagna
assorta e un poco ironica
come chi ha teso le reti da un pezzo
ed ha aspettato pazientemente
che un gesto maldestro
precipitasse il funambolo
perduto nei cieli –
Non hanno bisogno di noi vivi
i morti –
abitano ben altre dimensioni –
la nostra presenza inutile
all’eternità d’una non-esistenza
– tutta loro –
solo il passato gli appartiene
è l’unica ricchezza –
per noi il presente –
il futuro è una baia
intellettuale –
Una domenica mattina –
ascoltando la Turandot –
improvvisa la certezza
d’avere amato gli altri
– immensamente –
e non esserne stata ricambiata –
Fanno parte di me
questi stratagemmi da rigattiere
gli alibi dell’amore cieco
dilaniato d’autoironia
le tiritere a perdifiato
sulla necessità d’essere sé stessi
nonostante tutto –
Ma di quale me?
Così – credo – mi descriverebbero
in una nebbiosa serata d’ottobre
fra il teatro e il caffè –
Non vissi mai – eppure lo sapevo
che la vita stava solo un po’ più in là –
attonita disfatta correvo
nella direzione più contraria dove sta
il freddo acuminato dei rosai
la notte stemperata negli addii –
fatta di ghiaccio
senza più unghie e denti
la memoria mi restava
– spezzata –
Ma non potevamo noi mancare
– tristi – ad ogni appuntamento
Mi hanno detto che la storia
è una raffazzonatura
di dubbie verità –
ma all’atto pratico
la versione dev’essere una sola
nemmeno molto insolita
e adatta al vincitore –
per i vinti ci sono le mezze verità
degli Archivi di Stato –
No, non è mia questa tristezza che mi prende
da tempo ho disciplinato la mia anima
con un disamore coatto
testardo come un mulo –
troppi ho salutato liberandoli in una vita nuova
perché possa commuovermi una povera traviata
in vena di illusioni –
Un’ultima poesia
di fine d’anno
per concludere in bellezza
un’agenda già sciupata –
le rughe attorno agli occhi
la voce più arrochita
invecchio
ma non so dolermene
divento più romantica
piuttosto
e questo mi dispiace –
D’improvviso – quel ricordo –
d’un vicolo dal balconcino –
noi due – camminavamo –
e poi tu in un’altra storia non mia
tu più giovane dagli occhi sgranati –
ed io che ti guardo vivere – e vivo –
Bisogna conoscere il fondo – a volte –
per accettare la fragilità
della superficie –
Ed io – impietrita dal dolore –
con un abito di velluto rosso –
ballavo un valzer di Strauss –
Sapere che ciò che si desidera
tanto non si potrà mai ottenere
e incaponirsi nonostante tutto a sognare
è come gustare un cibo guasto
che – sappiamo – ci avvelenerà –
Tutto ciò che vorrei dire
altre lo hanno scritto
prima e meglio di me –
a che serve aggiungere
nuove sillabe rubate al silenzio?
Vissero – a denti stretti –
la mente – lucida –
cercava un coronamento
nel lessico nel ritmo nella prosodia –
io – il cervello offuscato dalle troppe sigarette –
io piena di vanagloria e velleità –
consumo nel silenzio ciò che potrebbe essere
sole e respiro e beltà e altezza –
ad occhi opachi – e mai rassegnata –
sopravvivo – vagamente – a me stessa –
e tu che non sei venuto
resterai il mio freddo inesplorato –
Il mio bisogno d’amore – infinito –
ha sgomentato sempre gli altri
che le mani ritrattavano – e i pensieri –
Io rimanevo con le palme tese
– scioccamente –
nella voce una fame di pianto convulso
ma – i capitani non piangono –
mi dicevo ricordando Teresa Batista –
ed ero stanca – così stanca –
della mia guerra ininterrotta –
Cosa di me resterà – io non lo so –
ricordi di silenzi o di sorrisi
di aduste parole sillabate nel buio –
lettere troppo accorate forse
e disattente –
Diranno: aveva gli occhi d’un azzurro chiaro
– diranno – ed un certo modo di rider della vita
e di sé stessa – no, aveva pena di sé
piuttosto – e una pietà infinita –
ma bisogna pur vivere –
dicevi –
ed io ti ascoltavo immusonita –
La mia è una poesia autobiografica
in questo sta il suo limite
d’accordo – ma vivere al di fuori di sé
avrà senso per gli altri – non per me –
le mie parole intrecciate
a mille voci altrui – i pensieri
consumati in dolcissime estati vissute – interamente –
o forse solo intraviste – chissà –
E ciò fu tutto. Non un solo sì
nella folla di innumerevoli no –
Le negazioni che mi accompagneranno
sono una sorta di postulato matematico
chiaro – forse – ma indimostrabile –
io non conosco regge
né giardini d’oro –
non so di voce che chiama
me perduta alle porte Scee –
e allora compatite i miei deliri –
stordita – continuo a vagare
fra questi malaccorti labirinti
e a rinfacciarmi tutto questo male –
Ci sono giorni da ricordare
ed altri da dimenticare –
questa domenica d’ottobre
dove la metterò?
La mia memoria è una scaffalatura
a compartimenti instabili –
molto più difficile ritrovarvela allora –
Dilaniata da un rimorso
vagavo fra felicità insperate
che non sapevo apprezzare del tutto –
che mi scivolavano fra le dita
senza lasciarmi tracce – tuttavia –
e come avrei voluto
essere il sud
verso cui migravano
i tuoi pensieri
disperati di certezze –
a me assetata di saggezze
il vento trascina invernali pazzie –
se di gelo come le strade
improvviso diventasse il mio cuore –
Io non posso votarmi per l’eternità –
non ci sono abituata –
nella mia vita non ci furono né sempre né mai
ma solo giorni improvvisati –
le gioie e i dolori vi si altalenarono
inaspettati –
e poi silenzi solenni –
e attese –
Ci odiamo pacatamente
con una sorta di rispetto reciproco
ci evitiamo
perché i nostri occhi – incrociandosi –
non fomentino i sopiti rancori –
abitiamo in stanze separate
pur costretti nella stessa casa
– ed evadere da questa
una prigione sarebbe più facile transito –
lui è un solitario
in cerca di compagnie meschine –
io
nel mio universo zeppo di voci
dimentico – serenamente –
la sua presenza oscura –
Ed ecco la tua figura già perduta
oltre le onomatopeie trasecolate –
mi sono accorta – tardi –
d’amare loro più della mia vita –
Mi hanno condannata al silenzio
ed io mi stringo il tuo ricordo al cuore
indifferente a retoriche – o eufemismi –
Quando lo sconforto mi divora
non servono le delizie
di una giornata assolata –
penetrata dal freddo sto
come un corpo morto sul divano
e tutto crolla intorno – tutto è silenzio –
e pece e piombo e ferri acuminati –
devo vivere (o sopravvivere?) sola
questo è un assioma – incontrovertibile –
ma che fare se solo riesco a porre domande
ed aspettare dal silenzio
risposte mai venute?
E poi l’ho perduto
senza in fondo sapere perché –
così fragile il suo amore
alla prima spinta s’è sfasciato –
E tutti se ne sono andati –
alcuni in fondo al viale sulle biciclette
altri più lontano sotto grondaie diverse –
e tu chissà dove e chissà perchè
tu che con me non condividi
questi stanchi giochi di vanità –
io dai venti settentrionali
così spesso – trascinata –
Una bella risata contro la vita –
così devono sentirsi i suicidi
un momento prima –
una risata e via –
la vita ti sorveglia e tu la freghi
la batti in contropiede
con una mossa da goleador –
mi parlano di abiti da lavare
cassettoni da spolverare
e pavimenti mai lucidi –
le fobie quotidiane –
una risata e via
col doppio gioco si conquista il mondo –
la mania di sé stessi
è un’impudenza sfacciata –
Non ho avuto che un amore
nella vita
ma il suo nome
– distratti –
se lo divorino i secoli –
chi potrà mai dire con certezza
come bisogna vivere la vita?
Un treno lungo e noioso
un martedì
a Torino per la Vecchia Signora –
sempre tu nella mia vita
tu che passi la vita a separarti dalla mia –
ed io sballottata
da un treno del ritorno
io perennemente stretta
alla tua inquietudine maledetta –
(La “vecchia signora” non è la squadra della Juve – come ha pensato qualcuno – ma il dramma di Friedrich Dürrenmatt, La Visita della vecchia Signora)
I pensieri mi si affollano
e si respingono – tuttavia –
il mio cervello si rifiuta alla tortura –
le nevi passate non torneranno
– altre resteranno – forse –
è questione di temperatura –
Un’ape è venuta a ronzare
foriera di nuove tempeste –
che accadrà se ancora una volta
– inquieta – starò ad ascoltare?
APPENDICE
Premio Biella Poesia – Opera prima
1984
Motivazione
Non bisogna farsi sviare dal titolo che Vanna Mignoli ha apposto alla sua prima raccolta di poesie, «Mi chiusero nel freddo», segnato da un così romantico abbandono. È vero che esse insistono sulle angustie di una esistenza ferita dal disamore, di legami ricordati o ipotizzati con persone che «passano la vita a separarsi dalla sua», di illusioni solo in apparenza spente, pronte a riaccendersi in un brivido. Ma la sillabazione lenta del verso non nasce tanto dall’urgenza di controllare la piena dei sentimenti quanto dal bisogno di una costante verifica intellettuale, fatta di precisazione, scarti, impuntature.
È come se Vanna Mignoli si sforzasse di porsi di qua dal vetro che la imprigiona, di farsi schermo a se stessa, di trasformarsi in un’altra persona, ma cosciente e partecipe delle ragioni della sua autobiografia.
Più semplicemente, forse, occorre dire che la più grande preoccupazione di Vanna Mignoli è quella di giustificare una vita attraverso lo stile: attraverso la mediazione – lei direbbe le citazioni, le assonanze – della letteratura. Dove il modello più evidente e dichiarato è quello di Emily Dickinson, della sua intelligenza esercitata in una stanza, anche se certe cadenze epigrammatiche, certe sintesi fulminanti sembrano rinviare vagamente a «Spoon River», alle irrevocabili definizioni dell’Antologia Palatina.
Lorenzo Mondo
Il dipinto è di Egon Schiele, Sole autunnale.
Ho scaricato l’immagine da Google-Immagini.
