
IN LUOGO DI PREFAZIONE
Per Vanna
Difficile sottrarsi alla sindrome di Zelig, quando leggo
le poesie della Vanna – trattandosi per me
di malattia professionale, non ho ritegno alcuno –
le leggo, e mi immedesimo. Divento lei. Mi sembra –
no, non di averle scritte, so i miei limiti –
mi sembra mi appartengano. E, a recitarle, volano.
Sarà che è nata a Mantova, ma per me lei è stata
davvero guida e mentore – mi ha spiegato
la poesia
presentato i poeti
e quando mi coglieva in fallo, più stupita
che indignata dalla mia ignoranza, solo un poco
irritata, sospirava – io mi sentivo allieva, mi veniva da dirle
scusi prof, le assicuro che a casa la sapevo, non accadrà mai più…
La Vanna è una poetessa, ma fa fatica a crederci
i suoi versi raccontano, ma sempre con pudore
con ironia sublime, con il dono
straordinario della brevità
dolori e solitudini, minuzie quotidiane, assurdità del vivere
Dickinson! no, Montale! i critici ci sguazzano
e lei ci spiazza sempre, butta lì una risata
un’imprevista sintesi, un ammiccare al Tempo
“nella storia le streghe sono state bruciate” – ma essendo la storia ed io discrete complici conto di riuscire nell’intento almeno di procrastinare l’evento –La Vanna è contagiosa, per questo mi ritrovo
a scrivere imitando la metrica dei versi
e non è plagio! è omaggio, è un modo per spiegare
quanto è brava, e quale privilegio
sia dare voce, in pubblico o armate di teiera,
a questa danza intima, quest’arte di parole
che non è mai retorica, che sa colpire al cuore,
che se di sé vuol dire, lo fa come un bisbiglio
un fuori onda, uno scatto rubato – quasi a pagare il debito
che sempre abbiamo con le biografie…
quando ho abbassato grate in faccia al mondo non l’ho fatto per un gusto alla separatezza – no – era la consapevolezza di non saper sopportare la stupidità – l’atono bla bla le certe verità la volubilità quale sentenza di riscoperta d’appartenenza – io – per me – coltivo la misura la figura della reticenza –Non si può dire altro, adesso – solo leggere.
Lella Costa
giugno 2007
La mia Musa è lontana: si direbbe
(è il pensiero dei più) che mai sia esistita.
Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
alzato a malapena su una scacchiera di viti.
…
La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
di sartoria teatrale …
Ora ha ancora una manica
e con quella dirige un suo quartetto
di cannucce. È la sola musica che sopporto.
(Eugenio Montale, Diario del ’71 e del ‘72)
IL RIPOSTIGLIO DI SARTORIA TEATRALE
scrivo versi brevi come il respiro – il mio fiato è stato sempre corto – non sono mai riuscita a correre – a scalare declivi –
il tricentenario della Rivoluzione non potremo festeggiarlo hai detto – peccato – les jeux sont faits nous sommes perdus peccato – già – rien ne va plus –
imbrigliare il tempo inchiodarlo per non farlo sparire nemmeno con la scolorina o una passata di vernice – sarebbe fuggire la desolazione la certezza del finire –
ci sono lontananze che nessun treno varca o accorcia almeno – è uno spazio che lo sguardo non ferma e solo il cuore marca – un ricordo sfatto – di storie uguali – capitate a chissà chi – ma che importa? nei libri stanno verità che la vita raramente incontra e quando lo fa è sempre un déjà vu nessuna novità –
niente – no niente – cambierà mai pagheremo piccole luci con aghi – come farfalle da collezionare e una volta ammuffite buttare – il nostro volo fu così poco le reti si accanirono su di noi – ed era un gioco –
basta segnare appuntamenti per ricordare – basta follie – la tua presenza breve quotidiana identità – misurar lo spazio che ci impietra che senso ha?
i resoconti della storia li fanno i posteri con interpretazioni continuamente aggiornate – in mezzo noi poveri diavoli che abbiamo tirato la cinghia percorso citazioni trascritto date convinti che fossero quelle destinate alla memoria – ma non ha una sola ricorrenza la microstoria –
un rametto di mimosa per dirmi – o ricordarmi? – cosa resto – è l’otto marzo mi rimetti a posto – in una ceramica senese a disegni verdi e blu – «Shéhérazade vit paraître le matin et, discrète, se tût»
Emily aveva – sogni – che le martoriavano ogni senso – e li bruciò dentro la stufa – gli occhi ottusi dei posteri non l'avrebbero saputo mai – lasciò solo segni – e li smontarono ma senza il suo consenso –
"tutti i furfanti avran la parte loro" – già – ed io che non ho mai fatto la brava la mia parte di busse l'ho spesso ricevuta e non mi sono neppure riparata –
sottovoce – ti pregavo – bisbigliavo – di non lasciarmi – ma non potevi sentirmi e il tuo petto non sapeva rimpiangere la stretta delle mie braccia – (né i miei baci la tua faccia) chi ha detto che non posso vivere senza di te? possiamo – tutti – sopravvivere all'estate – e nell’Orlando è scritto – ti ricordi? – non muoiono le fate –
sapere che nel mondo da qualche parte aspetti e tremi per me mi rende facile il giorno – dedicherò più tempo ai miei fiori – il loro sbocciare e sfinire diraderà la costanza della distanza –
se non esistono paradisi nel futuro anche i paradisi perduti sono un abbaglio del ricordo venuto da chissà dove – in realtà in nessun posto ci sentimmo a casa – cuore – in nessun posto pensammo questo è l'approdo qui metterò radici – provvisori ovunque malgré nous – trop souvent – a volte ci illudeva lo scorrer lento del lunario ma già s’avvicinava il segmento del nuovo itinerario –
mi preferivi nelle vesti di Turandot – ti spazientiva Liù – si son confusi così i nostri ruoli – strattonando abbiamo smarrito le parti e ci rimandavamo note e battute a caso – senza accordarci –
mi ritaglio pezzi d'immortalità per ovviare all'uniformità dei giorni – slarghi azzurri tentativi d'accordi – ma si perdono le parole fra le pause e le attese – eppure dietro l'aspo quante quante cose –
LO SPAVENTACCHIO
che avrei dovuto aspettarmi di più – da me – ed impegnarmi a far quadrare gli orologi con le coincidenze e gli appuntamenti c’est un fait – eppure che importa? – e a chi? chagrin d’amour dure toute – toute? – la vie –
la poesia bussa raramente e porge solite cose non è certo tempo di creare – inventano taluni tuttavia connubi di suoni che sono stridori di niente ma li osannano – qualcosa vorrà dire – separarsi non so se serve a sparire credo a stare zitti – non ho imparato a cucire a tenere gli uncinetti – non conosco altro dire del poetare – limitarmi a motti senza nesso potrebbe aiutarmi anche a non pensare?
chissà se quest’inverno sarà duro come l’estate o le luminarie funzioneranno da comete verso capanne di redenzione o d’epifania – ma per rivelare che? distanze che nessun dono esotico potrà mai colmare – ci vuole – talento – per decifrare il firmamento –
evito di indugiare – sto attenta a non fermarmi in un pensiero che nuovo pare ma viene da lontano un angolo guasto – lo conosco – di cuore – non so se guarirò me ne libererò un giorno – spalancata la finestra il fuori sarà placato non avrò più timore del futuro né del passato –
ho scialato parole – ho sciupato matite e quaderni a quadretti (non posso votarmi a una sigaretta se m'opprimono le voci sparite) eppure se questa vita non m’andasse così stretta –
quando ho abbassato grate in faccia al mondo non l'ho fatto per un gusto alla separatezza – no – era la consapevolezza di non poter sopportare la stupidità – l’atono bla bla le certe verità la mutevolezza venduta come riscoperta d'identità – il prezzo da pagare sta nel sordo quotidiano tacere –
di questa fatica che m'è stata la vita non potrò mai dirti amore – altro rigore corrode i tuoi spazi – nel cielo più nuovo dove mai sazi incrociamo complici sguardi ignoriamo codardi la rabbia e il rancore –
forse dovrei cucire spolverare o cucinare invece di starmene inerte – dovrei urlare di rabbia e umiliazione lanciare – maledizioni – invece taccio – sono un père Goriot tradito da troppa tenerezza incompresa – e non mi do pace e mi pesa la sensazione di non possedere più voce –
queste sere senza di te certo sono più mie – tutto diventa facile e piccino il lontano si smarrisce nel vicino – e tu senza schermi e divieti diventi sguardo attento braccio che dà sicurezza e sostentamento –
questi lampi di fuoco affondarli nei ghiacci imprigionarli nell'ombra spaccarli – come sanno evadere i sensi – e parevano ben imbrigliati – di catene e lucchetti dappoco irridono – meravigliati –
aspettare di tutti i verbi è il meno sopportabile – gli appuntamenti trabocchetti in cui sprofondare o sorrisi cui anelare senza sospetti – e il tempo spento di contorni netti –
tentai – tentai d'esorcizzare la paura – non ci riuscii mai – accendevo troppo sterili lampade – dipanavano appena rossastri tremori – ma gli angoli inghiottiva il buio e quel buio annichilava la mia incerta razionalità più spesso querula malgré moi –
questa vita che con te non avrò mai pavida domita fallita questa stupida vita fatta a pezzi reincasellata immiserita senza eccessi –
troppe volte ho sbagliato il ritmo e gli accenti – ho sperperato parole che meglio sarebbe stato tacere – quell’eco mi ha perseguitata temevo che qualcuno me ne chiedesse il conto bussando alla mia porta inaspettato – ho imparato a stare all'erta l'angoscia m'ha segnata – da allora non mi sono mai più data –
mezzanotte è lunga a venire le ore non passano mai – non c’è che il dolore che prolunga l'attesa lo trasforma in una distesa di sabbia sabbia sabbia – manca il respiro corrosa la rabbia resta – tutto il tempo davanti impavido che aspetta – (e nessuno sa quanto può far male il cristallo della scarpetta)
la genetica quando scoprirà che l’originalità l’ironia l’ipocondria la mediocrità siglano assenze o presenze di molecole semplicemente – al diavolo la nostra presunta libertà – e le scelte d’una vita – siamo – schede perforate variabili di poco – intercambiabili – inorgogliti d’essere filosofi profeti anacoreti – marionette siamo stati – e fili esposti e trucchi smascherati –
attimi rari attimi di lumicini improvvisi che decantano il buio verso la casa del bosco – attimi da inchiodare come tassello – tenendo il respiro e sperare anche il tempo con quello –
trovarsi di nuovo da soli sarà percorrere solite strade – se intanto non fossero passati uragani magmi di vulcani ed alluvioni non avessero capovolto ricetti segreti dov’erano provviste paletti orientativi bussole mappe – e il tragitto comincia da capo – senza una meta – incerto maldestro analfabeta –
coloro che non si disorientano che ritrovano comunque la strada senza segnaletiche orizzontali e verticali sapranno anche dove incasellare le mie inquietudini le perplessità come definire gli stordimenti le quasi-verità – io so solo brancolare – rinunciare per non cadere parlare per coprire i vuoti o i chiassi – so solo zittire per non sentirli i miei paradossi –
“nella storia le streghe sono state sempre bruciate” – ma essendo io e la storia discrete complici conto di riuscire nell'intento almeno di procrastinare l'evento –
poi l'anatroccolo fu cigno – così chiude la fiaba ma non essendo il mio uovo fra i bastardi nessun bianco accadrà che mi riguardi –
