
Clof, clop, cloch,
cloffete
cloppete,
clocchette,
chchch...
È giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace...
di nuovo.
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s'ode
rumore
di sorta
che forse...
che forse
sia morta?
Orrore
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce,
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
chchch...
La tisi
l'uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto...
Che lagno!
Ma Habel!
Vittoria!
Andate,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari...
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch...
GUIDA ALLA LETTURA
Aldo Palazzeschi (1885-1974) è stato un artista che amava divertirsi con i versi (si veda la sua poesia-manifesto “E lasciatemi divertire”). In lui è possibile riconoscere il gusto dissacrante dei Futuristi e la loro ansia di rinnovamento.
A Palazzeschi piaceva l’ironia e sperimentava sempre nuove forme di poesia. Tutto questo è ben evidente in “La fontana malata” del 1909. La voglia di sperimentare si coglie nell’utilizzo della rima libera, ma soprattutto dei versi ternari, che vanno ad infrangere le regole della tradizione, perché un uso così massiccio di ternari era pressoché sconosciuto nella poesia italiana.
Il gusto per l’ironia e la voglia di prendersi gioco di tutte le convenzioni e gli schemi poetici del passato, è evidente quando fa il verso a liriche celebri del suo tempo, come “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio. Palazzeschi scrive: Si tace, non s’ode; e riprende l’inizio della poesia dannunziana che recita: Taci. Su le soglie del bosco non odo.
Se, nella lirica dannunziana, l’acqua piovana permette ai protagonisti di trasformarsi, di rinascere a una nuova vita in totale simbiosi con la natura; le gocce d’acqua della fontana di Palazzeschi simboleggiano lo spasimo, ossia il tormento, il dolore, tanto che la fontana diventa persona, un essere umano malato di tisi; ed il rumore delle gocce, che cadono, diventa colpi di tosse.
Da considerare, inoltre, la palese canzonatura del simbolismo fonico di Pascoli e dello stesso D’Annunzio, quando Palazzeschi fa uso – all’inizio, al centro, e alla fine del componimento – di suoni onomatopeici, con i quali intende riprodurre il rumore insistente ed angosciante delle gocce della fontanella di casa, oggetto del vivere quotidiano, e pertanto “molto poco poetico”.
